Civita di Bagnoregio: il borgo bello dagli anni contati.

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Quasi mai si è d’accordo. C’è chi preferisce farci una passeggiata in primavera inoltrata, oppure in autunno, meno in estate durante le ore di solleone e meno in inverno durante quelle giornate ventose… e fredde. E come si potrebbe attraversare l’unica via di accesso a Civita di Bagnoregio, un lungo ponte esclusivamente pedonale, di poco meno di un chilometro, sospeso su una grande valle di calanchi. È l’unica via di accesso che unisce la frazione Civita a Bagnoregio colmando un dislivello di circa 300 metri. E bisogna anche affrettarsi,
Civita sorge su uno spuntone di roccia tufacea alla cui base, l’erosione di due torrentelli e quella dovuta agli agenti atmosferici, la condannano ad una fama di …paese che lentamente muore. Tutto a causa dei centimetri di dislivello annuo che si perdono (presunta stima media: 7 cm/anno), ma che sono anche una componente della sua fama di splendido borgo italiano della Tuscia Viterbese.

Civita e i calanchi. Foto Emidio Maria Di Loreto

Vive, Civita, di un’intensa attività turistica che, in questi giorni, non manca di interessi di contorno negli itinerari per raggiungerla. I colori autunnali aiutano ad apprezzare, ed ancora di più i profumi, attraversando zone ad altissima vocazione olearia: l’Umbria e l’Alto Lazio. Dai numerosi mulini presenti in queste zone i profumi ti avviluppano.
Sono quelli dell’olio appena ottenuto dalla molitura; intenso di colori, a sfumature variabili e preziose, come nelle pietre, tra verde e giallo, ricco al gusto perché non ancora raffinato, sufficientemente amarognolo ma nonostante questo che induce ad una chiara predisposizione al ripetere l’assaggio. Per meglio apprezzarlo basta un semplice pezzetto di pane, meglio se senza sale come se ne trovano di ottimi in questi luoghi. Oppure appena in modo un po’ più ricco su fumanti spaghetti irrobustiti da una generosa spolverata di parmigiano. Non importa se le olive provengono da cultivar diverse, gli assaggi restano tutti una piacevole esperienza gastronomica. Magari accadrà che qualche differenza la si osserverà a seconda se la stagione ha privilegiato la produzione delle tipologie di leccino, moraiolo, frantoio, pendolino o rajo, ma l’assemblaggio degli oli corrispondenti garantirà sempre e comunque, a parità di oliva sana, una ragguardevole complessa ed intrigante degustazione. L’esperienza gustativa di olio che il percorso di avvicinamento a Civita prospetta, può anche essere rimandata alla visita del borgo.

Non induce all’errore il pensare che la decina, all’incirca, di residenti non sia in grado di offrire un’ospitalità adeguata. Tutt’altro! Lo si intuisce non appena ci si riprende dalla scarpinata dopo aver attraversato la porta di ingresso al borgo. Un pullulare di turisti provenienti da ogni dove, ora anche “crocieristi” provenienti da alcuni porti italiani, ti coinvolge nel loro sciamare. Molti giovani che non hanno certo avuto la necessità di riprendere fiato, anche numerosi gli “attempati” visitatori che non si sono per nulla spaventati e non hanno voluto rinunciare alla unicità di questa passeggiata. Il panorama sulla valle, da ogni angolazione lo si voglia ammirare, è particolare. La natura argillosa dei calanchi, inaspettatamente così profondi e numerosi tra la scarsissima vegetazione, rende attraente la visione. Quel piccolo agglomerato di costruzioni abbarbicate sulla roccia di tufo dovranno per forza di cose sopravvivere; lo hanno fatto dall’epoca etrusca, e successivamente grazie ad importanti opere conservative realizzate in epoca romana alle quali non è stato dato seguito successivamente. Per questo i canali di scolo dalle acque piovane, il rafforzamento degli argini fluviali, e le antiche attenzioni indirizzate verso questo borgo lo hanno preservato ed hanno consentito che resistesse anche ad importanti eventi tellurici ( 1450; 1738).

la chiesa di San Donato a Civita
Civita, chiesa di San Donato. Foto Emidio Maria Di Loreto

Civita ci viene adesso consegnata ad una visione ristrutturata nelle costruzioni operate in periodo medievale, molto ben curate nelle balconate di fiori, nei giardini e pozzi decorati secondo le antiche maniere, nel largo uso di tufo rosso utilizzato per ogni realizzazione che spesso è anche arricchito alla visione da erbe rampicanti che raggiungono i balconi sovrastanti. Non sfuggono all’attenzione l’austera chiesa di San Donato, custode di un antico crocifisso ligneo del ‘400 portato in processione il Venerdì Santo nella vicina Bagnoregio, il palazzo Vescovile e la casa di San Bonaventura, realizzazioni a cui si fa visita dopo essere stati introdotti nel borgo attraverso la Porta di Santa Maria. Ogni vicoletto ha uno scorcio di gran interesse da offrire alla visita, si tratti di una bottega antica, di un vecchio mulino o più semplicemente di archi, cortili, bifore o antichi portali. Quando poi si esce in uno dei belvedere sulla valle, i calanchi a perdita d’occhio di argilla chiara, in contrasto con il tufo rosso, riportano allo stupore che subito prende il visitatore all’inizio e lo immergono per qualche ora in una vita di altri tempi.

Quasi mai si è d’accordo quando andare. Si è sempre d’accordo però sulla necessità di una visita che resterà unica, soddisfacente, e lascerà con l’interrogativo su come ci si sentirebbe a vivere come uno della decina di residenti del borgo che dovrà resistere alle erosioni del tempo ed all’incuria umana.
Emidio Maria Di Loreto

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