Cesare deve morire. La tragedia diventa vita reale

Cesare deve morire
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In pochi giorni, i provini hanno inizio, il cast viene selezionato, le parti assegnate. Seguono, finalmente, le prime prove, incerte e febbrili, da parte di increduli e sofferti interpreti, in una ponderata alternanza (diegetica) e felice fusione (filmica) tra quinte e celle, recitazione e detenzione. Teatro e carcere, allora, da un lato (contenuto del film), ma anche documentario e finzione, dall’altro (forma del film), in uno spettacolare alternarsi di bianco e nero e colore (per la verità è il primo a prevalere nettamente, scelta cromatica evidentemente più appropriata per descrivere le vite di chi è condannato a scontare pene detentive anche molto pesanti), a metà tra cinema classico e sperimentale.

 

 

Il film colpisce, però, non tanto per l’esperimento cinematografico in sé: casi di sovrapposizione tra backstage e rappresentazione teatrale se n’erano già visti al cinema (tra gli altri, il Riccardo III di Al Pacino). Ciò che realmente stupisce (e commuove) è invece l’autenticità dei protagonisti, la perfetta sovrapposizione dei piani (vicenda personale e ruolo interpretato), l’immedesimazione totale col personaggio cui ognuno dà voce (al punto che durante la prova di una scena tra Juan/Decio e Giovanni/Cesare, quando il primo cerca di convincere il secondo a partecipare a un’adunanza del senato cadendo così nella trappola tesa dai congiurati, rancori personali si innestano nello sviluppo della scena e battute fuori copione emergono all’improvviso, preludendo ad una scontro fisico tra i due). Gli attori comprendono profondamente i personaggi che interpretano, che altro non sono se non ciò che loro stessi sono stati nella vita reale (“Bruto e i suoi amici son uomini d’onore”, tuona Antonio/Marco Antonio nel celebre discorso con cui spinge i romani alla rivolta contro Bruto e Cassio). La tragedia parla agli attori/detenuti (è come se Shakespeare fosse vissuto a Napoli, dirà ad un certo punto Cosimo/Cassio), che a loro volta parlano il linguaggio della tragedia (la rappresentazione è tenuta nei dialetti locali degli attori: romano, pugliese, napoletano, siciliano). Tutto torna a galla nella recitazione (i ricordi di un passato tumultuoso, fatto di orgoglio, onore e vendette) e si fonde con l’animo del personaggio interpretato in un’unica, compatta, granitica e, soprattutto, credibile figura recitante (a proposito, eccezionale per intensità e spessore la prova d’attore di Salvatore Striano, l’unico che avesse già scontato la pena, nei panni di Bruto).

Ed allora l’identità cercata ed affermata dai detenuti/attori all’inizio del film (il provino consiste nel fornire le proprie generalità adottando i due diversi registri della rabbia e della commozione; ma, nel farlo, come raccontano i Taviani in un’intervista, tutti danno i loro veri nomi nonostante ciò non fosse richiesto: tutti cioè intendono rivendicare la propria identità, il proprio esserci nonostante la reclusione), questa identità, allora, dicevamo, diventa quella dei personaggi che i condannati interpretano, perché solo recitando nel Giulio Cesare ritornano finalmente a vivere, solo sul palcoscenico (e all’interno del film) smettono di essere soltanto un numero e ritrovano il proprio nome, tornano a sentirsi nuovamente liberi. E, a proposito di libertà, quella invocata dai personaggi della tragedia (che mettono a repentaglio la loro stessa vita, pur di vivere da uomini liberi e scongiurare il sovvertimento della Repubblica) diviene a sua volta quella cercata dai detenuti, attori per un giorno e rinati a nuovi vita.

Ma, paradossalmente, proprio quello scampolo di libertà così a lungo cercato lascerà, alla fine della storia, l’amaro in bocca. Conclude Cosimo, tornato in cella dopo la rappresentazione: “Da quando ho conosciuto l’arte, sta cella è diventata ’na prigione”. Ancora una volta la vita e la tragedia s’incontrano. Prima di uccidersi, sulla scena, proprio Cosimo (fine pena mai), nel ruolo di Cassio, aveva invocato la morte piuttosto che tornare alla vita precedente.
Gianfranco Raffaeli

Scheda del film:

Titolo originale: Cesare deve morire – Genere: Documentario – Origine/Anno: Italia/2012 – Regia:  Paolo, Taviani, Vittorio Taviani – Sceneggiatura: Paolo Taviani, Vittorio Taviani, Fabio Cavalli – Interpreti: Cosimo Rega, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca, Juan Dario Bonetti, Vittorio Parrella, Rosario Majorana, Vincenzo Gallo, Gennaro Solito, Francesco Carusone – Montaggio: Roberto Perpignani – Fotografia: Simone Zampagni – Musiche: Giuliano Taviani, Carmelo Travia

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