C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino

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Dopo aver atteso tanto torna finalmente al cinema Quentin Tarantino e come ci si poteva aspettare, lo fa in grande stile, riportando sulla scena la Hollywood degli anni ’60, con un cast ricco di star (Leonardo Di Caprio, Brad Pitt,Margot Robbie, Al Pacino) che ben si sposa con l’ambito “hollywoodiano” che il regista ha scelto di raccontare. La trama ricopre l’arco di tempo che va dal febbraio all’agosto 1969, periodo in cui si intrecciano le vicende dell’attore in declino Rick Dalton, del suo amico e stuntman Cliff Booth e della stella emergente Sharon Tate, sullo sfondo dell’America hippy in cui già si manifestava la terrificante setta di Charles Manson.

Per la prima volta insieme, Brad Pitt (Cliff Booth) e DiCaprio (Rick Dalton) formano una coppia affiatata e divertente, anche se, nello svolgersi del film risultano più riuscite le scene in cui i due attori recitano separatamente. I due personaggi infatti, seppur accomunati da una situazione di crisi, sono assai diversi tra loro: Rick Dalton è una star, ma appare perlopiù emotiva, debole ed insicura; Cliff Booth invece pur essendo solo uno stunt-man (ruolo non molto remunerativo nel cinema di allora), si dimostra comunque un uomo forte ma non meno brillante e capace.

C’era una volta a Hollywood Brad Pitt e Leonardo DiCaprio © Sony Pictures Entertainment

E sono proprio le interpretazioni di Brad Pitt e di Leonardo Di Caprio ad aver ottenuto un riscontro positivo da critica e pubblico; al contrario del personaggio di Sharon Tate, interpretato da Margot Robbie, che appare invece il meno riuscito probabilmente perché all’attrice sono riservate pochissime battute, con il risultato di un personaggio poco approfondito.

C’era una volta a… Hollywood è forse il meno tarantiniano degli otto precedenti: manca infatti la consueta divisione in capitoli e sono quasi del tutto assenti i tipici momenti di storytelling con cui il regista si ferma a raccontare la storia, del resto piuttosto contorta, attraverso la voce di uno dei personaggi; così come sono poco presenti i lunghi dialoghi che hanno reso inconfondibile la sua cinematografia e la cui assenza rende il film piuttosto slegato.

Ma nonostante la sceneggiatura non sia eccessivamente fluida e brillante, nulla si può recriminare alla scenografia e alla fotografia, davvero stupefacenti. Non è un caso infatti che la maggior parte del budget stanziato per la realizzazione del film sia stato impiegato proprio per la costruzione delle scene, a sottolineare la specifica scelta di Tarantino di dedicare la propria attenzione all’aspetto delle ambientazioni a svantaggio però della trama che in alcuni punti resta lacunosa. La ricostruzione dell’epoca si dimostra pienamente riuscita, perché per tutti e 161 minuti del film ci si sente trasportati nel 1969.

Sebbene a tratti lento, è certamente un film coinvolgente, poco banale e divertente, laddove nelle scene di maggior violenza Tarantino
riesce ad alleggerire la tensione dello spettatore attraverso dialoghi comici e surreali. Lo consiglio quindi ai nostalgici della grande Hollywood del passato; chi invece volesse saperne di più sul caso Sharon Tate-Famiglia Manson, resterà deluso.
Lapo Chiari

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