Come le ali di Roberto Zappalà: Le ali dell’essere le/ali

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Roberto Zappalà porta sulla scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, nel contesto del ricco MilanOltre Festival 2020, il secondo step di meditazione su Caino e Abele del progetto Liederduett.

La performance che concettualmente lo precede è infatti “Corpo a Corpo”, una riflessione sulla violenza fratricida che si scatena tra Caino e Abele, simbolo di una umanità che non è (ancora) in grado di scoprire la forza dell’unità e della simbiosi. L’idea di Roberto Zappalà nell’interità del progetto però è un po’ più ambiziosa di così: Caino e Abele non sono semplice emblema di un’umanità persa e poi ritrovata, ma della totalità del creato che se in “Corpo a Corpo” è lontano anni luce della perfezione della simbiosi, in “Come le ali” ritrova la potenza quasi sorgiva e mistica dell’unisono.

In questo senso il titolo ci guida nella comprensione dell’intento profondo ed estremamente politico di Zappalà, e cioè quello di ricostruire un’umanità e, più in generale, un cosmo guidato da fratellanza invece che da fratricidio, da unione invece che discordia, da amore invece che odio. “Le ali”, infatti, potrebbero essere le ali degli angeli, metafora nella tradizione Occidentale cristiana di perfezione ed eterno equilibrio, oppure ancora le ali degli uccelli, animali per eccellenza a metà tra terra e cielo e dunque tra gravità terrena e leggerezza celeste.

Come le Ali di Roberto Zappalà
@Serena Nicoletti

I due soli ballerini in scena, Adriano Coletta e Filippo Domini, sono dunque sia uccelli dai movimenti leggeri ma al contempo fortemente terreni, sia angeli che, metaforicamente, mostrano attraverso la loro danza quanto inaspettatamente possibile possa essere il misterioso e quasi etereo gioco della sincronia. I movimenti delle loro braccia, sinuosi e allungati, danno allo spettatore proprio la sensazione di star vedendo delle ali muoversi in un volo di ricerca reciproca e di mutuo avvicinamento.
Molto suggestivo e interessante da un punto di vita artistico, in particolare, è il passaggio in cui i due danzatori si cercano, si trovano e solo momentaneamente si respingono, quasi ancora temessero il potere della vicinanza, attraverso un lavoro di ricerca squisitamente proprio della danza contemporanea: prima in piedi poi a terra, in un vortice di leggero movimento dal ritmo e dai livelli spaziali mutevoli, ciascun ballerino va continuamente con il suo corpo a riempire i vuoti lasciati dal corpo dell’altro. L’effetto è quello di due individualità che si apprestano ad entrare in comunicazione sincrona, ma che per farlo ancora necessitano di scoprirsi un po’ di più.
A questo passaggio infatti segue un vero e proprio passo a due che, pur restando contemporaneo, ricalca in certi punti il ritmo e il passo base della salsa, ballo di coppia caraibico per eccellenza. Ancora non vi è sincronia, ma inizia ad esservi fratellanza pervasa da un senso gioioso dell’essere insieme. Invero la musica passa dall’essere greve e introspettiva all’essere festante, quasi riuscisse ad irradiare verso l’esterno la positività dei ballerini i quali, attraverso un gioco di mani che si intrecciano e si disgiungono, rendono la loro danza una molteplicità di incroci vorticosi in cui essi occupano lo spazio con una tendenza tutta centripeta, ovvero rivolta sempre più all’unione.

Il culmine della performance da un punto di vista concettuale giunge con la fase successiva, nella quale i due danzatori si ritrovano ad eseguire in perfetta simbiosi una serie di passaggi ripetuti di floorwork, ovvero di danza a terra. Come se fossero un solo corpo, o meglio, due corpi guidati dalla stessa Forza, i due prima accarezzano la musica poi quasi la inseguono, poi ancora sembrano volutamente precederla. Molto bello in particolare un frammento di questo passaggio coreografico nel quale i ballerini danno le spalle al pubblico e si muovono mantenendo il focus (ovvero lo sguardo, il punto che è centro d’attenzione del danzatore) sulla diagonale alla sinistra del palco; l’audience in questo modo ha la possibilità di gustare la danza nella sua pluralità di prospettive e apprezzare i movimenti dei danzatori attraverso una visione non convenzionale, ovvero non frontale.

La sincronia, dunque, per Zappalà è il mezzo più efficace e immediato con il quale far giungere al pubblico il senso del lavoro, e non a torto. L’essere sincroni, ovvero simultanei e identici, è infatti il compimento ultimo e formale di una consonanza profonda, e proprio per questo è un obiettivo tra i più difficili da conseguire per un team di danzatori. Tuttavia Adriano Coletta e Filippo Domini sono bravissimi nel mostrarci questa connessione simbiotica come fosse un qualcosa di estremamente spontaneo e naturale, piuttosto che un obiettivo duramente e faticosamente conseguito. Ciascuno asseconda il proprio movimento e il proprio respiro a quello dell’altro, a questo assecondare diventa sempre più genuino, proprio perché connaturato e congenito dell’essere umano e, più in generale, nell’essere vivente in ogni sua manifestazione.

E qui arriviamo dunque alla seconda spiegazione del titolo della performance: gli esseri non sono intrinsecamente in conflitto tra loro, non sono guidati da odio ed egoismo, ma posseggono tutti delle ali con le quali volare in sincrono ed essere “le/ali”. Un gioco di parole, un’assonanza ricercata nella quale è racchiuso un vero e proprio richiamo politico all’umanità e un urlo di speranza al futuro: Noi, Noi tutti siamo nativamente le/ali, e forse dobbiamo solo ricordarcelo. Noi siamo il futuro, e la discordia è il passato. Noi siamo comunione, e la contrapposizione è il passato. Risolleviamoci insieme dalla negatività centrifuga che ci allontana gli uni dagli altri, poiché essa non è parte della nostra indole più vera. Noi siamo fratelli, e questa non è un’utopia. Il mondo e il futuro di collettività sono nelle nostre mani, e forse possiamo ancora plasmarlo guidati dal Bene, ma per farlo prima dobbiamo imparare a volare.
E quale arte può insegnarci meglio della danza a prendere il volo?

Carola Diligenti

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