Circo Massimo 22.06.2014. I Rolling Stones a Roma.

The Rolling Stones Circo Massimo
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L’ultima volta che i Rolling Stones suonarono a Roma fu 7 anni fa allo Stadio Olimpico e c’erano 35 mila persone. Era il 6 luglio del 2007, ma la stessa sera Lou Reed, all’Auditorium, quindi a neanche un chilometro di distanza, presentava il suo capolavoro Berlin e non si poteva mancare. Il giorno dopo un mio vicino che faceva il custode in uno studio di doppiaggio cinematografico fra Piazza Santa Maggiore e Via Nazionale, in un sabato pomeriggio deserto e canicolare si vide piombare all’improvviso Martin Scorsese, Mick Jagger e Keith Richards che dovevano visionare i giornalieri per il film Shine a Light.

La volta prima, nel lontano 1990, gli Stones dovevano suonare due sere allo Stadio Flaminio, ma furono costretti ad annullare la seconda data per mancanza di prevendite. Vasco Rossi la settimana prima aveva riempito lo stesso stadio tre o quattro volte consecutivamente ed i giornaloni si misero subito a sproloquiare sul declino degli allora già cinquantenni inglesi e sulla rivincita del rock italiano.
Ero a quel concerto comodamente seduto in tribuna grazie ad un colpo di fortuna e realizzai fondamentalmente due cose :
1) solo vedendoli dal vivo si capisce perché i Rolling Stones sono i Rolling Stones
2) i Rolling Stones suonano ad un volume allucinante (i maligni dicono per coprire le magagne strumentali) ma io ero contento perché se non vado a casa con le orecchie che fischiano non mi sembra di essere stato ad un concerto rock.
Ho ancora nella mente, come un ricordo indelebile, Mick Jagger, assiso su una torre del palco, avvolto nel mantello rosso e nelle fiamme dell’inferno insinuare le parole immortali di Sympathy for Devil e Keith Richards, già il volto scolpito nel granito di una vita troppo vissuta, lanciarsi in una spettrale Happy.

24 anni dopo, richiamati dalla suggestione delle vestigia antiche ed evocative del Circo Massimo, quando Roma ci si mette non c’è altro luogo che tenga, e dalle celebrazioni di un cinquantennio di attività che ha risvegliato nuovi entusiasmi intorno alla band (uno splendido documentario “Crossfire Hurricane”, il concerto ad Hyde Park dello scorso anno) si sono presentati in 70.000 all’appuntamento, consegnando alla storia un evento mitico. Come li ho ritrovati? Come sempre. Splendidamente sciatti e meravigliosamente scordati, condannati dal loro stesso azzardo a replicare la stessa scaletta all’infinito. Ma la sequenza di canzoni probabilmente non ha eguali. Il riff di Jumpin’ Jack Flash che apre il concerto è la pietra d’angolo su cui è stata edificata la grande casa del rock’n’roll. Let’s spend the night together negli anni sessanta veniva censurata nei passaggi radiofonici e televisivi per non istigare i giovani a comportamenti lascivi. It’s only rock’n’roll (but I like it) è il manifesto di quel beat semplice ed elementare capace di far scuotere il bacino e vibrare l’anima.

Mick Jagger è in forma strepitosa, lui il debito con il diavolo l’ha sempre saldato per interposta persona. Corre, balla, salta, blandisce il pubblico perché sa che può portarlo dove vuole. Keith Richards è l’architetto di quel suono, gli vogliamo bene perché, nonostante le luci della ribalta, la sua è stata una vita dura, prigioniero dei propri vizi e gli perdoniamo tutto. Ron Wood è quello che si diverte sempre più di tutti. Charlie Watts è il ritmo. La band è irrobustita dal basso di Darryl Jones, uno che ha suonato con Miles Davis tanto per dire, dalle tastiere di Chuck Leavell dagli Allman Brothers Band, nel posto che negli anni fu occupato da Nicky Hopkins e da Billy Preston, dai fiati di Bobby Keys (chissà come la moglie gli ha permesso di andare ancora in tour con gli Stones) e dalla voce di Lisa Fisher. Ma c’è anche il grande Mick Taylor, il chitarrista che sostituì Brian Jones alla fine degli anni sessanta e che lasciò la band alla metà dei settanta per salvarsi la vita, lontano dal folle stile di vita di quel periodo. E insieme ad un Mick Jagger all’armonica regala uno dei momenti più intensi della serata, una versione da favola di Midnight Rambler, carica di blues e di buone vibrazioni. Tumblin’ Dice, Honky Tonk Woman, Miss You, Respectable, scelta dal pubblico, dal disco del 1977 Some Girls, la risposta dei dinosauri agli artigli del punk, Start Me Up, Sympathy for the Devil, Gimme Shelter, una delle più belle canzoni di sempre, Brown Sugar. Cosa puoi volere di più dalla vita? Sì certo, ad essere pignoli, forse mancavano Angie e Paint it Black. Ma ci sono ancora i bis, la sempre commovente You can’t always get what you want ed il riff che secondo me accese veramente le polveri della rivolta giovanile nel mondo, quello immortale di Satisfaction. Ed è curioso sentir cantare da uno che ha avuto tutto dalla vita che “non sempre si può ottenere quello che si vuole” e che “non si riesce a trovare soddisfazione”! I fuochi d’artificio poi rischiarano il cielo di  Roma e l’abbraccio del gruppo è un arrivederci ancora su questi schermi perché una cosa è sicura, questi moriranno su un palco…del resto, cos’altro può fare un ragazzo nella sonnolenta Londra se non suonare in una band di rock’n’roll.
Mario Barricella

Flashback: nel 1985 ero sulla spiaggia di Essaouira in Marocco, cantata anche da Jimi Hendrix. Stavo pranzando in un capanno sul mare e una radio mandava Angie. Il tempo era sospeso, tutto era straordinariamente antico e  perfetto, al suo posto…era il 1973 e quello era il nuovo singolo dei Rolling Stones.

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