Cina: scontro con gli USA, controllo sociale, Nuova Via della Seta. A parlarcene è Simone Pieranni

Cina
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La Cina è una potenza globale le cui vicende sono sempre complesse e districarsene non è affatto semplice. Per poterlo fare abbiamo intervistato Simone Pieranni, esperto di primo piano, che ci ha fornito importanti piani di lettura grazie allo spessore delle sue risposte.

Simone Pieranni, genovese, è un giornalista e saggista italiano. Nel 2009 ha fondato China files, un’agenzia editoriale con sede a Pechino specializzata nella produzione di contenuti dall’Asia. È caporedattore de il manifesto. È autore di diversi libri, tra cui Cina globale (manifestolibri) e il romanzo Genova Macaia (Laterza). Con Giada Messetti è co-autore di Risciò, un podcast sulla Cina contemporanea.

Vladimir Putin, in un’intervista al Financial Times ha sostenuto, tra le altre cose, che il liberalismo è diventato obsoleto, pronunciandosi contro le libertà individuali, le persone lgbtq+, i migranti, di fatto stilando un manifesto del sovranismo e della democratura a cui aspirano molti leader populisti. Xi Jinping non farebbe dichiarazioni di questo genere, troppo irrispettose per la diplomazia cinese? Ma il sistema cinese, con le dovute differenze, ha somiglianze con quello prospettato da Putin?

Xi Jinping ha dimostrato in più occasioni di essere molto cauto, almeno da quando è presidente della Rpc. Nei suoi articoli, ad esempio quelli pubblicati da Corriere della Sera e Le Figaro (ma perfino sul quotidiano dei lavoratori nordcoreano), in occasione delle visite in Italia, Francia (e Corea del Nord) ha usato toni assolutamente pacati. Il suo refrain è che l’ascesa della Cina è pacifica, non è «contro» qualcosa, ma si riferisce a una «comunità di destini comuni» che tiene dentro tutto. Anche la stessa Obor, la Nuova via della seta, viene sempre presentata come progetto win win.
Xi Jinping è ideologico e pragmatico, ma molto cauto politicamente, lo è sempre stato. Internamente è diventato più spregiudicato solo da quando è al potere, ma all’esterno mantiene la nota cautela tipica della Cina in sede internazionale anche per trasmettere l’idea di una potenza pacifica, comprensiva, tesa a offrire progetti vincenti per tutti. In Cina il dibattito politico sulla governance mondiale è in corso perché viene dato per scontato che la crescita cinese (e asiatica in generale) stia modificando gli assetti mondiali. Il Pcc è convinto che saremo di fronte a un nuovo bipolarismo, ma ritiene altresì che sia da evitare un atteggiamento spregiudicato ed «egemone» come quello degli Usa e mantenere invece un atteggiamento capace di «redistribuire potere». Il suo sistema è rodato non solo dagli anni di Repubblica popolare, ma anche da una storia che non ha mai visto, di fatto, una fase democratica (a parte una brevissima parentesi repubblica a fine impero).
I cinesi non ritengono utile la democrazia, ritengono che il proprio modello, che oggi è un’economia aperta al commercio mondiale, ma guidata in modo energico dallo stato, sia il migliore per consentire alla Cina di gestire popolazioni e relazioni internazionali. A questo proposito Daniel A. Bell un sociologo canadese e grande esperto di Cina nel 2015 ha scritto un libro proprio sul confronto tra meritocrazia cinese e democrazia occidentale, riprendendo un tema molto discusso in Cina.

Sempre per stare nello stesso tema, in un articolo di qualche mese su Foreingn Affairs intitolato “China’s Future Is South Korea’s Present”, Hahm Chaibong spiega come la Corea del Sud durante l’era Park, la Cina “sta vivendo i limiti della liberalizzazione economica senza una riforma politica. L’economia cinese oggi soffre di enormi inefficienze e problemi di produzione dovuti all’eccessivo controllo dello stato. Lei vede un futuro alla Putin o uno più simile alle democrazie liberali?

È sempre molto difficile predire il futuro riguardo la Cina (addirittura c’è una sorta di settore nella produzione saggistica che è un campo di battaglia tra i sostenitori del «crollo» della Cina che prima o poi avverrà e chi invece sostiene che assolutamente non accadrà…), ma come ho scritto precedentemente, non credo che il sistema cambierà: la Cina non ha alcuna intenzione di cambiare, almeno fino a che al potere ci sarà il partito comunista. Ma del resto questa idea è piuttosto diffusa anche nella popolazione benché non sia sempre facile generalizzare in Cina. Tendenzialmente il Pcc viene visto come ago della bilancia e come un argine al rischio di «luan», il caos. Non dimentichiamo che solo 50 anni fa la Cina era in preda alla Rivoluzione culturale. Nessun cinese vuole tornare indietro. Il passaggio dalla povertà a una «moderata prosperità» ai cinesi va benissimo anche a scapito della rinuncia ad alcuni diritti (che per altro secondo la gran parte dei cinesi sono «occidentali»). Il patto, se vogliamo chiamarlo così, fu siglato nel sangue: nel 1989 Deng Xiaoping, mandando i tank contro studenti, operai e abitanti di Pechino disse ai cinesi che si sarebbero potuti arricchire, ma che l’autorità e la centralità del Partito comunista non era assolutamente in questione.
Oggi, sempre che l’economia mantenga una crescita necessaria, questo patto vale ancora. Sarà Xi Jinping presumibilmente a doverlo rinnovare: in economia c’è un mondo di aziende privati e imprenditori che in questo momento sta soffrendo il peso dello stato sull’economia. Sono i settori che possono complicare la vita al Pcc che deve trovare una soluzione. Esiste poi una sorta di equivoco: in un recente discorso ai quadri del partito Xi Jinping, solo nella sintesi offerta dalla Xinhua, ha citato almeno una dozzina di volte la parole «riforme»: ma non si tratta di quelle che ci si auspica in Occidente. Si tratta di riforme all’interno del sistema cinese e non di «aperture», in primo luogo. In secondo luogo non si riferiscono mai a riforme politiche come ad esempio l’avvio di processi democratici nel sistema politico cinese.

In un articolo di qualche tempo, citando Foucault, “Sorvegliare e punire. Il laboratorio sociale della Cina in Xinjiang” ci ha parlato del vasto controllo attraverso la tecnologia e le persone in quel territorio. L’intelligenza artificiale, i big data, l’internet delle cose e tutta la sofistica potenza tecnologica oramai in possesso delle aziende cinesi fanno si che il controllo possa andare molto al di là di quei territori e popolazioni, come del resto in molti altri paesi anche occidentali?

La Cina ha una lunga tradizione in tema di controllo sociale, fin dai tempi imperiali. Alcune dinastie progettarono le città in modo tale da esercitare un controllo costante sulla popolazione. Le “work unit” del periodo maoista hanno svolto questo compiti, tra gli altri. In generale per i cinesi essere controllati o, per meglio dire, rinunciare a parte della propria privacy in cambio di “sicurezza”, è un accordo accettabile. Il progresso tecnologico ora sta consentendo al governo di avere ancora più strumenti per controllare la popolazione.
Ci sono due punti al riguardo: in primo luogo la spinta tecnologica fa parte della trasformazione del paese voluto dalla dirigenza. Da paese trainato dalle esportazioni, la Cina è ormai un paese che produce in modo qualitativo puntando tutto sull’innovazione. Il progetto Made in China 2025 consiste proprio in questo: potenziare i settori tecnologici perché la Cina cominci a esportare tecnologia di alta qualità (molte delle telecamere “intelligenti” in giro per il mondo sono di fabbricazione cinese, ad esempio). Entro il 2030 punta a diventare leader nell’intelligenza artificiale e ha messo come obiettivo la costruzione di 500 smart city. Questo progresso naturalmente al governo consente anche molto in termini di controllo, puntando sulla “sicurezza”. Analogo è il discorso ad esempio sui “crediti sociali”: i cinesi sono generalmente favorevoli a un sistema di punteggio basato sui comportamenti virtuosi, perché ritengono molto labile la fiducia tra cittadini. Ovviamente il rischio, secondo gli Usa e altri paesi occidentali, è che l’esportazione di questa tecnologia possa portare gli occhi di Pechino anche su dati di paesi stranieri (vedi il caso Huawei).

Veniamo ad Hong Kong che è stata sulle prime pagine dei giornali nei giorni passati per le proteste, anche violente, in occasione della legge sulle estradizioni. Mi sembra che la leadership cinese abbia mantenuto una posizione equilibrata. Si tratta di proteste limitate o affondano le radici in motivazioni più profonde? Cosa accadrà se dovessero continuare?

La Cina ha tenuto una posizione equilibrata perché sa bene che il processo è irreversibile, Hong Kong per Pechino è già Cina. Le proteste sono principalmente anti cinesi (e non solo contro la proposta di legge sull’estradizione): Hong Kong ha una lunga tradizione di manifestazioni e benché persa dalla Cina dopo le guerre dell’oppio ha sviluppato una sua autonomia (limitata perché ad esempio non c’è il suffragio universale) alla quale tiene molto. E la Cina viene vista come un pericolo. Ma economicamente l’”aggancio” c’è già stato. Il fatto che Carrie Lam abbia definito “morta” la sua proposta (che pare non sia stata richiesta da Pechino) di sicuro riporterà una certa tranquillità. Per il resto non credo che Pechino arriverà mai a concepire una nuova Tiananmen ma ha strumenti per limitare e non poco le proteste (ad esempio con gli arresti dei leader dei manifestanti come fatto nel 2014)

Lo scontro globale per la superiorità sul pianeta tra USA e Cina passa anche attraverso la guerra dei dazi. Una guerra voluta da Trump che mette a rischio la crescita mondiale. Dopo il G20 i negoziati dovrebbero riprendere. Gli Stati Uniti continuano a voler vedere ridotto il deficit commerciale con la Cina (500 miliardi di dollari all’anno) e vogliono misure che garantiscano la difesa della proprietà intellettuale. La Cina oltre ad un negoziato commerciale senza sottesi ideologici vuole che vengano eliminati gli ostacoli a Huawei per l’acquisto di componenti hi-tech dalle aziende americane. Cosa pensa accadrà nelle prossime settimane? Quanto è probabile uno scontro frontale e quali sarebbero le risposte di Pechino?

Le ultime notizie dicono di una ripresa dei negoziati. Le sanzioni sono solo il punto più visibile di uno scontro che ha a che vedere con la leadership tecnologica e in particolare il 5G. Credo, benché sia difficile prevedere il futuro tanto più con Trump di mezzo…, si andrà avanti a strappi. Il rischio è che uno scontro non avvenga direttamente ma per procura (ad esempio nel Mar cinese meridionale o in zone dove la Cina sta investendo molto in termini di costruzioni di porti che secondo gli Usa potrebbero nascondere mire per basi militari).

Anche la Cina è uno dei paesi che potrebbe subire conseguenze catastrofiche dal cambiamento climatico. Cosa sta facendo il governo indipendentemente dagli Accordi internazionali? Quale è il sentimento dei cinesi rispetto alle tematiche ambientali? Quanto è forte l’intreccio tra politica e economia per impedire innovazione nei modelli di produzione e consumo?

È un tema molto sentito per il quale il governo cinese sta lavorando molto. Intanto è stato introdotto il Ministero dell’ambiente. Si sono raggiunti alcuni obiettivi e Xi ha ribadito l’intenzione di voler tenere fede agli impegni presi dal paese alla Cop di Parigi. Naturalmente sarà un processo lungo. In generale però in Cina si è aperto da tempo un dibattito sull’Antropocene: ci si chiede se la Cina riuscirà ad evitare parte degli errori commessi dall’Occidente. Intrecci: sono state aumentate molto le multe per le aziende inquinanti, alcune sono state addirittura chiuse. Si tratta di un tema trasversale, interclassista potremmo dire. Per questo anche molte proteste su temi relativi all’ambiente sono supportate anche dal governo: nessuno vuole vivere in un paese inquinato (e questo ribadisce anche il ruolo del Pcc di cui parlavamo in precedenza).

Parte della strategia di espansione commerciale, e non solo, è la Nuova Via della Seta. A che punto siamo? Quali prospettive e quali limiti in questo progetto per Pechino? E ci sono stati passi concreti dopo il memorandum con l’Italia?

La Nuova via della Seta potrebbe essere definita come la concezione cinese della globalizzazione (a guida cinese naturalmente), quindi sarà un progetto che si misura su tempi lunghi: il primo bilancio sarà fatto nel 2049, il centenario della nascita della Repubblica popolare. La Cina ha investito moltissimo, ha creato due organi finanziari ad hoc: l’obiettivo è riversare su nuovi mercati il surplus manifatturiero della Cina e dall’altro garantirsi il controllo sugli snodi più importanti, liberandosi anche dalla dipendenza di alcuni di essi (Malacca, Suez ad esempio). Il progetto procede, benché ora ci sarà un rallentamento, quanto meno in termini di propaganda, a causa delle critiche che sono piovute dai paesi occidentali (che imputano alla Cina di provocare in molti paesi la cosiddetta trappola del debito).
Quanto all’Italia: no. Credo che ogni governo possa scegliere le alleanze che meglio crede, ma bisogna anche sapersi muovere in modo intelligente, cauto e sapendo bene cosa ottenere da certi accordi: esattamente il contrario, a mio avviso, di come si è mosso l’attuale governo italiano. Il Mou è servito alla Cina politicamente. All’Italia, se vogliamo, ha creato solo problemi con gli Stati uniti.

Pasquale Esposito

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