Cile. Il ritorno della sinistra alla Presidenza con Gabriel Boric

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L’alba estiva e ineluttabilmente “australe” di Santiago è di un rosso oceanico, ampio e intenso; si impone in quell’orizzonte infinito dove confluiscono tutte le utopie. Stavolta però questo vermiglio non è il colore del sangue dei martiri che imbratta le strade, o che disegna vestigia abbandonate di angoscia, striscianti e rimaste attaccate ai muri di una fuga disperata e senza tregua. Stavolta no: il colore è quello della rivalsa, della vittoria, di tutte le libertà sognate, immaginate dai popoli, in una storia collettiva e finalmente esultante.
Da qualche giorno l’avvenire del Cile, delle sue genti, delle sue terre prolungate come colonna appoggiata tra l’Oceano e la Cordigliera, si sta forgiando nel trionfo elettorale di Gabriel Boric come Presidente della Repubblica. Dopo cinquant’anni, trascorsi con il respiro sospeso dalla paura e dalla disillusione delle false speranze, il popolo “unito e mai vinto” ha l’occasione di distruggere il passato, riconciliandosi con un nuovo futuro da abbracciare. Per intere generazioni il Cile è stato l’esempio tragico dell’ingiustizia e della negazione totale della democrazia.

Il Paese “stretto e lungo” ha pagato e ad un prezzo altissimo il fatto di essersi presentato all’appuntamento con gli anni ’70 nella splendida veste del Socialismo, che aveva il volto umanitario e fermo di Salvador Allende. Oggi, quegli stessi martiri della follia fascista e dell’insaziabilità priva di scrupoli degli Stati Uniti e della CIA, sono consegnati finalmente ad un eterno di pace, oltre che di gloria. Cosi le tombe del grande Presidente, di Pablo Neruda, di Victor Jara, dei tanti desaparecidos e di tutti i caduti dopo di loro, tornano finalmente a risplendere del marmo, celeste di quelle stesse vene “aperte” dell’America Latina richiamate un tempo da Eduardo Galeano. Sono le madri, i padri, i fratelli, i compagni del continente Latinoamericano percorso un tempo dal Che, sognato unificato da Simon Bolivar, custodito e protetto ancora oggi dalle tante comunità indigene native.

Gabriel Boric assume l’incarico di Presidente del Cile a 35 anni; è il più giovane ad essersi mai insediatosi alla Moneda, il palazzo presidenziale bombardato quell’11 settembre 1973 dall’aviazione di Pinochet. Esponente del partito di sinistra radicale, Convergencia social, e presentatasi alle elezioni presidenziali unitariamente nello schieramento del Fronte amplio, Boric ha vinto il ballottaggio di domenica 19 dicembre contro il candidato dell’estrema destra, Jose Antonio Kast. Quest’ultimo, amico personale e ammiratore tra gli altri di Bolsonaro e nostalgico della dittatura di Pinochet, è stato superato ai seggi di ben dodici punti percentuali, 56% contro il 44%, ribaltando i risultati del primo turno. Il curriculum e le simpatie del candidato della destra dicono molto su come il Paese abbia realmente rischiato di sprofondare nuovamente in un periodo terribile, anche più di quanto già sperimentato nei quattro anni precedenti con il Presidente uscente Sebastian Pinera, anch’egli su posizioni molto vicine all’estrema destra.
Cattolico fervente e ultraconservatore, il candidato della desta, proponeva un programma politico colmo di una visione dell’economia completamente votata al liberismo oltranzista, oltre a connotarsi naturalmente su una direttrice ideologica contraria a tutti i diritti civili: LGBT, aborto e divorzio. Una ossessiva propensione al controllo e all’ordine sociale e alla sicurezza contro l’immigrazione, completano il quadro. Del resto, la famiglia di Kast è già nota per le proprie simpatie e appartenenze politiche; il fratello Miguel fu ministro e presidente della Banca central durante il periodo del regime; inoltre, nel corso della campagna elettorale, è emerso che il padre immigrato, dalla Germania, negli anni ’40 aveva aderito al Partito nazista.

Gabriel Boric invece è stato un candidato decisamente “di sinistra”, tuttavia intorno al suo nome si sono convogliate tante realtà multicolore, tra queste il Partito socialista e gran parte Partito democratico cristiano, portando quindi il confronto finale su una sfida indubbiamente polarizzata. Proveniente dalla Sinistra sociale e figlio di una cultura “millenial” Boric, che è di origini croate, ha avuto dunque la grande capacità di saper compattare un universo politico e sociale variegato e complesso, ma orientato evidentemente alla consapevolezza della necessità di cambiamento generale. Già leader del movimento studentesco, il neopresidente propone dunque di applicare un programma di grandi aperture e marcatamente progressista.
Al centro delle sue idee ci sono innanzitutto le politiche ambientali, a cominciare da un deciso processo di decarbonizzazione, ma anche di grande attenzione verso i diritti civili. Ha palesemente manifestato una posizione di forte critica e di contrasto verso le politiche neoliberiste, fortemente orientato piuttosto verso forme nazionalizzazione e al ritorno alla statalizzazione dei servizi sociali fondamentali: sanità, sistema pensionistico, sostegno alle popolazioni native. Questione, quest’ultima, molto rilevante e delicata in tutta la realtà territoriale.

Il Cile, che è una repubblica presidenziale, torna così ad essere un grande esempio di democrazia politica compiuta, pronta ad intraprendere ora una nuova rotta, una direzione finalmente e con decisione futuribile e spendibile per le generazioni che dovranno governare le sfide del prossimo futuro. Il Paese esce infatti dal periodo estremamente difficile, di grande emergenza sociale, nonché democratica: quello che ha contraddistinto la uscente presidenza Pinera. Un governo conservatore, contraddistintosi in questi anni dall’intraprendere brutali scelte antidemocratiche e protese esclusivamente a favore delle classi sociali più ricche. Un periodo in cui erano via via venute meno sempre più le garanzie anche minime di diritto: civile, sociale, politico. E che aveva visto inoltre l’odioso ritorno di vecchie pratiche e repressioni sanguinose contro le proteste popolari, come avvenuto nel 2019. Soprattutto oggi il Cile sembra essersi definitivamente affrancato dal regime fascista di Pinochet, anche se la Costituzione ancora ne richiama ricordi di dispotismo.

Per questo la memoria storica dovrà essere eternamente custode del nuovo corso, in continuità ormai con la maggior parte dei Paesi fratelli del Continente. E dunque oggi anche il Cile ha voluto donare all’Umanità intera un po’ di riposo dalle stanchezze del cammino nella strada verso l’utopia di un Mondo possibile. E così nel deserto di Atacama sono tornate a sbocciare le rose; le grandi foreste Valdiviane offrono quell’ossigeno all’atmosfera, sospinto dal soffio imponente delle Ande; il Magellano diffonde la luce riflessa del suo vasto e frastagliato candore di questo nuovo futuro; Rapa Nui osserva, alta nel suo Pacifico esilio volontario, la luce di questo nuovo avvenire. E’ nato il Cile di Gabriel Boric, continua il cammino e la lotta dell’America Latina.

Cristiano Roccheggiani

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