Cinquanta sfumature di MasterChef: edizioni nel mondo.

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Il talent culinario più amato dagli italiani non è un mirabile prodotto nostrano, bensì una geniale invenzione del regista britannico Franc Roddam, andato in onda in esclusiva per la BBC nel 1990. Nel 2000 viene trasmesso negli USA e nel 2005 rinnovato ed esportato in tutto il mondo.

In molte delle edizioni nazionali si sono susseguiti giudici di grande fama internazionale, ospiti illustri e competenti, sfide in esterna al limite dell’estremo e mistery box assurde. Su Sky abbiamo potuto goderci le versioni più occidentali e “occidentalizzate”, se così si può dire, del programma, quali MasterChef UK, USA, Australia, Canada, Italia, Spagna, India e Filippine. Sebbene abbiano lievi differenze tra loro in quanto a format, dal punto di vista della cucina e della critica,  e non è campalinismo, il Bel Paese non ha eguali.

Da grande appassionata quale sono di questo tipo di programmi mi è sempre piaciuto eleggere il mio preferito e il peggiore tra quelli visti. Del primo la scelta è stata appena fatta e ne ho parlato in una precedente occasione.

Non potendo assaggiare i piatti, ma conoscendo le abitudini culinarie dei Paesi presi in considerazione – cari americani, mi riferisco alla vostra passione per il ketchup sulla pasta – posso solo limitarmi al montaggio e allo sviluppo dei programmi, suspense compresa, messi in campo nelle edizioni dei vari Paesi.

Le differenze si basano sulle aspettative del pubblico, come se il format esistesse solo per le esigenze del telespettatore. Ciò si evince principalmente nei metodi di giudizio come nella versione statunitense che predilige la teatralità, con favolosi lanci di piatti, beep a non finire, insulti e parolacce.

In Australia, invece, troviamo giudici paterni e benevoli, pronti ad assaggiare le peggiori schifezze senza batter ciglio e sempre con qualche buona parola da dispensare. La versione australiana è indubbiamente quella più lunga e noiosa con giudizi che risultano troppo stucchevoli e poco veritieri. Un esempio? La quarta stagione constava di ben settanta episodi e per essere più chiari, per l’eliminazione di un concorrente bisognava sorbirsi tre lunghissime puntate. Pur essendo il peggiore dei programmi bisogna e nonostante sia molto prolisso, dopo ben sei edizioni, la creatività nel proporre sfide sempre nuove e piatti mai scontati non mancano.
Non così per MasterChef Spagna. Un’altra edizione non eccellente.  Piatta dal punto di vista culinario, dove la sperimentazione è limitata e la creatività ingabbiata nei piatti tipici e nei soliti accostamenti di ingredienti della tradizione. Non gioca a favore dell’edizione iberica (e nemmeno di quella indiana) e della sua visione la qualità delle immagini delle puntate trasmesse: scelta creativa o problemi di trasmissione?

L’influsso della cucina italiana è molto presente in tutte le edizioni e versioni del format Tra l’altro il vincitore di MasterChef USA del 2013 fu Luca Manfè che si presentò nel 2012 alle audizioni senza prendere il grembiule, ma che l’anno successivo riuscì a guadagnare il titolo di nuovo chef non professionista d’America portando in finale il frico, piatto tipico friulano.

Un aspetto sembra accomunare tutte le edizioni: le finali che si trascinano dietro interminabili e sterili polemiche   sui vincitori, sulle dirette, sui giudici, insomma, su qualsiasi cosa criticabile in un talent obiettivamente di successo.
Non si può sapere se quella dei programmi culinari sia solo una moda passeggera o se la televisione risponda ad un’attuale esigenza del pubblico, ma fa piacere vedere come una cucina, molto spesso la stessa cucina, venga esportata e reinterpretata in tutto il mondo, assicurandosi molti feedback positivi.
Michela Bonamici

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