“Come pensare per immagini. In questa frase è contenuto il senso di tutto il mio lavoro” (Luigi Ghirri)

Luigi Ghirri Pensare per immagini MAXXI
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Come si pensa per immagini? Lo spiega perfettamente la mostra antologica dedicata a Luigi Ghirri (1943-1992), una delle maggiori figure della fotografia italiana del ‘900, organizzata dal MAXXI Architettura diretto da Margherita Guccione e curata da Francesca Fabiani, Laura Gasparini e Giuliano Sergio, in corso a Roma fino al 27 ottobre.
Nata dalla collaborazione con il Comune di Reggio Emilia e la Biblioteca Panizzi, che custodisce molti dei documenti originali del suo archivio, la mostra “Luigi Ghirri. Pensare per immagini” – con oltre 300 scatti, ma anche menabò di cataloghi, libri, riviste, recensioni, cartoline e dischi – traccia i diversi profili di questo poliedrico artista emiliano, evidenziando, attraverso gli oggetti, anche i suoi principali riferimenti culturali e le diverse collaborazioni con gli artisti, gli scrittori e i musicisti degli anni ’70-80.

Luigi Ghirri San Pietro in Vincoli Villa Jole
18. Luigi Ghirri, San Pietro in Vincoli, Villa Jole, 1986.

Il percorso espositivo è diviso in tre grandi sezioni tematiche – Icone, Paesaggi, Architetture – e invita a ripercorrere le tappe della sua ricerca artistica: le icone, immagini del quotidiano; i paesaggi come spazi di affezione e memoria e le architetture, da quelle anonime a quelle d’autore.
I vintage prints costituiscono il fulcro della mostra, ai quali si affianca una serie minore di new prints, che fornisce uno strumento in più per l’analisi della sua opera.
Il lavoro di Ghirri ha inciso profondamente sulla cultura visiva nazionale ed internazionale, soprattutto grazie al suo modo di considerare le immagini come chiavi d’accesso privilegiato alla lettura e alla comprensione del mondo e delle sue rappresentazioni. Molteplici gli strumenti attraverso i quali il fotografo osserva e descrive ciò che cattura il suo sguardo: la fotografia amatoriale, i montaggi che mescolano realtà ed immaginazione, i paesaggi, le scene dal quotidiano e le architetture di ogni genere. Muovendosi attraverso spazi ed oggetti conosciuti e stereotipati, l’artista opera uno “smontaggio” progressivo del grande collage riprodotto dall’inquadratura, riducendolo ad elementi essenziali: segni, icone, immagini semplici; crea così un universo personale che, allo stesso tempo, riesce ad inserirsi in una visione collettiva.

Luigi Ghirri Argine Agosta Comacchio
09 Luigi Ghirri. Argine Agosta, Comacchio, 1989.

L’apparente banalizzazione, infatti, non è altro che una scelta consapevole dell’artista: Ghirri azzera l’estetica della fotografia tradizionale, optando per un linguaggio più vicino all’ “amatoriale”, caratterizzato da pellicole a colori commerciali, formati ridotti delle stampe, a favore di una visione del mondo senza virtuosismi.
Con le Icone, Ghirri esplora, inizialmente, molti degli oggetti di passiva fruizione quotidiana – che egli stesso definisce come architettura effimera (vetri, cartelloni pubblicitari, finestre, stelle, riflessi, neve, i paesaggi, le mappe e gli atlanti) – decontestualizzandoli e rivisitandoli.
Ed esattamente come accadeva per gli impressionisti circa un secolo prima, il disinteresse che Ghirri esprime nei confronti dell’immagine fine a se stessa si traduce, artisticamente, nel cosiddetto lavoro “in serie”, attraverso il quale egli smaschera l’identico e il differente: le sequenze sono concepite perché gli oggetti ritratti non siano mai esattamente gli stessi, e per questo, dunque, sottoponibili a percezioni ed interpretazioni sempre nuove.
Fotografare equivale alla sovrapposizione di un’immagine preesistente con un momento presente; per un’immagine ultima che diventa immagine altra (oggetti ritrovati, rovine, ecc.).

Luigi Ghirri Bologna
12 Luigi Ghirri. Bologna, 1987.

Ma, nell’ottica ghirriana, l’universo dell’immaginazione si fonde con quello reale, il Paesaggio, la cui rappresentazione non corrisponde ai canoni tradizionali, ma si sposta sullo spazio ai margini, senza particolari connotazioni; è questo il paesaggio da ritrarre – secondo Ghirri – nella sua percezione più autentica e fuori dal luogo comune. Qui sono ancora presenti le icone, ma l’orizzonte si amplia.  Gli interessa soprattutto il paesaggio urbano, la periferia, le stazioni di servizio, i capannoni, le piazze, le chiese, perché rappresentano la realtà di tutti i giorni, il consueto che si può riproporre come nuovo osservandolo con altri occhi.
In accordo con la fusione di spazio reale e immaginario, una parte della sezione paesaggistica è dedicata all’atlante, da cui Ghirri era molto affascinato: esso rappresenta lo spazio di finzione in cui si cela il vero; suggerisce un cammino immaginario nel luogo in cui sono custoditi tutti i segni della terra. Attraverso quest’oggetto evochiamo viaggi e luoghi reali e, in questo modo, ne raddoppiamo l’esistenza.
Nella fotografia esiste una differenza tra riproduzione ed interpretazione e questo linguaggio dà vita ad un’infinità di mondi immaginari. Quella di Ghirri inserisce l’idea di fantastico. coniuga il fiabesco all’infanzia, al regno delle illusioni e delle apparenze. Fotografare è come osservare il mondo in uno stato adolescenziale, rinnova quotidianamente lo stupore, è una pratica che ribalta il motto dell’Ecclesiaste: “niente di nuovo sotto il sole”. La fotografia sembra ricordarci che “non c’è niente di antico sotto il sole”.

Ghirri c’insegna a guardare in “modo etico”: come se fosse la prima e l’ultima volta. Così, lo sguardo si fa più profondo, meno legato alla fugacità e all’apparenza, allunga e allarga spazio e tempo, conferendo aria nuova alla percezione.
L’amore per i luoghi e il sentimento di appartenenza caratterizzano anche le fotografie della sezione Architetture. Qui, interpreta l’architettura d’autore e riflette con leggerezza sulla sua interazione con gli spazi verdi; il compito del fotografo si traduce nella ricerca dell’identità residua dei luoghi conosciuti e da riconoscere, anche grazie all’affetto e allo stupore che sembrano costituire gli unici strumenti con i quali approcciare ad essi. Non è un edificio che fa di un determinato luogo, una città; è l’insieme delle atmosfere presenti che la rende tale. Ho cercato nel gesto di guardare il primo passo per cercare di comprendere – afferma Ghirri. I paesaggi sublimi e onirici, le straordinarie immagini dell’ordinario si assemblano creando una visione unitaria partecipe, evidenziata da una raffinata ricerca coloristica.
La mostra si conclude con uno sguardo più intimo sul vissuto personale del fotografo: un autoritratto narrato attraverso gli oggetti, i libri, le collezioni e gli spazi della propria casa.
La scelta curatoriale di procedere per temi e non in ordine cronologico è in accordo con l’ideale ghirriano di fotografia, intesa come oggetto non concluso, come un’intenzione costante di porre questioni senza la pretesa di risposte universali: La fotografia rappresenta sempre meno un processo di tipo conoscitivo… che offre delle risposte, ma rimane un linguaggio per porre domande sul mondo… Ho percorso esattamente questo itinerario, relazionandomi con il mondo esterno, con la convinzione di non trovare mai una soluzione alle domande, ma con l’intenzione di continuare a porne. Perché questa mi sembra già una forma di risposta.
Angelica Falcone

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