Cina: la geopolitica della nuova Via della Seta

Cina
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Il progetto della nuova Via della Seta sembra fare progressi anche verso l’Europa: qualche settimana fa a Londra è arrivato per la prima volta un treno merci della statale China Railway, con 24 container, dalla Cina e la premier britannica Theresa May ha accettato, secondo la Reuters, l’invito a maggio in Cina per un incontro al quale saranno presenti i maggiori paesi aderenti all’imperiale progetto “Una Cintura Una Via” (One Belt One Road) partito nel 2013 quando il leader Xi Jinping ne disvelò la mission e i primi contorni.
Qualcuno starà pensando alla capacità britannica di difendersi da eventuali contraccolpi derivanti dalla Brexit, ma il progetto per quanto imponente non ha necessariamente un futuro radioso. E non solo perché gli americani ne sono fuori.

Si tratta di una piattaforma che deve sviluppare, combinandole, due rotte commerciali: una terrestre e l’altra marittima per congiungere l’Asia e l’Europa. La prima comporterà la creazione e l’ammodernamento attraverso infrastrutture di vario genere (in particolare strade e ferrovie che attraverseranno l’Asia centrale, ma anche centrali energetiche, riqualificazione urbanistiche, …); la seconda, quella marittima, vedrà la nascita e il potenziamento di tutte quelle strutture a cominciare dai porti che dovrebbero rendere, commercialmente, un unico continente, l’Eurasia.
Evidentemente la piattaforma non basta. Il governo cinese ha fatto nascere nel 2014, insieme ad altri 56 paesi fondatori, la Asian Infrastructure Investiment Bank (Aiib) con 100 miliardi di dollari di capitale e di fatto aperta a chiunque voglia sostenere lo sviluppo dell’Eurasia. Già vi fanno parte paesi che sono al di là delle rotte, come la Norvegia e sicuramente tenderà ad allargarsi con l’adesione di altri paesi africani e sudamericani.
Nel 2016 la Aiib ha investito 2 miliardi di dollari e, secondo il suo Presidente Jin Liqun, nel 2017 impiegherà tra 3 e 5 miliardi per arrivare nel 2018 ad una decina di miliardi. Da gennaio a ottobre 2016 ha finanziato sei progetti e ne ha proposti sette, interessando tra le altre le economie di India, Pakistan, Indonesia, Armenia, e Kazakistan [1] .
Secondo Simone Pieranni la Cina potrebbe riuscirci non commettendo gli errori di Washington rispetto ad altri accordi, perché non è un trattato ma una piattaforma che può essere sfruttata di chiunque per gli investimenti; perché non vengono richiesti modelli politici in quanto la Cina «ha bisogno di stabilità e pace»; perché il progetto è sostenuto da Aiib o il fondo per la via della seta nei quali è dato un ruolo ai paesi in via di sviluppo e poi perché «i cinesi sono culturalmente più inclini al compromesso che allo scontro e questo si riflette inequivocabilmente nelle relazioni internazionali» [2].
Gli obbiettivi potrebbero essere raggiunti, come scrivono Zhang Jian e Dong Yifan, anche grazie al fatto che l’Aiib da una parte è compatibile, anzi può cooperare, con altri istituzioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale o la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) o la Banca europea per gli investimenti (Bei) e da dall’altra è composto da «membri sovrani e altri partner finanziari, garantisce un’elevata condivisione del rischio»[3].
Il progetto è sicuramente al centro della strategia di Pechino per il consolidamento del suo ruolo di potenza globale di fronte agli Stati Uniti, magari passando come difensori della globalizzazioni e del libero mercato come Xi Jinping ha lasciato intendere a Davos, in Svizzera. Ma è anche un ambizioso obbiettivo economico per trovare altri mercati per la produzione industriale cinese e, come spiega Dario Fabbri, «per integrare le regioni interne della Cina nel sistema di sviluppo nazionale e dismettere il surplus di produzione accumulato negli ultimi anni. Soltanto se Pechino saprà centrare tali obbiettivi di retroguardia le vie della seta potrebbero acquisire valore eversivo nei confronti dell’attuale sistema internazionale» [4].

I traguardi, però, sono molto complessi da raggiungere a cominciare dal fatto che per quanto ci sembrino enormi le cifre messe a disposizione per gli investimenti, siamo ben lontani dai trilioni di miliardi che occorrerebbero, secondo Hsbc, nei prossimi quindici anni per unire l’Eurasia [5].
Una altra barriera molto alta da scavalcare sono le condizioni economiche e politiche instabili di molti dei paesi che dovranno essere attraversati e congiunti verso idee condivise. Pensiamo all’Afghanistan che pur non trovandosi esattamente sulla via della seta è un nodo strategico: confina con il Pakistan, la Cina, il Tajikistan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan e ,l’Iran. È di fatto ancora in guerra e pullula di combattenti e terroristi di varia provenienza. Come ha detto l’Ambasciatore cinese all’inaugurazione della prima linea ferroviaria commerciale che collega l’Afghanistan con la Cina «without Afghan connectivity, there is no way to connect China with the rest of the world» [6].
Infine per la riuscita del progetto bisognerà considerare il ruolo degli Stati Uniti che non accetteranno facilmente un altro ordine mondiale che comunque sarà difficile instaurare perché la Cina oltre a non essere in grandi condizioni economiche (leggi crescita limitata e incapacità di smaltire tutto il suo surplus, dipendenza dall’export verso gli USA, mercato interno asfittico,… ) non possiede ancora, e non l’avrà per molti anni, una potenza navale distribuita su tutte le aree strategiche del pianeta. E tutto questo verrà usato secondo le strategie di Washington.
Pasquale Esposito

[1] Zhang Jian e Dong Yifan,“AIIB e vie della seta. Due facce della stessa medaglia”, in Limes 2017/1, pag. 69
[2] Simone Pieranni, “Perché la Cina non commetterà gli stessi errori degli Stati Uniti”, www.eastonline.eu/it/, 26 gennaio 2017
[3] Zhang Jian e Dong Yifan, ibidem, pagg. 71 e 72
[4] Dario Fabbri, “Assalto alla Cina. La svolta strategica degli Stati Uniti”, in Limes 2017/1, pag. 109
[5] Jacob L. Shapiro, “Gli Stati Uniti controllano già le vie della seta”, in Limes 2017/1, pag. 100
[6] “Eurasia e jihadismo – Guerre ibride sulla Nuova Via della Seta”, https://web.archive.org/web/20180908161643/http://www.bloglobal.net/2017/01/eurasia-e-jihadismo-guerre-ibride-sulla-nuova-via-della-seta.html, 17 gennaio 2017

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