Chiara Rapaccini. “La bambina buona”.

chiara rapaccini disegno sul muro
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Ho conosciuto Chiara Rapaccini tanti anni fa, per lavoro. Ricordo di aver pensato già allora che era molto bella, sofisticata nella sua semplicità, socievole e spiritosa, consapevole di volere come unico accessorio evidente la sua intelligenza e arguzia.Dopo tanto tempo la rincontro qualche mese fa, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro La bambina buona, nel suo laboratorio a Monti, caratteristico quartiere romano, “casa” di molti artisti e artigiani.

La bambina buona è una sorta di album di famiglia con ricordi talvolta stralunati e struggenti, dove si mescolano tutti insieme i suoi fantasmi, vivi e morti:  genitori, nonni e zie, fidanzati e figlia, fino al compagno di tutta la vita, Mario Monicelli.
Un incredibile caleidoscopio di tipi umani, talvolta improbabili, divertenti, spesso indimenticabili nella loro umanità.

La ritrovo come l’ho lasciata tanto tempo fa, bella, gentile, molto spiritosa e divertente, anche nella drammaticità di certi racconti della sua vita.
Mi accoglie in un’atmosfera calda che sa di famiglia, intorno una piacevole confusione fatta di libri e opere, le sue creazioni, figure ritagliate nel legno e poi disegnate, dipinte, colorate. Cammelli nel deserto e soldatini, donne che pescano (chissà che pesca la Pescatrice? ha detto lei una volta commentando quest’opera, bellissima, una sottile figurina femminile di rosso dipinta che si protende nel nulla per pescare due pesciolini di rame) e originalissime sedie antropomorfe, tutto qui racconta l’intelligenza ironica di questa garbata signora bionda.
Così priva di trucco e orpelli, ha un’aria vagamente raffinata, poche possono permettersi quell’aria senza un filo di trucco.
Non si fa fatica  a riconoscerla, bambina,  nella foto di copertina del libro e la domanda viene spontanea.

Sembri proprio una “bambina buona”, proprio come il titolo, ma forse il titolo nasconde il desiderio di essere invece cattiva?
Lei si fa seria “il titolo è ironico ma molto vero. Sono stata educata e scelta nella mia famiglia come quella che doveva portare il vessillo della buona famiglia, avevo tutte le caratteristiche, ero gentile, bionda, avevo la R moscia, ero presentabile in società, ero accondiscendente. Ma questo mi ha creato sin da piccola la coscienza che questo era ciò che mi veniva richiesto, ero come volevano gli altri, ma quella sorta di “finzione” poteva anche essere la mia maschera e dietro di essa io potevo essere come davvero volevo essere,  potevo essere “cattiva”!
In verità cattiva significava semplicemente che potevo starmene per conto mio, alimentare la mia parte nascosta, potevo leggere, disegnare indisturbata… “
Chi riesce a mettersi a nudo in un libro così intimo, a raccontare con ironia le vicende di famiglia con tutte le spigolosità che queste presentano, a mettere insieme la storia della folle Marchesa Casati, lontana parente, esemplare alquanto singolare della famiglia Amman, divertente nella sua lucida follia,  ma anche la storia di Carlo, amato fratello bistrattato da tutta la famiglia in favore della sorella bella e perfetta nella sua bionditudine, si può solo definire coraggiosa.

E proprio in virtù di quel coraggio che immagino suo, le chiedo di Carlo, un “personaggio col quale sembri avere una sorta di debito, sembri voler riparare a un torto antico nel libro … ?
“ci amiamo molto, siamo molto uniti.
Certamente a metà della vita ci siamo dovuti spiegare, abbiamo dovuto capire insieme quali erano i ruoli che ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, aveva dovuto sostenere. Io agli occhi di tutti ero la “bella bella bella” e lui era il cattivo, abbiamo giocato quella parte, più o meno felici di farlo.
Dopo il libro ci sono state grandi riunioni di famiglia, grandi discussioni in cui molti avevano una visione  completamente diversa dalla mia rispetto alle vicende raccontate nel libro! La gente diceva che mia madre non era così come la descrivo, che lì sembra “cattiva”, ma semplicemente anche lei aveva la sua maschera.
Lei era così ed era anche diversa, amorevole e sorridente e meravigliosa.
Io la adoravo, ma anche lei viveva la sua doppiezza.
Quello era il modo di esistere della borghesia anni ’60, un po’ arrogante e presuntuosa, e anche un po’ finta…
Da adulti Carlo mi ha finalmente vista per quello che ero, una donna adulta, una madre, proprio quando è nata Rosa, mia figlia. Io ero a Firenze, Mario era a girare da qualche parte, e chi ha fatto veramente da padre a Rosa, in maniera davvero molto affettuosa, è stato mio fratello Carlo, mi è sempre stato vicino, dall’entrata in ospedale a dopo la nascita di Rosa.
Tant’è che è stato preso da tutti come mio marito, creando un divertente equivoco.
C’era un gran casino in ospedale, ad un certo punto è arrivato mio padre e poi Mario, due vecchi, come due padri! E medici e infermieri parlavano con Carlo come fosse mio marito e i due vecchi non si capiva bene chi fossero! Uno forse il padre, ma l’altro?
Anche adesso che Mario non c’è più è Carlo che fa da padre a Rosa”

Non sono certa di avere colto un piccolo lampo negli occhi di Chiara, sembra una donna forte e risoluta ma anche vulnerabile a tratti. O forse quel lampo che ho colto nel nominare Monicelli me lo sono voluto immaginare, per avere il “permesso” di procedere su un terreno che immagino spinoso e certamente doloroso e chiedere di Monicelli.
Questo libro sembra molto un omaggio a Monicelli
“si ma non solo, tutti si aspettavano una cosa su Monicelli ma io non l’ho fatto”
In ogni caso sembra una parabola che parte dalla tua nascita e finisce con la sua morte
“lui è morto mentre scrivevo il libro e da quel momento non volevo più scrivere.
Per mesi non sono riuscita neanche a parlarne.
Solo dopo qualche mese ho capito che il libro era la terapia anche contro la morte di Mario.
L’ultima parte dove parlo di lui è troppo commovente per me, non riesco a rileggerla neanche ora, l’ho  scritta a caldo e non ci sono più tornata, non sono ancora pronta.”
C’è davvero l’impressione che tu sia una donna nata per stare con Monicelli, come se per tutta la tua vita attendessi e tendessi all’incontro con lui
“si in parte è così anche se questo mi ha creato non pochi scompensi. La cosa è molto doppia, l’ho conosciuto a 19 anni e lui 40 in più, ad un’età in cui stai per formarti, conoscere uomini, il mondo… per fortuna ne avevo già avuti di fidanzati!
Ho incontrato Mario nel momento della maturità che mi è stata esaltata e come cristallizzata dall’incontro con lui. Ho conosciuto un guru, tuttora che è morto penso che lo sia, non solo per me ma per molti che l’hanno incontrato e conosciuto, anche solo attraverso le sue opere.
Ero incappata nelle mani di un galantuomo che aveva anche una personalità fortissima, su una giovane intelligente questa cosa è stata davvero un terremoto.
Mi ha fatto da padre spirituale.
Da ventenne vivevo con gente che ne aveva sessanta o giù di lì, amici di Mario, gente speciale, fuori dall’ordinario, i più grandi intellettuali italiani.
Io mi sentivo un po’ come Susanna tra i grandi vecchi, Moravia, Laura Betti … e io là in mezzo piccolina e sempre in ascolto, assorbivo tutto, era diventato normale vivere così, poi pian piano tutti se ne sono andati e io sono rimasta sola in quest’altro mondo che in fondo loro un po’ disprezzavano.
C’è stato un momento in cui snobbavo tutti,  ero abituata al mondo dei “grandi”, poi con fatica ho capito che il mondo vero è quello normale, quello non popolato dai mostri sacri della mia vita. Mi sto abituando.
Anche per Mario ero la “bambina buona”, il titolo è molto preciso, anche con lui “andavo bene”.
Ero giovane, bella, sapevo le lingue, potevo essere portata a conoscere presidenti, ero elegante ma ero anche un’artista, lui mi ammirava molto perché non ero una bambola mondana, avevo anche un’anima ribelle. Queste facce sono entrambe vere, adesso da adulta sto rimettendo insieme i pezzi, con il libro.”

Una specie di psicanalisi questo libro?
“La psicanalisi la faccio davvero, ho sublimato molte cose proprio scrivendo il libro successivamente all’analisi. Sono molto grata alla mia psicanalista, la ritraggo in un capitolo che adoro, si chiama la pianta carnivora, lei si è divertita molto a leggerlo! Mi ha aiutato a mettere insieme tutte le pedine, tutti i pezzetti della mia vita.
Finalmente l’ho fatto.
Sono stata accanto a Mario fino alla morte, l’ho amato e adorato, ed ancora è così, ma è un bene che mi sia “liberata” di quest’ombra, forse adesso c’è una chance per me di vivere una vita solo mia. “

Il tema della doppiezza è tornato spesso in questa chiacchierata.
Non solo nell’idea più prosaica che ciascuno di noi abbia una doppia faccia, una doppia personalità, una ufficiale e una ufficiosa, più nascosta, ma anche nel significato poetico che sia possibile per ogni persona  vivere più di una vita.
“Ho raccontato la verità nel libro, la mia vita, ma a volte le persone coinvolte non hanno gradito.
Io sono contenta di aver gettato questo sasso nello stagno, ho costretto qualcuno a  rivedere i propri ruoli.
Si sono create situazioni anche esilaranti. Qualcuno si è soffermato su un numero di scarpe sbagliato, senza badare alla sostanza, magari ben più cattiva. Ho perso e ritrovato amicizie. C’è addirittura chi ha buttato il libro nel cestino di un aeroporto, speriamo che chi l’ha trovato l’abbia letto e apprezzato!
Potrei scrivere un secondo libro con tutto quello che è successo dopo la sua pubblicazione.
Molti pensano che sia un libro divertente, leggero, altri che sia un pugno allo stomaco.
Ancora una volta, nessuna delle due soltanto, ma entrambe sono vere, cerco di dire cose spesso tremende, come raccontare la morte, con ironia.”

Ci vuole molta forza per raccontare con tale franchezza, ma anche con leggerezza tutta una vita, con i suoi angoli buoi e irrisolti; cosa non facile saper volteggiare leggeri sulla pagina lasciando minuscole orme che prendono vita nella mente di chi legge.
Chiara ha lasciato le sue.

Lorena Franzini

Chiara Rapaccini
“La bambina buona”
Sonzogno  – 2011
268 pagine – 18 euro

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