Claudia Bruno: Fuori non c’è nessuno

Claudia Bruno Fuori non c’è nessuno
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Fuori non c’è nessuno. Da un titolo così ci si aspetta di tutto: ci si immerge immediatamente nella sensazione conosciuta di solitudine e vuoto che arriva da una paura, dalla noia, dall’apprendimento di una notizia inaspettata e triste. Eppure c’è il sottotitolo che arriva subito ad addolcire l’animo – ninna nanna di periferia – e a rassicurarci che intanto, non si starà al centro ma di lato, e che in questo esser marginali, avremo anche chi ci culla e accompagna.
Certo, una magra consolazione a primo impatto, si capisce, ma in effetti il romanzo di Claudia Bruno è bello e quando un libro è bello, è bello. Anche quando va ad attraversare quel tipo di affettività che non tiene solo conto del successo e della gioia, ma pure del senso di vuoto e della frustrazione; dell’esser legati solo al presente, per forza di cose; dell’impegno, per così dire eroico, di chi prova a render queste emozioni comunque dignitosamente pari alle altre.
Si può abbracciare un libro alla fine della lettura? Si può avere così spesso le guance solcate da lacrime commosse? Certamente. Ed è sano in questo caso. È sano se a farlo è un lettore nato negli anni Ottanta, come Greta, Michela, Lorenzo e gli altri; se a riflettere sui sogni sono persone dell’età dei genitori, come Nadia, Gianni, Rosaria e gli altri; se a giocare coi ricordi sono persone anziane come Isabella e Anita e gli altri; se a viaggiare per mano dell’autrice è qualcuno cresciuto in una qualche periferia. Chiunque, ad un certo punto, volente o nolente, leggendo, prova l’emozionante ebbrezza di stare al centro.

Perché mi racconti questa storia? Chiede la bambina. Mi fa paura. Perché la paura porta stanchezza e la stanchezza il sonno, risponde Isabella guardando altrove.

Claudia Bruno Fuori non c’è nessunoFuori non c’è nessuno è un romanzo che parla di paura, di sonno, di sogni, di altrove. Ma anche di persone, di mestieri, di case e mobili. Racconta la vita, non lasciandola denutrita in nessun aspetto.
È un romanzo positivamente saturo di tutto: il rispetto per l’individuo, la delicatezza del non giudizio, la consapevolezza della realtà e dell’attualità, la certezza che essa non basti proprio a nessuno. C’è la saggezza dell’autrice che permea tutto il testo e non lo abbandona mai. Tanto da render giustizia al sottotitolo ninna nanna di periferia, quasi a voler accompagnare dolcemente il lettore, i personaggi, la musicalità. Fuori non c’è nessuno è veramente una ninna nanna, rivolta a chi sta per partire per un viaggio o a chi è già partito. Una ninna nanna che porta ad un sonno ristoratore e rivelatore allo stesso tempo, come quello a cui approda Greta, la protagonista, ad un certo punto.
Un romanzo sui sogni di periferia. Ad esempio quelli di Nadia:
Pensava a come corre il tempo, e a come ti tradisce senza che te ne accorgi e a quanto ci tradiamo noi da soli, tutta una vita a far finta di essere altri, e a quanto poco sappiamo delle persone che crediamo di amare, e a com’è difficile svegliarsi ogni giorno e decidere di vivere, e a tutta una serie di altre cose, pensava, e così intensamente ci pensava, che si era addormentata sul pavimento, con la luce accesa, avvolta dal disordine”.

C’è anche il cielo di Piana Tirrenica. Ci sono gli autobus, i pavimenti, i boschi, le conchiglie, il mare, le erbe, le sorprese degli ovetti Kinder, le poesie e le cucine, la valeriana e le gru. Ci sono i tagli di capelli, le auto guidate male, il sangue, il sesso. C’è l’amore. Ci sono anche le aspettative e le forze di volontà, l’infanzia, l’adolescenza e il senso pratico:
Se devo fare un lavoro qualsiasi tanto vale che me ne vado, aveva detto Michela prima di posare le labbra su una bottiglia di Tennent’s. Per Piana Tirrenica si sentiva sprecata, d’altronde tutti volevano andarsene da lì, nessuno si sentiva di lì, tutti ci erano arrivati per lavorare nelle fabbriche, nei cantieri, ma restarci addirittura sembrava un insulto all’intelligenza, soprattutto per una nata negli anni Ottanta, soprattutto per Michela.

E c’è persino un abbraccio a chi, anche se sa che esistono, i confini non li sente finché non ci sbatte addosso; chi dà alla parola “viaggio” una definizione molto più vasta, rispetto a quella contingente e materiale di spostamento fuori porta:
Non è presente a se stessa, diceva la maestra a sua madre durante l’ora del ricevimento. Il suo sguardo andava sempre in cerca di una superficie su cui posarsi un attimo prima di alzarsi in volo. Il soffitto, il vetro della finestra, il cielo. Da lì, iniziava il viaggio. Perché in viaggio, così si sentiva di essere. E a ogni partenza era una piccola nausea intensa.

C’è la leggerezza del gioco di parole e della fiaba, che scandisce e fa strada all’andamento dell’intreccio, lasciando scoprire una trama sicuramente interessante.
C’è molto altro ancora, come in un luna park, come in un centro commerciale, come nel mare.

Finito di leggere il libro, lo si vuole ricominciare: i personaggi che man mano si incontrano, si presentano timidamente e a piccole dosi al lettore; dunque, una volta fatta la loro conoscenza, la si vuole approfondire facendo un altro giro nel romanzo che ha inizio così:
In un piccolo mondo lontano da tutto e nascosto in mezzo al nulla si trovava Piana Tirrenica, eterno cantiere di ferro e cemento a divorare il suolo e solleticare le nuvole.

Fuori non c’è nessuno, completo, infinitesimamente densamente attento, non si conclude con un “e vissero per sempre felici e contenti”. Tuttavia ci fa risvegliare con una descrizione dei fatti oggettivamente materialistica, ma pur sempre dolce.
Adelaide Roscini

Claudia Bruno
Fuori non c’è nessuno
Editrice Effequ
Giugno 2016

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