Città infinita e Città riflessa

La città riflessa

Sapevo che avrei ripreso qualche tema cruciale del libro La Città del filosofo , perché ormai corre la mia convinzione che la filosofia riesca meglio ad interpretare e condensare le tensioni che si svolgono essenzialmente (se non esclusivamente) dentro la complessa. Intesa non soltanto come concrezione ed organizzazione materica di edifici, strade, nodi-spazi, e connessioni di vario tipo, materiali ed ora sempre più immateriali, ma anche di meandri profondi, ancestrali del nostro senso umano (antico e nuovo) di essere e di voler essere. Possibilmente staccandoci dall'attuale voglia di un “presente contemporaneo”, che blocca “passato, presente, futuro”. Vivendo costantemente dentro una cultura “esistenziale” temporanea, pur anche “emozionale”, fino all'eccesso di un nuovo (episodico?) “spiritualismo” (l'Angelopoli di Cacciari).
Una divaricazione dalla realtà tangibile, che si allontana, sulla scia, anche, del galoppante “digitale”, con l'aggiunta di un certo “pragmatismo” dilagante, che significa solo disimpegno. Anche per effetto degli ultimi eventi drammatici, che ci incalzano da presso, senza mollarci.
È opportuno una sosta di ri-pensamento, allora, ripercorrendo l'intero processo mentale umano, calato in tal caso nella storia della città, in particolare occidentale europea. Passando dalla Città storica (Polis e Civitas), alla Metropoli, quindi alla post-Metropoli (Cacciari), quest'ultima come scadimento finale, dilagata senza consapevolezza urbanistica, rispetto alle prime due. Verrebbe fatto di chiedersi cosa ci sarà dopo là post-Metropoli, forse là post-post-Città, regredendo, o, all'opposto, migliorando (?), ri-considerando l'immortale valore della Città, parallela alla evoluzione dell'Uomo.

Post-Metropoli come Città-Territorio (non il modello teorizzato decenni fa), che si disperde in un land infinito, e conseguente spaesamento, che non è né conquista di Città, né urbanità ampliata. È la Città nervosa di Cacciari. È anche il senso del Tracollo dell'Urbanistica di Leonardo Benevolo, anche se con un più specifico registro di lettura prettamente urbanistica.
Il dominio urbano precedente si scioglie in un più esteso “territorio”, che diventa vago al tempo stesso, “de-territorializzandosi”. Altra opposizione contraddittoria.
I dati di Demographia World Urban Areas ci dicono che, nel 2022, circa il 29% della popolazione mondiale e cioè più di 2,3 miliardi di persone, vive in sole 990 grandi aree urbane (oltre i 500mila abitanti); delle 990 aree, 524 sono in Asia e 121 in Africa e 138 in Europa. Ci sono 44 megalopoli (aree urbane di almeno 10 milioni di abitanti) aumentate di 8 rispetto all'anno precedente. Sul totale la Cina ne ha 11, seguita dall'India con sei e poi Brasile, Giappone, Pakistan e Stati Uniti che ne hanno tre. In crescita di sette unità anche, da 90 a 97, le aree urbane con almeno 5.000.000 di residenti.

I temi del libro di Cacciari erano già incardinati, nel libro La Città infinita dei sociologhi Aldo Bonomi ed Alberto Abruzzese, nel suo saggio Nomadi in prigione. Sembra che le parole più interessanti sull'Urbanistica vengano, in questi ultimi anni, da filosofi e sociologi. Cacciari riproponeva il tema dei “Luoghi urbani”, come coacervo di identità sociale e culturale organica di città, dentro i suoi interstizi più prolifici, intrisi di relazioni complesse.  Come “pause” e “silenzi” degli spartiti musicali (“silenzi musicali” effetti-somma di tutti i suoni).  I luoghi urbani rappresentano anche articolazione di emozioni e sentimenti incastrati dentro la Città, da questa moltiplicate. “Genius loci”. “Conoscenza amore”, dentro speciali scrigni magici.

Lo spazio è, allora, un'entità fisica comprendente “Luoghi urbani” e connessi eventi umani. Il tempo una volta era solo una misura, oggi, invece, diventa paritaria essenza, motore dinamico di azioni umane dentro i luoghi urbani. È il nuovo spazio-tempo urbano”, simil eineisteniano, per una “relatività ristretta” nei luoghi urbani e una “relatività generale” nella città vs. territorio.

Nel passaggio dalla metropoli alla post-metropoli territoriale anonima, Cacciari evidenzia, purtroppo, la drammatica perdita di “Luoghi urbani” tradizionali, quindi dei “Luoghi concettuali' in generale. “Non si abita la Città senza Luoghi […] se la Città non dona Luoghi”. Forse l'unica post-Metropoli al mondo che conserva i propri “Luoghi urbani” è Napoli, grazie alle sue visioni positive, arte e fantasia, con buona pace di qualsiasi graduatoria urbana.
Il territorio diventa, così, un grande “spazio” dilatato, amorfo, a-temporale, che doveva, invece, accompagnare la transizione globale dalle quantità e qualità urbane precedenti. Nella post-Metropoli si perde l'“urbanità” guadagnata in secoli e secoli di storia. Il modello post-metropolitano è peggiore a quello della città prepotente, quando il territorio era solo una “riserva urbana”. Un ricordo slavato della “città perduta” verso la “città infinita”.

La perdita della necessità urbana-territoriale dei “confini” non è un declino di globalizzazione (che invece perdura), né questione politico-ideologica, bensì una circolarità urbanistica a vuoto.
Il segno di questa débâcle della “città de-territorializzata” è disperso nella solitudine dei “contenitori” territoriali, che dovevano conquistare spazio per la Città, valorizzando il territorio amorfo, sono invece diventati “isole” solitarie, come enfasi di una dinamica centrifuga a caso. È saltata, così, la figura della Città storica, senza contrafforti, “musealizzando” per intero la Città di una volta, o, al meglio, il suo centro storico [Cacciari]. Disorientamento totale che ci sospinge sempre più lontano e senza sapere “dove”, verso un incognito globale locale (glocal). Anche la nostra casa non è più quella dove c'è tutto di noi: ora solo mangiare, dormire, guardare la televisione. E la città non è più la “casa gigante” di tutti.

Girovaghiamo senza meta, come in alcuni film di civiltà perdute, come “prigionieri” in un territorio di rottami, e non più per passeggiate spensierate. La seconda casa-vacanze per evasioni generiche; i fine settimana fuori, preferendo viaggi all'estero; ristoranti nei dintorni remoti (app con sconti invitanti a giro largo); “prigionieri” nei mega-centri commerciali fatati dei non-luoghi urbani di Marc Augé.
I confini riconoscibili sono quelli traslucidi della nuova mobilità rigorosamente extra-urbana. Siamo i “nomadi contemporanei” [Cacciari], portandoci dietro il nostro tappeto volante”. Per giunta “prigionieri” non per perdita di libertà, bensì senza vie di fuga. Eppure, altra contraddizione desideriamo comunque ritornare, soprattutto al nostro “focolare” (Città polis). Dilemma tra “territorialità” e “località”, cercando invano antichi confini.  E così emigriamo tutti, anche noi, verso nuove terre, reali o virtuali, nuovi migranti in casa.  Dobbiamo ritrovare la bussola giusta dei luoghi urbani, anche diversi dal passato, come da nuova civiltà del Millenium. A questo punto individuando anche i “Luoghi territoriali” della post-Metropoli, se dalla territorializzazione non si può tornare alla “Città murata”.

Ovviamente non sottovalutando la veloce era digitale che potrebbe sopravanzarci (se non lo ha già fatto), portandosi appresso la sua vaporizzazione virtuale, duplicando spazi e luoghi di altro tipo. Ma saremo davvero capaci di accettarli, o non sarà una ulteriore fuga dalla realtà amara?
Cacciari ci porta ad immaginare l'ipotesi parossistica dei “corpi” come essi stessi “luoghi corporei” (architetture organiche soprattutto concettuali), che, comunque, non sostituiscono i noti luoghi urbani, anzi continuando ad evocarli. Contraddizione su contraddizione.
La dilatazione post-metropolitana potrebbe essere, essa stessa, un cambiare la “città corporea” in un territorio senza più luoghi urbani di una volta, ma “città luogo” in un enorme cambio di scala. “De-territorializzare”, “De-metropolizzazione”, “De-urbanizzare. Cambio simbolico della città.  Emergono [Cacciari], anche per effetto di questa dilatazione, al limite della virtualizzazione, i segni di un nuovo intelletto astratto (general intellect), come una nuova “post-spiritualizzazione”. Della paura? Territorio da “terreo” a terrore.

In linea a quanto sopra, il tutto potrebbe significare l'assurdo della “scomposizione quantistica corporea”, per “svampare” l'essenza umana primordiale (poi ricomponibile?), potendola trasferire elettronicamente. “Ubiquità virtuale assoluta” in tempo reale. Per ri-materializzarci, magari, in “realtà parallele”, dando senso ancora più arcano al “metaverso” in atto.

È la estremizzazione [Cacciari] della “città dei puri spiriti” – Angelopoli a-spaziale, vagante tra i ruderi della città e del territorio tradizionale nel quale fluttuano soltanto i solidi dei grandi contenitori non spiritualizzabili, come nuove “barche di Noè”, unica solidità dentro il diluvio. Sempre che non decidano, essi stessi, di passare dalla loro mono funzionalità in eccesso a nuove polifunzionalità, comunque “diverse”, e ri-produrre nuovi contesti anche culturali di futuro “diverso”. O sottoponendoci, passivi, ai voli pindarici imprevedibili degli arcani “metaversi”. Ma non abbiamo già visto tutto questo in qualche film fantascientifico?

Questo percorso è ancora in bilico tra fantasia e realtà. È iniziato, in effetti, dentro la sola disciplina urbanistica, nel dibattito dei cosiddetti spazi pubblici urbani, come nodi urbani essenziali di sola “rigenerazione” della città fisica, liberata dalla morsa dei parcheggi e dei distributori di carburante ed annessi servizi agli automobilisti; dalla mobilità come se fosse una necessità autonoma.
Ma il problema è sfuggito di mano, dilagando. Nel frattempo le questioni reale/virtuale dilagano, ma i dibattiti rimangono al palo. La contingenza/emergenza impera, caratterizzando in questo la nostra civiltà, che non vuole declinarsi al futuro. Sembra che la città sia franata solo da alcune esigenze primarie e, per tutti, potrebbe essere definita la città della mobilità sfrenata, per scappare altrove. Irridendo quella antica dei pedoni che si incontrano e dei cavalli, la mobilità dolce di un tempo.

Cacciari, in maniera realistica, ritiene opportuno che anche i contenitori speciali, espulsi nella post-metropoli, perché monofunzionali, siano resi “liquidi”, ri-polifunzionalizzandoli, nei concetti del prossimo “post-moderno”, cioè “eccentrici” secondo fili di spazialità anche immateriale. Le precedenti immagini delle mono funzioni eccellenti, erano connaturate alla polifunzionalità della città tradizionale. Ora, sparse nel territorio indistinto, sono “chiodi” che non inchiodano nulla.
Le attuali strutture univoche di ospedali, università, scuole, teatri, musei, biblioteche, esposizioni, multisale di “cinema territorializzato”, i grandi centri commerciali sono ancora contenitori non-luoghi eccellenti come descritti dal filosofo Marc Augé. Le territorializzate medie strutture, negozi ed eventi, in particolare, minacciano, tra l'altro di svuotare il senso urbano secolare, spingendoci, anche in questo modo, alla evasione tout court. Polifunzionalità urbana-urbanistica globale più “soffice”, come espressione innovativa “inversa” della “città polifunzionale globale”, sia pure virtualizzata. Una evoluzione ormai nel nostro destino.

Le aree pedonali stanno perdendo il loro “senso”, in una città “senza senso”. Anche per effetto degli ultimi sconvolgenti eventi tuttora in corso. Forse la città la si ritrova in quella di infinita di Bonomi e Abruzzese ovvero nell'escamotage di una “Città riflessa”, come osservata in una infinità di specchi, non per illuderci (riferimento parallelo alle Eterotopie di Foucault), ma per moltiplicare realmente/ concettualmente magari “dentro” un umanamente compatibile “metaverso globale”. Un gioco di “riflessi”, dove “scena e sceneggiatura” coincidono, senza fraintendersi. Noi attori “altri” (Avatar), oppure Noi “riflessi” dentro le nostre introspezioni, poi estroflesse attraverso la città, che si allunga solo ai nostri sentimenti.

Relazione duale del “riflettere” un “nuovo umanesimo” in tutte le rappresentazioni di “città specchio”, con “ritorno speculare “in tempo reale” delle nostre aspirazioni “elastiche”.  Evitando l'attuale tendenza iperbolica del “metaverso” verso una temuta “Intelligenza Artificiale” che ci sovrasta decidendo per noi i nuovi i “luoghi urbani / luoghi corporei”. Una serie “reality” fantascientifica in corso, per vite alternative, per “rimanere” o “andare”.

Il pensiero filosofico sulla città di Cacciari si era già inserito nel grande ambito intellettuale della Città infinita di Bonomi e Abruzzese, e aveva volato lontano con la metafora della ipermodernità urbana, intesa come spaesamento, come una vite senza fine, del vivere e del produrre. La città scivola sulla velocità dei “flussi”, non solo dei canali della mobilità fisica, ma come iper-dinamicità virtuale, o iper-dimensionale, spazio-temporale.

Nella Città infinita non c'è “sostare”, come nella Polis (Cacciari), ma è mobilis ora iper-Civitas.
Michael Ende, in La prigione della libertà, così si esprime: «dopo l'orizzonte sorgono nuovi Orizzonti. Abbandonato un sogno ci ritroviamo in un altro sogno. Attraversata la Frontiera già si prepara la seconda […] fino alla vista dell'alba».
In questo c'è un significato che va nell'oltre il concetto di “flusso” nella Città che scorre e non si ferma più. Si fermerà nella Città riflessa, pur scorrendo?Nella città infinita c'è il concetto di città labirinto. Non imprigiona, ma, viceversa, rilancia in ogni direzione centrifuga, come trascinamento lontano dei luoghi della città tradizionale.
È il “viaggiatore” che, semmai, sceglie i propri percorsi [Michael Ende], “viaggio volentieri”), come in un videogioco dove lo sviluppo del gioco casuale lo decide il giocatore.
L'esempio più calzante e generale è dato dalla estensione della “casa urbana infinita”, composta da una stanza nella quale si entra da un'unica porta di ingresso iniziale, e dalla quale si può uscire attraverso più porte, da una delle quali si entra, a scelta, in un'altra stanza, e così via, senza fine. Non si troverà mai più un centro-focolare della casa.
È il concetto della “città infinita”, che esce da se stessa, e non riesce più a ritrovare i suoi luoghi.

Lo stesso esempio, al limite, si può ripetere per Paesi confinati e confinanti, dai quali si emigra senza sosta, incontrando persone e culture diverse. Se questo fenomeno integra la cultura si incastra, se avviene il contrario nascono guerre.  Così i flussi infiniti senza tempo delle idee, delle tecnologie, dei capitali, della finanza (senza soldi veri e così più veloce ed astratta), e sempre ripetibili ad altri casi e sempre più all'infinito. Alternanza di “de-costruzioni” e “ri-costruzioni”, di dissoluzioni e riproduzioni ex-novo, soprattutto di luoghi. Sempre a scelta casuale. Con il grande rischio che tutto si muova verso una entropia fatale.

In tutto questo sguazza a suo agio il digitale, il quale facilmente potrebbe girare (all'infinito) tra Città infinita e Città riflessa. Si pensi alla Città dei Bits di William Mitchell, quasi un invito agli architetti e agli urbanisti di progettare nuove “figurazioni” tensionali degli spazi/luoghi reali/virtuali.
La leggenda della Fata Morgana racconta un'immagine che, nello Stretto di Messina, riflette il tempo del luogo di un avvenimento fantasioso che si ripete anche oggi:

«Città di mezzo, sospesa, edificata di raggi, costruita di luci, distinta nelle ombre, immateriale, inabissata e riemersa […], difficile a fotografarla […], o, forse, è Lei che sfugge alla macchina da presa, che ridurrebbe la portata visionaria delle sue particelle edilizie disperse tra cielo e mare […] l'acqua è come lo specchio e come tale si comporta. La Fata Morgana […] mai sarebbe stata visibile nella leggenda, se l'acqua non avesse deciso, in condizioni d'assoluta calma, di rispecchiarne il volto». Effetto ottico “riflesso”.

Forse questa è questa la conclusione migliore della Città infinita / Città riflessa che, per fermarsi, ha bisogno di riproporsi in un “virtuale riflesso”, o più semplicemente di una nuova vita riflessa.

Eustacchio Franco Antonucci

In alto disegno La Città riflessa di Eustacchio Franco Antonucci.
Timide stanno le case nane antiche in mattoni. Una foschia verde le separa dai lontani Grattacieli incastrati, tetri, energia solare, ma non basta

Bibliografia essenziale

Massimo Cacciari, La Città, Pazzini Editore, 2021
Massimo Cacciari, Quando la città non ha più confini, la Repubblica, 23 marzo 2024.
Massimo Cacciari, Nomadi in prigione, in La Città infinita di A. Bonomi e A. Abruzzese, Ed. Bruno Mondadori, 2004.
Eustacchio Franco Antonucci – Massimo Cacciari e la Filosofia della Città.
Aldo Bonomi, Alberto Abruzzese, La Città Infinita (Mostra Triennale Di Milano), Mondadori.
Ventesima Esposizione internazionale Triennale di Milano, La memoria e il futuro la Città infinita – Spaesamenti del vivere e del produrre in Lombardia, 2004.
Enzo Rullani, La città infinita: spazio e trama della modernità riflessiva, in La Città infinita di A. Bonomi e A. Abruzzese, Bruno Mondadori, 2004.
Michael Ende, La storia infinita, Ed. Longanesi, 1981.
Marcello Sèstito, Fata Morgana o Città riflessa, Rubbettino, 2011
William Mitchell, La Città dei Bits. Luoghi e autostrade informatiche, Electa 1995.
Eustacchio Franco Antonucci, Note sulle Eterotopie di Foucault. Nuove forme espressive della Città.
Michel Foucault, Utopie Eterotopie, Cronopio, 2006.
Leonardo Benevolo, Tracollo dell'Urbanistica, Laterza, 2012.
Antonio Alberto Clemente, Letteratura esecutiva. Cultura urbana e progetto, LetteraVentidue, 2020.

 

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