Compagnia della Fortezza: Naturae – la valle della Permanenza

history 8 minuti di lettura

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
I miei compagni fec’io si aguti,
con questa orazione picciola, al cammino,
che appena poscia li avrei ritenuti;
e volta la nostra poppa nel mattino,
dei remi facemmo ali al folle volo.

Ma poi si sa come le cose andarono a finire. Il peccato di Hybris, di tracotanza, viene punito con le acque che si richiudono sulla fragile imbarcazione di Ulisse e compagni. Armando Punzo con il suo Naturae – la valle della Permanenza tenta la traversata, tenta di andare oltre le colonne d’Ercole, di realizzare nel suo folle volo l’Homo Felix, un uomo consapevole del bello, un uomo che non si faccia costringere dai propri limiti, dalle proprie gabbie, che sappia andare oltre. Il regista riesce nell’intento, disvela e crea l’utopia. Il suo lavoro non ha nulla da invidiare alle migliori produzioni teatrali italiane, anzi.

Compagnia della Fortezza Naturae La valle Permanenza Foto Gianfranco Falcone
Compagnia della Fortezza Naturae La valle Permanenza. Foto Gianfranco Falcone 2022 07 11

Al di là della cronaca, della critica, che è doveroso esercitare. In me preme la necessità di rispondere a una domanda. Perché è da giorni che sono tornato a Milano da Volterra, e ancora non riesco a liberarmi dalle immagini, dai colori, da quella fantasmagoria che veniva rappresentata sul palco di Volterra, all’interno del carcere, dietro le sbarre con detenuti-attori?

Ho provato diverse risposte nel mio disorientamento. Probabilmente la spiegazione sta nella parzialità di ognuna di esse.
Lo spettacolo di Armando Punzo mi è entrato sotto la pelle perché non si tratta tanto di uno spettacolo, ma di un’esperienza tanto più forte se si è avuto la possibilità di seguire per diversi giorni le prove, così come stato possibile per me.

Lo spettacolo mi è entrato sotto la pelle perché non parla di detenuti, di carcerati, di riabilitazione, se non nei termini in cui ognuno di noi che vive la propria vita al di fuori delle sbarre è in realtà in una prigione, fatta di consuetudini, di luoghi comuni, di costruzioni auto ed etero imposte. È tutta questa sovrastruttura che col suo Homo Felix, Armando Punzo vuole distruggere. Lo fa da trent’anni nel carcere di Volterra, lo ha fatto negli ultimi otto anni prima decostruendo il testo di Shakespeare, considerato da molti il canone della cultura occidentale, perché rappresenta l’uomo così com’è, con i suoi vizi e poche virtù. Lo ha fatto passando poi per Borges e arrivando infine a Naturae, spettacolo visionario, che racconta la scommessa e la ricerca che ognuno di noi deve fare per trovare una cifra sincera di umanità all’interno del proprio universo emotivo e spirituale.

In Naturae si avvertono tracce di tutto questo, degli spettacoli precedenti.

C’è Desdemona, c’è Amleto e c’è Shakespeare. Tutti i personaggi della ricerca condotta da Armando Punzo rispondono all’appello. Il regista li dispone sulla scena, un quaderno di un bianco abbagliante, costruendo una dimensione onirica in cui siamo trascinati dalla musica di Andrea Salvadori e dalla perfetta recitazione degli attori.
Su quel quaderno bianco, abbacinante, si sviluppa il sogno del regista. Sembra di entrare prima nel suo sogno, e poi nel sogno dell’uomo tout court alla ricerca di se stesso.

Messo il primo personaggio siamo presi in un gioco dalle infinite possibilità. Quel primo gesto di disporre i propri personaggi, come in un gioco infinito di specchi si moltiplica, si rifrange e si trasforma in colori e musica che entrano nelle viscere.

Sul palco c’è Alice con il coniglio, Desdemona, i dervisci rotanti ipnotici e poetici, una straordinaria complessità di richiami e rimandi, di cui è difficile cogliere completamente il significato, ma di cui è possibile afferrare la bellezza.

Una bellezza resa ancora più convincente dai costumi creati dalla brava Emanuela Dall’Aglio, che con il suo lavoro contribuisce nettamente a disegnare l’atmosfera surreale del tutto.

La voce narrante ci trascina suadente, cercando di convincerci che la meta è una continua genesi, è la ricerca di altre possibilità, è il tentativo di non lasciare nessuna traccia, niente di sé.

È pericoloso Armando Punzo. Non sono i detenuti attori che dovrebbero essere tenuti in galera, non sono loro che dovrebbero essere abbandonati dopo aver gettato la chiave. Il più pericoloso di tutti è il regista, perché osa sfidare le convenzioni. Osa credere, laddove in questi tempi di smarrimento noi non riusciamo a farlo, che sia possibile costruire un uomo diverso, non in un futuro remoto, non in un passato arcaico o in un’età dell’oro, ma oggi nel presente. Quindi sì, a lui sia concessa la pena più severa, l’ergastolo, e mandati in libertà i suoi attori.

La scena disegnata da Armando Punzo è una scena bianca, folgorante, che rimbomba e risplende ancora di più sotto il sole cocente di Volterra. È su quella scena, su quel palco che lui si trasforma in un pifferaio magico, che trascina attori, parole, azioni fino all’esito finale in cui non c’è Ofelia che muore e Orazio e Amleto che scompaiono, ma c’è il sorriso del protagonista che si riscopre nelle proprie possibilità.

Compagnia della Fortezza Naturae La valle Permanenza Foto Francesco Lorusso
Compagnia della Fortezza Naturae La valle Permanenza. Foto Francesco Lorusso 2022 07 11

Non ci sono dialoghi in questo spettacolo. Ma c’è ad ogni passo, ad ogni frammento, un anelito di speranza, senza compromessi, senza reticenze, urlato a squarciagola, forte nei simboli che via via si susseguono. Non si tratta soltanto di uno spettacolo che rompe con gli spazi abituali delle rappresentazioni, ma che è fedele agli insegnamenti di Antonin Artaud, intendere il teatro come fatto registico, il teatro che non può essere un mero fatto letterario, che deve rompere con la dittatura del testo, un teatro che deve trovare una nuova lingua e crescere nell’unione di più linguaggi, che deve trovare la propria voce.

Tutto si svolge nel cortile di un carcere circondato da sbarre, che sono ben presto dissolte dalla potenza dell’arte. Ma nel teatro di Armando Punzo non c’è soltanto un azzardo spaziale, c’è anche una scommessa temporale. Il tempo ordinario scompare per lasciare luogo a un tempo straordinario che è il tempo della creazione. È il tempo dell’arte.

In Naturae ci sono attori-detenuti. C’è il popolo di Armando Punzo: cinesi, italiani, rumeni, polacchi, africani, dalla pelle scura e gli sguardi fieri. Armando Punzo riesce a mettere insieme mondi e universi, trasformando qui quella che sarebbe carne da galera in raffinati artisti, in uomini, capaci di pensare e di sentire. A ognuno la sua pena. La pena di Armando Punzo è quella di essere posseduto da un demone che lo spinge a creare, e a farlo in situazioni proibitive.

Naturae la valle della permanenza non è soltanto uno spettacolo. È un viaggio dell’uomo nell’uomo, un viaggio nel tempo e nello spazio.

Ci sono detenuti che arrivano da culture lontane, che hanno chiesto di proposito di andare a Volterra. Perché lì si fa teatro, si fa arte. Ci sono musicisti, attori, attrici, che seguono Armando da quando erano decenni o poco più. Adesso sono uomini e donne fatte di oltre quarant’anni. Tale è il fascino che emana quest’uomo segaligno, gentile, capace di caricarsi sulle spalle un popolo, un sistema penitenziario. Riuscendo a trasformare un carcere di massima sicurezza, uno dei più penosi Italia, in un centro di ricerca, di affermazione dell’umano.

Compagnia della Fortezza Naturae La valle Permanenza Foto Francesco Lorusso 2022 07 11
Compagnia della Fortezza Naturae La valle Permanenza- Foto Francesco Lorusso

Non ero solo ad assistere lo spettacolo, con me c’erano altri tre compagni di viaggio. Tutti e tre erano inebriarti dalla scena, dagli incontri, dai significati. C’era chi esprimeva tutto questo affermando di trovarsi in mezzo a un’opera d’arte, a metà tra Kandinskij e De Chirico, e come dargli torto. Tutto sembrava muoversi come in una perfetta geometria, dove ogni cosa trovava il suo necessario posto, accompagnato da musiche evocative che sembravano scavare nell’intimo. Potremmo discutere e lo faremo di quanto abbiamo visto e vissuto, anche immergendoci in conversazioni dotte. Ma ciò che fa di Naturae qualcosa di potente è la sua capacità di trascinare altrove, di rapire, di rendere impossibile ascoltare altro che non sia l’immaginario che si sviluppa sulla scena.
Un’opera d’arte, di qualunque genere essa sia, quando è capace di fare questo è vera arte.

Gianfranco Falcone

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article