C’era una volta a New York. Un melò convenzionale che non convince

c'era una volta a new york
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New York, 1921. Piano fisso sulla Statua della Libertà avvolta dall’impalpabile nebbia del primo mattino. Poi la scena si sposta in un interno: gente in fila, preoccupata, tesa, reti di protezione, poliziotti e medici. Siamo ad Ellis Island, punto d’ingresso negli Stati Uniti per gli immigrati appena sbarcati, porta d’accesso nel mondo a lungo agognato, suggello di una nuova vita, di una trasformazione radicale, di un nuovo inizio.


È l’incipit dell’ultimo lavoro di James Gray, che, fin dalle prime inquadrature, contrappone il sogno americano (icasticamente rappresentato dalla Statua della Libertà) al brusco impatto che ne consegue proprio quando il sogno stesso sembra oramai a portata di mano, ad un passo dalla sua realizzazione.
La sospensione di quegli attimi, però (degli attimi che vivono gli immigrati in fila per accedere al mondo da favola che avevano sperato di trovare al di là dell’oceano), pare essere, in una sorta di prospettiva metacinematografica rovesciata (non un film che parla di cinema, ma i suoi protagonisti che vivono emozioni negative analoghe a quelle di chi sta dall’altra parte dello schermo), anche quella dello spettatore in attesa di poter entrare nel vivo del racconto filmico. Questa condizione di attesa pare invero protrarsi per tutti i 119 minuti di durata del film, seppure con qualche raro bagliore luminoso.

C’era una volta a New York rimane in una condizione di sospensione perpetua tra un racconto convenzionale, un affresco della New York dei primi anni Venti, col suo sottobosco di corruzione e proibizionismo, ragazze costrette a fare la vita e magnaccia che si innamorano, a modo loro, delle proprie ragazze (e qui siamo ancora non molto oltre il déjà vu), ed il tentativo di affondare le mani nella materia pulsante delle vite dei protagonisti, estrapolandone incubi e speranze, paure e nevrosi, ferite ancora purulente e cicatrici che ne segnano la pelle, mettendo così in scena un mondo autentico nel suo dolore e nella sua sofferta ed affannata umanità. Questo tentativo pare sicuramente riuscito (i rari bagliori luminosi di cui si parlava sopra) nella scena in cui Bruno/Phoenix prima cerca di approfittare di Ewa/Cotillard, poi la mette subito a disagio rinfacciandole il furto di una banconota, facendo leva sul pudore di lei e sfruttando la condizione di persona indigente di quest’ultima a proprio beneficio. Infine chiama nella stanza la persona alla quale la banconota era stata sottratta: questa, un’altra delle ragazze che lavorano per Bruno, non può che perdonare Ewa, dandole un bacio sulla guancia (e mostrandosi a sua volta intimorita e subalterna nei confronti di Bruno), ed uscire dalla porta da cui era entrata. È forse il momento cinematograficamente più alto del film: la rappresentazione plastica del rapporto di potere (rectius, proprietario) che Bruno esercita sulle sue ragazze.

Pare un peccato però che questo tentativo rimanga isolato, come sullo sfondo del racconto, e che il film non debba mai prendere veramente corpo. Il cast è dei più promettenti: Joaquin Phoenix è un gigante (lo abbiamo visto in forma strepitosa nel recente The master di Paul Thomas Anderson; ma anche in Two lovers e I padroni della notte, dello stesso James Gray, si è dimostrato interprete versatile, sfaccettato, imprevedibile); la Cotillard non si è mai tirata indietro di fronte a ruoli sopra le righe o a parti con risvolti decisamente graffianti (basti ricordare il recente e splendido De rouille et d’os di Jacques Audiard). Eppure, le due ore di film scorrono senza particolari sussulti e rimangono nel solco del dramma impostato o presentano soluzioni e sviluppi narrativi che banalizzano i personaggi, fino ad un finale edificante in cui è davvero difficile riconoscere la mano di James Gray.
Il film, ovviamente, ha dei meriti. Si è già parlato della straordinaria coppia di attori protagonisti che tiene perfettamente la scena. In più, non si può negare l’accuratezza nella ricostruzione dei luoghi in cui la storia è ambientata, la buona realizzazione tecnica del film, la credibilità delle dinamiche dei bassifondi di una New York divorata dalla corruzione e dalla brutalità dei rapporti di forza, nonché, a proposito di questi ultimi, l’efficace descrizione del rapporto di potere che lega Bruno alle sue ragazze, di cui peraltro si è già detto. Ma l’impressione è che il tutto rimanga sottotraccia. La materia poetica che emerge e diventa fil rouge del racconto filmico è un amore impossibile che manca di spessore, un rapporto tra due sorelle funestato da un fato avverso dal sapore tolstoiano, il perbenismo che vince sui legami di sangue. Insomma, tutto sommato una serie di situazioni e contesti già visti, mescolati insieme in un film di cui forse si poteva fare a meno.

Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: The immigrant – Genere: Drammatico – Origine/Anno: USA/2013 – Regia:  James Gray – Sceneggiatura: James Gray, Ric Menello – Interpreti: Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Angela Sarafyan, Antoni Corone, Dylan Hartigan – Montaggio: John Axelrad, Kayla Emter – Fotografia: Darius Khondji – Scenografia: Happy Massee – Costumi: Patricia Norris – Musica: Chris Spelman

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