Chiara Patarino: Martina, la bambina tartaruga. Intervista con l’autrice

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Ci sono nell’esperienza di ogni lettore, alcuni piccoli libri che hanno saputo farsi notare per il garbo, la cura e la bellezza e sono stati, però, capaci di costringerci a riflettere su temi importanti e anche dolorosi.
A questo novero di libri “speciali” appartiene di sicuro la favola di Chiara Patarino, Martina, la bambina tartaruga, accompagnata e integrata dalle illustrazioni di Chiara Gobbo.

Il tema dell’autismo è trattato nella favola con una dolcezza non di facciata e che sa coniugare la durezza e la difficoltà con l’amore e l’empatia. Un racconto davvero riuscito, insomma.

A Chiara Patarino abbiamo rivolto alcune domande sul suo testo a pochi giorni dall’uscita.

Senza troppo svelare al lettore, nella sua favola si muovono molti personaggi con intenzioni diverse e anche evoluzioni sorprendenti. Com’è nata l’idea di questa storia?
L’idea si è formata a poco a poco come in un quadro in cui si delinea dapprima una forma che prende poi colore. L’obiettivo era quello di coinvolgere i giovani lettori e condurli a “immergersi” in un mondo diverso, dalle mille sfumature, attraverso la comprensione di un punto di vista differente.
Il racconto scritto a due voci, quella di Martina e di Rocco, e in prima persona, permette di svelare il percorso di pensieri ed emozioni dei due protagonisti, a misura di bambino, giocando con un linguaggio tipico per quella fascia di età e sviluppando una trama con un pizzico di suspense per incuriosire i ragazzini e motivarli alla lettura.

L’immagine della bambina tartaruga è emozionante e potente insieme. Come si fa a parlare di autismo con garbo, rispetto e serenità?
Prima di scrivere la storia ho letto molto sull’argomento, per comprendere i delicati meccanismi di comunicazione dei bambini autistici e soprattutto mi sono confrontata con i genitori di questi bambini “ speciali”, in particolare con l’Associazione Autism Aid Onlus.
Questo libro è stato un’opportunità anche per me per conoscere l’amore, la passione e l’impegno con cui questi genitori seguono i loro figli, chiusi in una sorta di corazza che li separa dal mondo esterno.
Così è nata l’immagine della bambina tartaruga. Tanta sofferenza e tanta dignità meritano rispetto e gentilezza.

Prima di tornare al testo ci possiamo soffermare un attimo sulle sue attività e i suoi molteplici interessi. Come si presenterebbe ai nostri lettori?
Mi sono occupata per molti anni di comunicazione d’impresa in particolare nel settore scientifico. Scrivere è sempre stata la mia passione; ho collaborato con giornali e uffici stampa. Narrare storie per l’infanzia era il mio sogno nel cassetto, ho incominciato una quindicina d’anni fa, quasi per gioco, ora non riesco più a smettere perché l’entusiasmo e l’energia dei bambini con cui mi confronto spesso, nelle scuole, in libreria, sono un dono prezioso, che nutre l’anima.

Martina, Rocco e tanti altri sono i personaggi che possiamo incontrare nelle pagine del suo lavoro. Al centro, in forme diverse, si nota l’importanza di una comunità che sa, essere accogliente e davvero educante, senza emarginare né le vittime, né, a ben vedere, i possibili “cattivi”. Che cosa può dirci su quest’aspetto?
Lo dico con le parole di Martina: siamo tanti petali di un solo grande fiore…

Il libro fa parte di un progetto più ampio e coinvolgente. In che cosa consiste e come si può partecipare?
Per meglio comprendere i meccanismi di comunicazione e le espressioni facciali, includendo bambini normali e speciali, è stato realizzato: “The Clew, il gioco delle emozioni” grazie all’Università Vanvitelli di Napoli, corso di Model Design e con Autism Aid Onlus. Accluso al libro, c’è il link del gioco on line che può essere poi stampato dalle scuole. Giocare – tutti insieme – può essere un’altra opportunità per conoscersi meglio e condividere stati d’animo ed emozioni. Il gioco, come il libro, è pensato per bambini dagli otto ai dodici anni.

Antonio Fresa

Chiara Patarino
Martina, la bambina tartaruga
La Medusa editrice, 2019

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