Clara E. Mattei, Operazione austerità

Clara E. Mattei Operazione austerità

Il libro Operazione . Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo, di Clara E. Mattei [1], condensa una ricerca storico-economica utilissima per comprendere il presente, comportando diligente attenzione nell'interpretazione delle 305 pagine alle quali si connettono un abbondante apparato di note ed un'estesa, nonché aggiornata bibliografia, che rendono il volume fonte d'analisi arricchente ed al passo con i tempi. La documentata riflessione della studiosa, è chiara espressione di conoscenze non solo delle attuali politiche di austerity, bensì sostiene il lettore, interessato nell'esplorazione del complesso sistematico delle cause del fenomeno, seguendone l'evoluzione temporale. La Parte prima, titolata Guerra e crisi prende avvio dalla prima guerra mondiale che «fu prima di tutto una guerra industriale: la vittoria militare dipese essenzialmente dall'apparato produttivo dei Paesi in guerra e dai loro sforzi tecnico-industriali […] l'aumento della produzione divenne indispensabile per sopravvivere al conflitto e il “fronte interno” assunse un peso strategico decisivo» (pag. 31).

Inoltre, Clara E. Mattei sostiene, comparando le situazioni di Italia e Gran Bretagna, riguardo al PIL e al rispettivo sviluppo industriale, che «lo sforzo bellico portò mutamenti strutturali analoghi nei rapporti tra Stato e mercato dei due Paesi, cambiamenti che in entrami i casi alimentarono profonde controversie politiche [in particolare, quando …] nel Novembre 1918, si giunse all'armistizio che pose fine ai combattimenti […], l'ortodossia dei rapporti tra Stato e mercato in Europa era stata travolta [e …] la pratica del capitalismo laissez-faire dovette essere sospesa per permettere alle nazioni di sopravvivere al conflitto» (pagine 31-32).

Non appare tra gli studi citati nel libro di Mattei, ma una chiave di lettura dello stesso può essere fornita da Werner Sombart (1863-1941), il quale, seguendo parametri tipici della scuola storica tedesca, studia le leggi economiche non in astratto, ma con grande attenzione al contesto storico e sociale. Egli, tra l'altro, afferma ne Der moderne Kapitalismus (1902) che «per capitalismo intendiamo un determinato sistema economico con le seguenti caratteristiche: è un'organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due diversi gruppi di popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione, che contemporaneamente hanno la direzione […], e i lavoratori nullatenenti e che è dominata dal principio del profitto e dal razionalismo economico» [2].

Clara E. Mattei, Operazione austeritàSempre nella Parte prima  Guerra e crisi, nel III Capitolo La lotta per la democrazia economica,  Clara E. Mattei, infatti, scrive: «La crisi di legittimità del capitalismo ebbe inizio con il suo esautoramento durante la Prima guerra mondiale: gli interventi degli Sati nelle economie nazionali spostarono i limiti di ciò che, politicamente, era possibile fare e in tal modo aprirono le porte all'immaginazione di nuovi rapporti socioeconomici. In altre parole, le stesse condizioni create dal controllo statale durante la guerra provocarono il crollo di quel sentire comune che fino ad allora aveva giustificato il sistema»  (pag. 76). Con una perfetta sequenza di paragrafi – Il lavoro invade il palcoscenico della Storia; Scioperomania;  Gli scioperi diventano politici; La battaglia dei minatori e la Commissione Sankey; Cooperative e «guilds» britanniche (pagine 77-99) – la studiosa dimostra che, negli anni esaminati, è proprio il ruolo antagonista e non solo rivendicativo a livello economico normativo delle classi lavoratrici ad innestare una prospettiva anticapitalista, poiché esse «non erano interessate a una graduale reintroduzione del capitalismo […] il postcapitalismo, qualsiasi fosse stata la sua veste, stava arrivando [… con] il diffondersi di una sensazione di panico apocalittico tra la borghesia[…]» (pag. 99).

Mattei, ritenendo che «[…] L'azione diretta dei lavoratori politicizzati si rivelò, dunque, per il capitalismo un nemico molto più deciso del progetto ricostruzionista [… e che]  gli sforzi di questi lavoratori presero una forma decisamente rivoluzionaria, in opposizione sia all'accumulazione capitalistica sia allo Stato, e spinsero il sistema sull'orlo del collasso […], in questo contesto esplosivo, un gruppo di economisti elaborò una nuova poderosa controffensiva: si trattava della logica dell'austerità, che divenne l'arma prediletta dai potenti per far fronte alla temuta minaccia di cambiamento» (pagine 99-100).

Di fronte al conflitto sociale antisistema – l'autrice, ripercorre dettagliatamente, nell'omonimo Capitolo quarto L'Ordine nuovo, per un nuovo ordine (pagine 101-125) – l'itinerario d'una lotta classe colta nel vivo di feroci rapporti economici e politici, nel mentre si prende atto (il riferimento è al filosofo ed accademico Zino Zini, in un discorso intitolato Da cittadino a produttore, nel quale sostenne il concetto) del fatto che «la libertà politica è impossibile in presenza dell'illibertà economica, che si verifica quando la dipendenza dal mercato costringe la maggioranza delle persone a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere», dunque, s'elabora teorico-politicamente l'austerità.

L'austerità è congegnata come complesso di limitazioni dei consumi privati e delle spese pubbliche adottato dagli Stati in base a un piano di ristrutturazione del comando capitalista che, decisamente, fa evolvere e compiutamente realizza la torsione economico-politica autoritaria nell'intento ormai esplicito non di risanamento economico dei Paesi, bensì di spegnere ogni velleità di superamento del modo, storicamente vincente, di produzione delle merci e riproduzione dei rapporti sociali.

L'austerità permette di tutelare la proprietà-iniziativa privata, l'economia di mercato, il potere del capitale, il dominio della borghesia, nella sua versione plutocratica, suggellando il predominio sine die nella vita pubblica di gruppi detentori della maggior parte della ricchezza mobiliare (grandi industriali, finanzieri, banchieri, latifondisti).

In questa accezione, l'austerity, anche nel secondo dopoguerra in Gran Bretagna, implodendo nazionalisticamente prima dell'avvento della cosiddetta globalizzazione e rappresentando la premessa alla successiva Brexit, mirava a sostenere la produzione nazionale e le esportazioni e a comprimere le importazioni.

L'antecedente modello teorico più affine è, altresì, rappresentato dall'elaborazione degli economisti Henryk Grossmann e Friedrich Pollock, esponenti della cosiddetta , condizionati dagli eventi storici quali la crisi del 1929, l'ascesa del nazi-fascismo, lo sviluppo della società industriale avanzata.

Per i due francofortesi, la “grande depressione” o il “crollo di Wall Street”, del 1929 sono locuzioni che fanno riferimento alla crisi economico-finanziaria che colpì le attività produttive e commerciali ridimensionando drasticamente su scala planetaria lo sviluppo della produzione e la correlata riproduzione dei rapporti sociali, incidendo ferocemente sull'occupazione, sui redditi, sui salari, sui consumi e sui risparmi.

Gli eventi non sorpresero gli attenti osservatori tedeschi i quali, inquadrando il '29 nell'ipotesi ‘crollo o ristrutturazione del capitalismo', fornirono una lucida sistemazione  concettuale del rapporto, ad un tempo oggettivamente essenziale ed esiziale tra economia di mercato e politica.

Se Grossman, nel saggio La legge dell'accumulazione e il crollo del sistema capitalistico (1929), riprende in sostanza le tesi di sull'argomento delle “crisi”, Pollock, in una serie di saggi apparsi negli anni Trenta e poi in Capitalismo di Stato: limiti e sviluppi (1941), mette a punto un'analisi nuova e originale. Egli sostiene infatti che le tendenze di fondo del sistema capitalistico hanno condotto a una presenza sempre più capillare dello Stato nella sfera economica, che ha portato alla progressiva sostituzione della ‘logica del mercato' con la ‘logica del piano' e quindi a una sorta di ‘primato della politica' (con la formazione di burocrazie governative e manageriali che si sostituiscono agli azionisti).

Tale mutamento, anche se non cambia il destino fatale del sistema capitalistico (in virtù delle tensioni interne tra le nuove élites), lo sposta molto in avanti (perché ne elimina alcune tipiche disfunzioni) e crea al tempo stesso le premesse per il passaggio a regimi di tipo totalitario, come è avvenuto in Italia e Germania. Si delinea così un'interpretazione del fascismo e del nazismo non come negazioni del liberalismo, ma come suoi legittimi eredi, come fasi diverse di un medesimo processo [3].

Del resto questo tratto di indiscutibile “continuità” teorico-pratica, sul precipuo terreno delle formazioni economico-sociali, tra liberalismo e fascismo è stata studiata da , che nel volume Dallo Stato liberale al regime fascista. Problemi e ricerche, (Feltrinelli, 1973), per quanto riguarda l'Italia.

Come accuratamente commentato da Emma Mana [4] nell'esegesi «quanto al deperimento dello stato liberale – in realtà nato già con basi deboli – Nicola Tranfaglia individua almeno quattro aspetti, tutti connessi a una crisi di egemonia delle classi dirigenti: il distacco crescente tra stato e società civile; l'esaltazione dello stato-amministrazione o meglio del “governo attraverso l'amministrazione”, via via accentuato a partire dall'età crispina e poi dal periodo giolittiano, senza soluzione di continuità; la assenza di un partito “borghese di massa” o grande partito liberale; la affermazione di partiti di massa o tendenzialmente tali relegati all'opposizione e percepiti come forze antisistema».

Tutti elementi che da un lato accelerano la crisi di egemonia delle classi dirigenti, dall'altro – come reazione – ne accentuano gli elementi di autoritarismo. Da questo punto di vista molto importanti e significative sono altresì le considerazioni contenute nel saggio Prefascismo e ideologia nazionalistica, e in particolare l'analisi dei punti cardine – sin dal 1914 – del pensiero di Alfredo Rocco che innerverà la legislazione e la politica del fascismo una volta al potere. E ancora le considerazioni contenute nel saggio Sulle istituzioni del regime fascista – che chiude la prima parte del volume – sul ruolo di Alfredo Rocco nella costruzione della architettura del regime, che l'autore sintetizza in un binomio ispirato alla riflessione di Rosselli sui Quaderni di Giustizia e Libertà: “apparente innovazione-difesa conservatrice”» [5].

Scrive in maniera condivisibile Tranfaglia: «Per comprendere appieno il fascismo, occorre insomma approfondire la storia dell'Italia liberale […]: analizzando gli uomini, le istituzioni economiche e giuridiche, il meccanismo del potere e la stratificazione sociale, l'ideologia dominante […]. Tentare di ricomporre, interpretare la realtà storica nella sua complessità in cui l'uno e l'altro fattore, l'economia e la politica, appaiono e sono strettamente legati in un rapporto che non vede astrattamente prevalere l'una sull'altra ma che di volta in volta fa nascere il nuovo dall'equilibrio instabile dei vari elementi in gioco» [6].

Clara E. Mattei si colloca nello stesso alveo di ricerca che, sinteticamente, è stato delineato. Nei sei Capitoli presenti nella Parte seconda del suo libro, invero, descrivendone la natura tecnico-funzionale, rende evidente che «[…] Le tre forme delle politiche di austerità – fiscale, monetaria e industriale – lavorano all'unisono per disarmare le classi lavoratrici ed esercitare una pressione discendente sui salari» e risistema, in un'imparziale prospettiva, il capitalismo contemporaneo, descrivendolo come un'organizzazione istituzionale sottomessa alla fondante contrapposizione tra classi e non soltanto caratterizzata da rapporti subordinati di produzione [[7]]; da ciò ne deriva che «il principale obiettivo dell'austerità [è] la depoliticizzazione – il termine si riferisce alla rinuncia dello Stato a perseguire obiettivi economici – della sfera dell'economia».

Questa puntigliosa disamina, può plasticamente adagiarsi sull'evoluzione economica dell'Unione europea, quel coordinamento delle politiche economiche che ha accompagnato il processo di integrazione europea culminato nella formazione dell'Unione economica e monetaria incentrata su una moneta comune, l'euro, sebbene in campo macroeconomico l'integrazione europea non sia completa ed abbia raggiunto, oggi, livelli molto avanzati competitività interna e contraddittorietà: l'UE prevede solo il coordinamento delle politiche economiche e di quelle fiscali, con limiti al deficit e al debito pubblico (il cosiddetto Patto di stabilità e crescita), e in particolare una politica monetaria indipendente, svolta dalla Banca Centrale Europea (BCE), con una valuta comune. Un esempio non da poco della declinazione continentale del concetto di austerità con la tecnocrazia che assume il comando tenendo desta l'opinione pubblica sulle riforme scientifiche necessarie alla stabilizzazione economica e creando sinergie con le forze neofasciste, sostenendo Governi in grado d'applicare politiche autoritarie, non più apparentemente neutre e/o “gradualiste”, utili al perpetuare l'interdipendenza economica planetaria priva di alternative al capitalismo, scarsamente minacciato – anche nella sua versione di “austerità espansiva” – dalle classi subalterne.

Senza voler sovrapporre un'ermeneutica possibile del libro – auspicando che venga diffusamente letto – all'intelligenza storico-economica dell'autrice, Clara E. Mattei, soffermandoci sulle statistiche economiche copiosamente presentate, è senz'altro condivisibile la tesi dimostrata che «l'austerità funzionò [e ancora funziona] per restaurare le condizioni ottimali per l'accumulazione di capitale , soprattutto grazie a un aumento della disoccupazione, salari più bassi, peggioramento  del livello di sfruttamento e incremento  della quota dei profitti . L'austerità cerca le condizioni di scarsità su larga scala, che allineano i lavoratori agli interessi dei proprietari. In questo senso, le politiche “mirate contro l'inflazione” potrebbero essere meglio descritte come politiche “mirate allo sfruttamento”».

Un libro, tra i tanti, troppi, inutili, che invece guarda con precisione e senza indulgenza a quanto sta accedendo nel contesto europeo nel quale l'architettura economico-istituzionale continentale, avulsa da qualsivoglia pur risicata istanza socialdemocratica, «ha aperto le porta ai falchi dell'austerità consentendo loro di proporre riforme istituzionali che colpiscono direttamente al cuore i principî democratici, ovvero le barriere politiche che, soprattutto in Italia, sono state erette per marcare la distanza dal passato fascista del Paese. Come gli economisti durante il periodo fascista, i nostri contemporanei invocano riforme elettorali che restringano la rappresentanza proporzionale (per favorire governi più forti) e riscrivano le costituzioni dei Paesi per includervi l'obbligo di pareggiare il bilancio. L'Italia ha applicato entrambe le raccomandazioni nel secondo decennio del Duemila» [8].

L'analisi è talmente lontana dalla concezione di Enrico Berlinguer, quest'ultima completamente fuori asse secondo la quale per il proletariato «l'austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l'esaltazione di particolarismi e dell'individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato» [9].

I motivi di preziosa riflessione politica presenti nel volume non vanno trascurati, ergo, per qualche “anima bella” è l'occasione per effettuare onesta ed inflessibile autocritica.

Giovanni Dursi

Clara E. Mattei
Operazione austerità.
Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo
Einaudi, 2022
pag. 432
€ 34,00

[1] Docente di Economia alla New School for Social Research di New York ed è stata membro tra il 2018 e il 2019 della School of Social Sciences all'Institute of Advanced Studies di Princeton. Le sue ricerche sono un contributo per la storia del capitalismo e indagano a fondo il rapporto tra le idee economiche e le politiche tecnocratiche.
[2] Werner Sombart, Il capitalismo moderno, 1902; trad. it., UTET, 1967, pag. 195. L'opera è stata di recente nuovamente pubblicata da Editore Ledizioni, 2020.
[3] Concordi, in questa prospettiva d'analisi, sono le tesi sostenute da Marcuse nel 1934 in La lotta contro il liberalismo nella concezione totalitaria dello Stato e da Horkheimer nel 1939 in Gli ebrei e l'Europa: per entrambi il fascismo non è che l'organizzazione e la teoria della società adatte alla fase monopolistica del capitalismo.
[4] Docente del Dipartimento di Studi storici, Università di Torino.
[5] Emma Mana, Nicola Tranfaglia storico – Dallo Stato liberale al regime fascista, Rivista di Storia dell'Università di Torino, XII.1, 2023, pagine 21-28.
[6] Nicola Tranfaglia, Dallo Stato liberale al regime fascista. Problemi e ricerche, Feltrinelli, 1973, pag. 60 e pag.  97.
[7] A questo proposito, si veda l'articolo di Zaccarias Gigli, Operazione austerità, su la rivista online, la fionda, Editore Marcovaldo di Simone Luciani, 6 Febbraio 2023
[8] Op. cit., Operazione austerità, pag 289.
[9] Si veda l'articolo di Giovanni Tonella, Il discorso di Berlinguer: il “Convegno degli intellettuali” del 1977, su Rivista online Pandora, del 16 Gennaio 2021.

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