CitBot, violenza di genere e il senso di Noi. Un confronto con Marco Cappato

murales e donne di valore
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È stato tanto facile contattarlo quanto complicato poi riuscire davvero a parlarci. Marco Cappato, un fiume in piena di idee e straripante di azioni. Passa da un impegno all’altro senza sosta, senza risparmiarsi. Con buona pace del suo addetto stampa che, forse, a un certo punto, si è intestardito più di me sul cercare di riuscire a conciliare il nostro tempo. La voglia è nata quando tra le mani mi è capitato il comunicato dove l’Associazione Luca Coscioni annunciava che il CitBot, il chatbot delle libertà civili lanciato a novembre 2019, grazie alla collaborazione con l’associazione Donne in Rete Contro la Violenza (D.i.Re) avrebbe dato supporto anche alle donne vittime di violenza.
Erano settimane che seguivo con preoccupazione le notizie relative all’incremento di oltre il 73% dei casi di denuncia di violenza domestica in questo periodo di segregazione forzata, e l’idea che un servizio di intelligenza artificiale potesse abbattere le mura carcerarie delle vittime mi ha incuriosita.
In questa fase di digitalizzazione accelerata gli strumenti che hanno accorciato le distanze sociali, lavorative e scolastiche potevano essere un canale di ascolto anche per tanti disagi sociali.

E Marco Cappato, nella denuncia di disagi e nella lotta per il riconoscimento di libertà e diritti è uno che si sporca le mani. Attivista e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, fondatore di Eumans (movimento di cittadini europei con obiettivi di sostenibilità), impegnato su più fronti, è stato deputato al Parlamento Europeo e Consigliere Comunale di Milano. Ma è soprattutto dopo aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo per consentirgli di ricorrere al suicidio assistito che è divenuto popolare sul piano sociopolitico, non solo italiano.

CitBot è un sistema di intelligenza artificiale che si propone di dare supporto su temi da sempre cari alla vostra associazione, come testamento biologico, interruzione volontaria di gravidanza, immigrazione, fecondazione assistita, cure palliative e unioni civili. Fornisce risposte basate su informazioni ufficiali di organismi quali Ministero della Salute, Organizzazione Mondiale della Sanità, Ministero del Lavoro, European Centre for Disease Prevention and Control. Da marzo il sistema è di supporto anche su problemi legati a violenza sulle donne e Coronavirus. Chi si rivolge a voi e perché.
CitBot non ha la pretesa di esaurire il rapporto con la persona. È una sorta di servizio di prima accoglienza che serve a dare risposte standard quando possono essere date, in modo anche da scaricare le organizzazioni no profit, come quelle seguite dall’Associazione D.i.Re., che non hanno a disposizione gli stessi strumenti delle linee private dei call center, aperti tutto il giorno e tutta la notte. Quindi fare sì che la richiesta immediata venga raccolta e non persa. Ci sono persone alle quali è sufficiente dare un’informazione, ci sono altre che invece hanno bisogno di un rapporto più personale. In questi ultimi due mesi sono arrivate quasi 400 domande. Non sappiamo chi si rivolge a CitBot poiché la conversazione col sistema è anonima e non viene trattenuto alcun dato dell’utente. Ma da un’analisi delle domande possiamo percepire che si tratta di un pubblico eterogeneo.
L’intensità delle domande sui relativi temi è generalmente in linea con l’attualità. Quando l’attenzione mediatica era rivolta alle problematiche relative alla violenza domestica, le persone cercavano approfondimenti su quel tema, così come quando si è parlato di aborto e fecondazione assistita in tempi di lockdown. Le domande sul coronavirus hanno seguito la diffusione dei contenuti al centro dei decreti.

CitBot è un sistema in evoluzione che, grazie ad un algoritmo, è in grado di “imparare” a riconoscere le domande con sempre maggiore precisione a mano a mano che viene utilizzato. Intelligenza artificiale. Quali vantaggi ha portato una soluzione di questo genere?
Direi che forse è proprio il fatto che si diano informazioni utili e gratuite senza trattenere dati, e disponibili 24 ore su 24 dal computer di casa e dal telefonino. Questo ha aiutato le persone che fanno più fatica a rivolgersi a un consultorio e al medico di base per rivolgere alcune domande più intime e sensibili.

Noi donne durante il lockdown abbiamo imparato a fare il pane, aiutare i figli a fare i compiti e a depilarci da sole. Dovremmo imparare anche ad amarci di più?
Una cosa che a me ha colpito è la dichiarazione che si è sentita molto, anche giustamente, “è però qui in questa situazione finisce che noi donne dobbiamo…”. Credo che la prima cosa sia proprio provare a ribellarsi, nella misura del possibile, al fatto che ci sia una conseguenza per “noi donne”. All’interno di una organizzazione domestica familiare, il fatto che i bambini debbano restare a casa non è un problema delle donne, è un problema delle donne e degli uomini, è un problema della famiglia. Che poi di fatto questo sia ricaduto prevalentemente sulle spalle delle donne è la conseguenza di come ancora l’organizzazione del lavoro, della società e dei compiti all’interno della famiglia siano lontani dall’avere raggiunto condizioni di parità e di eliminazione di ogni forma di discriminazione, differenza. Non sto dicendo che non sia vero, però credo che una premessa di rifiuto del fatto che così debba essere, che così debba andare, sia la premessa necessaria. E forse questo è collegato alla tua domanda, cioè perché amarsi, non si potrebbe non essere d’accordo con l’amarsi di più. Ciascuno di noi lo dovrebbe fare, però partendo da una condizione che non sia di rassegnazione, nemmeno teorica, nemmeno verbale, al ruolo al quale genericamente poi ci si tende a confinare. Questo credo che sia importante. Poi dopo si fanno i conti con la realtà, ma partendo dall’idea che la realtà debba rifiutare qualsiasi ruolo precostituito. Ecco, questa credo che sia una forma di amore. Poi può significare scegliere anche una situazione e un ruolo, ma non perché c’è un dovere e che questo dovere debba essere attribuito alla donna invece che all’uomo.

Quindi tu pensi che sia soprattutto un problema legato ai ruoli, a questa vecchia concezione della famiglia.
No, però questa è una permessa quasi mentale. Lo si sente e lo si legge anche da donne che, non perché siano d’accordo, danno per scontato “questa cosa sta soprattutto colpendo noi donne… perché poi alla fine siamo noi che dobbiamo…” ecco, è vero, ma necessita una premessa che non è la soluzione. Non sto dicendo che questo accade perché le donne accettano quel ruolo, dico che un modo per far sì che questo non accada è innanzitutto contestare che le cose debbano andare così. Poi il problema rimane molto concreto e reale. Pensavo al fatto che 21 componenti su 21 del Comitato tecnico-scientifico del quale si avvale la Protezione Civile in questo periodo di emergenza siano uomini. È la conseguenza del fatto che ancora oggi i direttori generali dei ministeri e degli altri organismi coinvolti alla fine, guarda caso, siano tutti uomini. È chiaro che queste sono delle spie, dei sintomi di un problema più profondo e non è occupandosi del sintomo che si risolve il problema. Però il sintomo va aggredito. Anche il sintomo del tic verbale, del riflesso della frase o il sintomo della composizione errata di un organo di consiglio va rifiutato in premessa in modo netto. Non è possibile e non è ammissibile che una commissione di esperti sia composta da soli uomini e non per un discorso di quote, ma per un discorso di merito. È statisticamente impossibile che un comitato del genere rifletta il merito presente nella società italiana e nell’amministrazione pubblica. Perché vuol dire che sconta delle dinamiche che hanno punito il ruolo della donna, indipendentemente da esso.

Secondo te qual è la strada migliore per cambiare questi schemi
Ci sono delle misure coercitive che possono essere indispensabili in modo temporaneo. Io non sono un fanatico di una società fatta di regole o quote di riserva. Le cose di riserva devono avvenire quando non arriva da sola la ragionevolezza delle persone. Oggi dovrebbe essere evidente a tutti che un comitato di soli uomini è un comitato più povero. Dovrebbe saltare gli occhi. La prima cosa da fare è dirlo, sempre. Non accettare ciò che si manifesta discriminatorio. Persino la frase “è così noi donne siamo costrette a”. Non accettiamo questa frase. “Noi donne dobbiamo”. No. Bisogna essere molto rigorosi anche in termini verbali, di comunicazione, a non farne passare una liscia, a esigere che ci sia una presenza. In alcune determinate situazioni deve essere anche un fatto formale giuridico. Io penso che un comitato di soli uomini non sia neanche legale, non sia adeguato da un punto di vista costituzionale.

Un tuo pensiero sul problema della violenza di genere per capire come possiamo “noi donne” fare passi avanti per affrontarlo. Finora abbiamo utilizzato mezzi e strumenti sbagliati?
Se abbiamo sbagliato, abbiamo sbagliato tutti. Nel senso che penso che questo sia un problema e un obiettivo per chi ci crede, e quindi anche per gli uomini che ci credono. Se qualcuno ha sbagliato non hanno sbagliato “le donne”, hanno sbagliato gli uomini e le donne che credono che questo obiettivo meriti di essere perseguito. Non credo che ci siano stati degli errori. Abbiamo davanti un compito enorme. Gli errori ci sono sempre, se ne fanno sempre.

Aiutano anche ad imparare
Si, se ne fanno mille al giorno ovviamente. Quindi non è che è stato sempre fatto tutto in modo perfetto. Ecco, se devo dire “però un errore c’è stato” è proprio immaginare che questo sia, e io lo dico spesso per i temi delle libertà sessuali, un discorso corporativo. “Gli omosessuali si occupano dei diritti degli omosessuali”. No. Gli omosessuali si occupano, insieme agli eterosessuali, della questione della libertà sessuale. Bisogna sottolineare il fatto che sono gli uomini e le donne che si occupano di una società dove non ci sono discriminazioni di genere e di ruoli di genere nei quali confinare la donna, ma anche l’uomo. Perché l’idea che l’uomo debba essere, che ne so, un macho, uno che non piange o che non lava i piatti o che…è un’umiliazione anche per l’uomo. Certo con delle conseguenze diverse, un’umiliazione che a volte provoca “vantaggi”. Quindi è molto diverso, molto “meglio”. Però un uomo che si vergogna di lavare i piatti si deve sentire umiliato da una discriminazione di genere! Poi, certo, se se ne fotte perché così invece di lavare i piatti si sdraia sulla poltrona vuol dire che è un’umiliazione che non lo interessa. Ma è sempre un’umiliazione, è sempre un impoverimento. La discriminazione di genere fa male agli uomini, li danneggia di meno come comodità, ma li danneggia comunque come personalità, come animus, come modo di guardare le cose, di guardare la vita.

Avevamo a disposizione un tempo limitato prima del suo successivo impegno, e lui ha voluto dedicarcelo fino all’ultimo secondo. In questo lasso, che è sembrato infinito e altrettanto breve, si è formato un tarlo nella mia mente.

Dobbiamo tutti davvero evolverci, iniziando col rivedere e allargare il concetto di “noi”.

Federica Crociani

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