Chernobyl – La Serie

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“Oggi, i ruoli migliori arrivano dalle serie tv, dove le cose vengono fatte con i tempi giusti per sviluppare e approfondire i personaggi in un modo che è davvero raro altrove”. Le parole di Emily Watson nell’intervista rilasciata al quotidiano “la Repubblica” di sabato 8 giugno, descrivono perfettamente la precisione con la quale la regia di Johan Renck e la scrittura di Craig Mazin affrontano il racconto di una delle peggiori sciagure del XX secolo ad opera dell’uomo.

Chernobyl”, la mini serie tv in 5 puntate prodotta da SKY e HBO, in onda su Sky Atlantic dal 10 giugno e di cui la Watson insieme a Stellan Skarsgård e Jared Harris è protagonista, è una delle migliori produzioni televisive di questi ultimi anni, la cui percentuale di gradimento del pubblico – 9.7 – ha superato sin dal primo episodio quello del celebre e finora imbattuto “Game of Thrones”.
Attraverso un’ambientazione precisa e un racconto che procede tra grandi avvenimenti e piccoli dettagli, si dispiega in maniera ineccepibile l’evento che per primo ha compromesso la nostra vita sulla terra.

Un passato che è il nostro presente: in questo avanzato XXI secolo la dissennatezza del “Fattore Umano” ha provocato molti altri disastri ecologici che eguagliano la potenza devastante di quello di Chernobyl, con i risultato di aver compromesso, forse in maniera irrevocabile, l’equilibrio di un pianeta che nonostante tutto, riesce ad essere ancora d’una bellezza mozzafiato.

L’esplosione del reattore n°4 della centrale nucleare sovietica di Chernobyl, fu un incidente causato dall’errore umano, che tracotanza e propaganda politica trasformarono in una tragedia dai contorni apocalittici. In un inappropriato ricorso alla superstizione medievale, il passaggio della cometa di Halley di quell’anno fu considerato, a posteriori, un cattivo presagio; ma è indubbio che di quel 26 aprile 1986 la povera cometa non ebbe alcuna colpa.
Il disastro di Chernobyl fu causato dalle gravi debolezze intrinseche alla progettazione dello reattore stesso. E mentre l’incendio diffondeva materiale radioattivo sulla zona della centrale, scendendo come neve sugli abitanti della vicinissima Pripyat, per poi vagare incontrastato per il resto del nord Europa, dalla Scandinavia alla Polonia, alla Germania e fino al nord Italia, il soviet russo si unificava attorno ad un fatale diniego, perdendo tempo prezioso e pregiudicando l’esistenza di un numero vittime ancora oggi imprecisato.

La mini-serie ha una forza dolorosa e terribile perché pur conoscendo tutti gli sviluppi della storia, riesce a coinvolgere e a sconvolgere lo spettatore sin dalle prime immagini del primo episodio. L’andamento è preciso, “composto” persino, come ha scritto qualcuno; perché anche se tutto è già definito e non c’è niente di nuovo da aggiungere, nessun possibile revisionismo, l’incontrovertibilità dei fatti evidenzia l’ignominia della loro scelleratezza.

Sotto la direzione di Renck, del quale la Watson nella già citata intervista dice “sapeva talmente bene quello che voleva, che spesso si finiva prima”, il racconto di “Chernobyl” si sviluppa su due piani: quello dell’apparato burocratico sovietico, deciso ad insabbiare una vicenda che rischia di far affondare la già traballante immagine dell’Unione Sovietica; e quello della gente comune: medici, pompieri, abitanti di Pripyat, che intuiscono presto la portata deflagrante di quelle fiamme e di quella spessa nube di fumo.

La storia scritta da Mazin è un grande affresco di proporzioni michelangiolesche, in cui nessuna parte della dolente umanità che ne è protagonista, resta inespressa; e non mancano gli eroi, siano essi semplici mogli, infermiere o più autorevoli scienziati e ufficiali governativi.
La messa in scena accompagna questa scrittura con altrettanta forza realistica, lavorando non solo su una suspense al contrario (ovvero “è ancor più sconvolgente perché so già come va a finire”) ma utilizzando anche dei simboli che sottolineano l’inconsapevolezza struggente del dramma che si sta consumando: un cervo morto nella foresta; un uccello che cade dal cielo mentre l’ultimo bimbo corre a raggiungere la sua classe; la cenere radioattiva che scende sulla cittadina come neve e che porta iniziale stupore e meraviglia.

Stellan Skarsgård, Emily Watson, and Jared Harris in Chernobyl 2019

“Chernobyl” ha l’attendibilità crudele e spietata del documentario, che Johan Renck mette in rilievo senza perdere in qualità di intrattenimento. Sin dalle prime scene si intuisce il grande lavoro di ricerca necessario a rappresentare l’incontestabilità di quegli eventi: dalla meticolosa precisione dei costumi, che nel caso delle uniformi e delle divise da lavoro si tratta di originali d’epoca, alla fotografia livida che nella sua persistente tonalità grigio-verde rende ancor più opprimente lo scenario da fine del mondo. “Oltre 100 giorni di riprese, 104 parti parlanti, lunghe giornate e nottate spese in luoghi orribili, tra cui in una vera centrale nucleare” ha raccontato il regista in un’intervista “Replicare sullo schermo quegli eventi reali è stato straziante”.

È un pugno nello stomaco, un violento schiaffo in faccia. Insomma, uno spettacolo che non permette distrazione, che annichilisce e mette i brividi. Comodamente seduti sui nostri divani, nel fresco condizionato delle nostre abitazioni, “Chernobyl” è un monito e un pungolo, affinché il Memento Mori che ci riguarda non finisca per includere anche il pianeta Terra.

V. Ch.

Chernobyl

Genere drammatico, storico
Paese  – Stati Uniti d’America, Regno Unito
Anno –   2019
Puntate 5 su Sky Atlantic
Durata 60-70 min (puntata)
Lingua originale inglese

Ideatore                       Craig Mazin
Regia                            Johan Renck
Sceneggiatura             Craig Mazin

Interpreti e personaggi

Jared Harris:                Valerij Alekseevič Legasov
Stellan Skarsgård:      Boris Shcherbina
Emily Watson:             Ulana Khomyuk
Paul Ritter:                   Anatoly Dyatlov
Jessie Buckley:           Lyudmilla Ignatenko
Adam Nagaitis:           Vasily Ignatenko
Con O’Neill:                  Viktor Bryukhanov
Adrian Rawlins:          Nikolai Fomin
Sam Troughton:         Aleksandr Akimov
Robert Emms:            Leonid Toptunov
David Dencik:             Mikhail Gorbachev
Mark Lewis Jones:    Vladimir Pikalov
Alan Williams:            Aleksandr Charkov
Alex Ferns:                 Glukhov
Ralph Ineson:             Nikolai Tarakanov
Barry Keoghan:          Pavel
Fares Fares:               Bacho
Michael McElhatton:Andrei Stepashin

Fotografia Jakob Ihre
Montaggio Jinx Godfrey, Simon Smith
Musiche Hildur Guðnadóttir
Scenografia Karen Wakefield, Max Klaentschi, Paulius Dascioras
Costumi Odile Dicks-Mireaux
Effetti speciali Sven Hübner, Claudius Rauch, Max Dennison, Ashlyn Hardie, Ganesh Poojari, Michael Wiles, Lindsay McFarlane
Produttore Sanne Wohlenberg
Produttore esecutivo Craig Mazin, Carolyn Strauss, Jane Featherstone
Casa di produzione Sister Pictures, The Might Mint

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