Con il Progetto Fondazione Arca al confine con l’Ucraina

Progetto Arca Siret Romania
history 13 minuti di lettura

La guerra imperversa in Ucraina. Ma mentre c’è chi si affanna ad uccidere c’è anche chi tenta di portare aiuto con gesti concreti. Questa è la storia di uno di loro, che ha speso la vita ad aiutare i fragili, senza fare distinzione di credo, colore, provenienza, e che insegna ai propri figli a guardare in faccia la realtà delle cose. Nel farlo lo insegna anche a noi senza troppe parole.

Chi è Alberto Sinigallia?
Alberto Sinigallia era un volontario di frate Ettore, frate storico di Milano, che ha insegnato tante cose e ha iniettato questa forte volontà di dare assistenza agli ultimi. Da lì, da volontario di frate Ettore è nato Progetto Arca. Poi Alberto Sinigallia è marito, padre di tre figli. È un imprenditore che ha un’azienda da trentasette anni con un suo socio, e commercia in piante. Oramai si dedica al 99% al sociale come presidente di Fondazione Progetto Arca.
Che cos’è Fondazione Progetto Arca?
Progetto Arca nasce nel ‘94 da un gruppo di volontari che si dedicano agli ultimi e al primo aiuto in caso di necessità. Ci dedichiamo soprattutto ai senza dimora, con unità di strada e con cucine mobili in tutte le principali città. E anche alla povertà in appartamento. Per cui pacchi viveri, social market, insomma portiamo generi alimentari alle famiglie che non arrivano a fine mese.

Alberto Sinigallia a Siret per il Progetto Arca
Alberto Sinigallia a Siret per il Progetto Arca

Voi siete attivi anche all’estero, dove?
Abbiamo dei piccolissimi progetti all’estero. Per cui quando c’è stato Lesbo [Sull’isola c’è il campo profughi di Moria, che è stato incendiato da ignoti, ed è al centro di numerose polemiche ndr.] siamo partiti in settantadue ore, quando c’è stata la guerra in Ucraina siamo partiti. Siamo andati in Sudan il paese più povero del mondo. Siamo andati in diversi paesi africani, asiatici, in Libano. Insomma, siamo andati dove c’era necessità. Però stiamo parlando di una piccola azione. Il grosso di Progetto Arca è sulla povertà in Italia.
Potrei affermare che il vostro partire in aiuto per le emergenze è un’azione simbolica?
Più che simbolica è un’azione doverosa. Perché le istituzioni si muovono con ritardo. Le grandi organizzazioni si muovono lentamente. Noi abbiamo una task force che in 24 ore sale sul camper. Abbiamo tende, cucine mobili, brandine, sacchi a pelo, siamo pronti per la partenza. Per cui non è solo simbolica. È necessaria. Poi noi ci ritiriamo quando arrivano le grandi organizzazioni. Noi non siamo una organizzazione non governativa (ONG), non abbiamo progetti stabili. Abbiamo progetti che aprono e chiudono in poco tempo. Noi siamo in Ucraina adesso ma probabilmente tra qualche mese apriremo progetti più stabili in Italia per i flussi di persone che arrivano in Italia e poi i flussi che tornano in Ucraina.
Siamo una organizzazione piccola che si muove velocemente.
Perché avete deciso di partire per Siret cittadina rumena distante un chilometro dal confine con l’Ucraina?
A Siret ci siamo appoggiati alla ONG Remar con cui abbiamo già collaborato in altre situazioni, soprattutto a Lesbo. Perché ovviamente quando ci si muove bisogna appoggiarsi a un partner locale radicato. Loro sono lì da trent’anni, conoscevano le istituzioni. Infatti in due giorni abbiamo avuto in gestione un centro sportivo da attrezzare per ospitare i profughi. Perché naturalmente se fossimo arrivati dall’Italia senza conoscere le istituzioni o il primo ministro, avremmo avuto difficoltà a poter agire in così poco tempo. Mentre con loro in 24 ore siamo riusciti ad essere operativi.
Quanti giorni di viaggio occorrono per arrivare a Siret?
Adesso abbiamo giù i nostri operatori e la nostra équipe infermieristica e andiamo in aereo. Partiremo in sette per dare il cambio a chi è giù. Quando siamo andati in macchina e con i furgoni abbiamo avuto 25 ore di viaggio più dieci ore fermi alla frontiera con L’Ungheria. Complessivamente ci abbiamo messo 35 ore.
Quindi vi stabilirete a Siret, in Romania?
Adesso vanno giù i Tir con i beni. Abbiamo preso un magazzino e facciamo la logistica da là.
I suoi figli hanno preso la sua stessa strada?
Il maggiore si occupa di logistica. Domani parto anche con l’altro mio figlio, quello più piccolo. Sono esperienze di vita reale che voglio fargli fare. Ma non è un lavoro. Stanno ancora studiando.
Stanno studiando ma voi come genitori insieme con loro avete deciso di condividere questa esperienza. Perché?
Perché è la vita reale. Essere lì significa guardare negli occhi persone che fino al giorno prima avevano tutto, a cui un evento come una guerra toglie il lavoro, la casa, la famiglia perché si separa, e i mariti stanno a combattere. Perdono una nazione perché devono uscire e non sanno se torneranno. È una fotografia di vita reale, che i ragazzi non possono assolutamente avere stando nella loro stanzetta.
Quanti anni hanno i suoi figli?
Uno diciannove e uno diciassette. Domani parto con tutte e due. Poi c’è una figlia di diciotto anni che non può partire per suoi impegni di studio.
I ragazzi sono già scesi o  è il primo viaggio che fanno?
Il più grande sì. È tornato con me quattro giorni fa con i furgoni. Eravamo scesi con una cucina mobile dopo 35 ore di viaggio.
A Siret avete allestito un campo. Quali sono le sue caratteristiche?
In realtà sono tre campi. Uno è in una grande palestra dove ci stanno settecento, ottocento persone. Poco distante c’è la costruzione di un campo di calcetto attrezzato con docce e spogliatoi per cui ci stanno circa 120 persone. Poi insieme alla Protezione civile locale c’è una tendopoli da 500 posti, con tende riscaldate.
Le prime due erano strutture esistenti che vi hanno offerto?
Esatto. Le gestiamo noi insieme a Remar. L’altra la gestiamo con la Protezione civile locale.

Romania, Siret. Progetto Arca Marzo 2022

Quale sostegno offrite alla popolazione?
Cibo sicuramente. Ma soprattutto una logistica di spostamento. Perché nei campi devono stare il meno possibile. Tenga presente che abbiamo fatto passare 9.000 persone in una settimana. E ci sono stati molti ponti aerei fatti con degli studenti indiani che non avendo passaporto europeo dovevano tornare a Nuova Delhi. Studiavano a Kiev e ovviamente hanno dovuto evacuare il prima possibile. C’è una grande convenzione tra India e Ucraina a livello universitario. C’erano 20.000 studenti a Kiev, solo da noi ne sono passati più di 5.000.
Quindi voi offrite la possibilità agli studenti di tornare a Delhi. Invece agli ucraini offrite la possibilità di andare in altri paesi europei?
Sì. Esatto. Sono ricongiungimenti familiari perlopiù perché questi sono veloci. Mettiamo a disposizione pullman organizzati con la prefettura che vanno in Francia, in Germania, in Italia. E lì hanno parenti, familiari, amici che li accolgono. Questo è il lavoro più veloce. Ci sono invece situazioni che sono più complicate. Allora ci appoggiamo a delle situazioni locali di Remar, che ha delle case famiglia. Le persone non possono stare un tempo prolungato nel campo, altrimenti il campo si riempie in una giornata.
Adesso noi stiamo accogliendo dieci orfane che ovviamente non hanno appoggi familiari da nessuna parte. Allora li accoglieremo noi in Italia presso l’Abbazia di Mirasole che gestiamo. Questi sono i casi più complessi, che hanno bisogno di un tempo lungo di permanenza. Non sanno se ritorneranno, ma soprattutto devono partire velocemente. Anche perché ripeto se nel campo ci sono persone che non sanno dove andare, le prime 1.000 che arrivano bloccano il campo per mesi. Invece nel campo stanno dalle 24 alle 48 ore. Ad esempio con questi indiani abbiamo un accordo con la prefettura e l’ambasciata indiana che ha fatto i ponti aerei e li ha portati a Nuova Delhi. Ma arrivano e vanno. Magari arrivano alle tre di notte e già la mattina dopo c’è il ponte aereo.
È un lavoro davvero complesso.
È un flusso continuo. Sì. sì, ci sono pullman a tutte le ore che arrivano e partono.

tir per Ucraina

Portate anche vestiario con i vostri Tir?
Portiamo anche vestiario. È imminente la partenza di un Tir [è partito giovedì sera ndr.] con cui scenderanno indumenti della Givova e di Uniqlo. Givova ha vestiario pesante, sportivo, tute, maglie termiche. A Siret siamo tra i meno dieci e i meno venti. Quindi fa molto freddo. Tra l’altro Siret si trova in una zona in cui c’è un canale da dove arriva il vento siberiano. L’anno passato hanno avuto il record di meno quarantadue gradi di temperatura. È veramente una zona freddissima.
Farete partire altri Tir?
Ne abbiamo tre frutto di donazioni pronti ma in questo momento stiamo cercando i fondi per farli partire. Il viaggio di ogni Tir costa 3.500 euro.
Quanti ne sono partiti nel viaggio precedente?
Nel viaggio precedente siamo andati con i nostri mezzi, con i nostri camion. Siamo partiti in cinque, cucina mobile, camper, e tre furgoni, portando cibo, abbigliamento, medicine.
Quali paesi attraversate nel vostro viaggio?
Romania, Ungheria, Slovenia e Italia. Purtroppo l’Ungheria ci lascia 10 ore in coda alla frontiera. Abbiamo portato delle famiglie dalla Romania, una di queste aveva un bambino di pochi mesi che non aveva il passaporto elettronico e l’hanno fatta tornare indietro. È veramente un’assurdità. Stiamo parlando della frontiera tra Ungheria e Romania. Nessuno si ferma in Ungheria per cui non vedo neanche questi grandi problemi di bloccare bambini al freddo per dieci ore.
Quali sono le emozioni che vi portano i rifugiati quando li accogliete?
Gratitudine. Ho in mente questo papà indiano che è venuto da Los Angeles in aereo a prendere il figlio che l’aspettava da mezz’ora sotto la neve. Sceso dal taxi prima di abbracciare il figlio si è inginocchiato davanti a noi volontari ringraziandoci, poi è andato ad abbracciare il figlio. Gli indiani hanno questo senso di gratitudine veramente commovente. Io, la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata di correre ad abbracciare mio figlio. Per cui c’è sicuramente grandissima gratitudine. I rumeni si dedicano totalmente e accolgono in famiglia. Tra la popolazione c’è veramente un grande rispetto, una grande accoglienza. Si legge negli occhi dei profughi che avevano tutto e hanno perso tutto. C’è chi ha dovuto lasciare il nonno che non voleva spostarsi dalla sua stalla, perché aveva gli animali, e decide di morire piuttosto che lasciare il suo paese. Ci sono figlie con i nipoti che sono obbligate a lasciare il padre e il nonno. Ci sono tutti questi drammi. Gente che viene con il cagnolino. Abbiamo visto passare un coniglio. Si vede gente completamente sradicata dalla propria terra che ha la sofferenza nel cuore.
Quali sono le difficoltà, i rischi, di un viaggio e di un’operazione di questo genere?
Ci sono i rischi che potete immaginare. Non ci sono rischi reali. Il rischio è prendersi in carico delle situazioni che hanno bisogno di un tempo che noi non abbiamo. La velocità è fondamentale. Quando ci troviamo dieci orfane che non hanno dove andare quello è il rischio per la nostra organizzazione. Perché non possiamo far finta di non vederle e dobbiamo trovare una soluzione per quelle orfane che hanno avuto la casa bombardata. Non possono tornare indietro e non sanno dove andare. Poi rischi reali non ce ne sono. Almeno per il momento finché non arrivano le bombe ai confini non ce ne sono. La difficoltà, ma non è un rischio, è la logistica. Cioè il trovarsi in un paese che non ha una struttura e dover aprire un campo per mille persone, dover dare loro da mangiare, pensare alla logistica per il trasporto di mille persone, che ogni 24 ore devono andare all’aeroporto, pensare ai camion, ai trasporti. In quattro ore abbiamo dovuto affittare un deposito per far arrivare i camion. Insomma tutto quello che è l’operatività.

Voi siete al confine. C’è una diminuzione dei flussi migratori o la situazione è sempre grave?
La situazione è sempre drammatica. Si stanno aprendo più fronti. In questo momento la Moldavia è un fronte importante da dove stanno uscendo 20mila persone al giorno, e lì non c’è l’organizzazione che c’è in Romania e Polonia. Quello è un nuovo flusso. Sono ucraini che entrano in Moldavia e escono dalla Moldavia. È una frontiera che si è aperta con gli ultimi bombardamenti.
Il vero problema non è quello che noi vediamo, è dentro i confini. Infatti noi ci stiamo attrezzando per entrare a dare supporto alle persone che sono dentro, una volta finita la guerra, speriamo presto. Perché molti non sono usciti e non usciranno. Dentro in questo momento inizia a scarseggiare il cibo, ci sono i prezzi alle stelle. Per cui chi è dentro in questo momento non ha aiuti umanitari. È una situazione terribile.
Un’altra cosa che vediamo è che primi giorni uscivano le persone con la macchina, con i soldi, che prendevano l’aereo e andavano in autonomia in albergo. Adesso man mano iniziano ad uscire persone più povere, più malconce, gli anziani. Come in tutti gli esodi ma mano che continuano le persone che escono sono più vulnerabili.

Gianfranco Falcone

 

 

 

 

 

 

 

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