Congo, concessioni petrolifere e foresta pluviale

repubblica democratica del congo
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La Repubblica Democratica del Congo ospita una delle più grandi foreste pluviali secolari della terra ma – al fine di attrarre investimenti stranieri – in questi giorni il governo ha deciso di vendere lo sfruttamento per l’estrazione di petrolio e gas di vaste aree del territorio della propria foresta pluviale.

Per comprendere l’importanza di quest’area basti pensare che essa è la seconda del mondo per dimensioni dopo l’Amazzonia. Le aree che verranno dedicate all’estrazione di petrolio e gas si estendono attraverso il Parco nazionale di Virunga, il santuario dei gorilla più importante del mondo e patrimonio mondiale dell’Unesco.

Il bacino del Congo rappresenta il 70% della superficie boschiva del continente, ospita un migliaio specie di uccelli e più primati di qualsiasi altro posto nel pianeta. Come affermato da Irene Wabiwa, leader di Greenpeace che si occupa del bacino del Congo, lo sfruttamento del petrolio e gas in queste aree ci porterà ad una catastrofe climatica globale.

Solo otto mesi fa il presidente del Congo Felix Tshisekedi al vertice globale sul clima a “Climate conference CO26” di Glasgow aveva accettato al fianco dei leader mondiali un accordo decennale proprio per proteggere la foresta pluviale, detto accordo includeva investimenti internazionali per 500 milioni di dollari a favore del Congo nei primi cinque anni, ma è evidente che da allora le priorità e soprattutto gli interessi mondiali sono cambiati. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e il conseguente embargo hanno portato ad una penuria generalizzata di carburanti e l’atteggiamento dei leader mondiale è mutato, forse non aspettavano altro anche su pressioni di tutte le lobby dirette e indirette del fossile. E così il presidente USA Joe Biden che ad inizio mandato si era impegnato a ridurre i combustibili fossili e invece si è recato in Arabia Saudita per chiedere un aumento della produzione di petrolio. Finanche un paese come la Norvegia, uno dei principali sostenitori dell’importanza del salvataggio delle foreste, sta aumentando la produzione di petrolio con trivellazioni offshore.

Diventa difficile in questa situazione portare sul banco degli imputati per una potenziale catastrofe ambientale planetaria la sola Repubblica democratica del Congo per l’intenzione di vendere lo sfruttamento di aree della propria foresta pluviale che avrebbe come obiettivo, a detta di Tosi Mpanu Mpanu, Consigliere del ministro per gli idrocarburi congolese di guadagnare abbastanza denaro per aiutare la propria nazione a ridurre la povertà ed innescare una crescita economica necessaria [1]. Il 75% della popolazione congolese dispone di meno di un dollaro al giorno per vivere che è considerato a livello mondiale un limite di povertà assoluta . Ricordiamo che la Repubblica democratica del Congo nel ranking del PIL pro capite è in fondo alla classifica mondiale 221° seguita solo di Burundi e Repubblica centrafricana [Fonte Indexmundi 2020]

Il ministro degli idrocarburi Didier Budimbu ha recentemente affermato che il Paese potrebbe avere, laddove si sfruttassero le aree nella foresta pluviale un potenziale estrattivo di un milione di barili di petrolio al giorno, adesso se ne estraggono 25.000, stiamo parlando a prezzi correnti di una cifra pari a più della metà dell’intero Pil del Congo.

La preoccupazione degli ambientalisti si fa sempre più stringente se Greenpeace e la Rain Forest Foundation UK tentano di richiamare l’attenzione sul rischio che l’esplorazione petrolifera porterebbe alle torbiere della foresta pluviale. Un pericolo dovuto sia dalle vaste infrastrutture richieste per l’estrazione del petrolio (ricerca, perforazione e estrazione ) sia per il trasporto del petrolio stesso. Tali attività potrebbero portare ad una grande deforestazione in ecosistemi unici, delicati e fondamentali per la stabilizzazione del clima mondiale.

Per chiarire: le torbiere umide immagazzinano grandi quantità di anidride carbonica nei loro terreni torbosi e trattengono il gas che non può quindi essere rilasciato nell’atmosfera. Lo studio del professor Simon Lewis di Leeds, finanziato dal Natural Environment Research Council, ha mappato solo  nel 2017 le torbiere del bacino centrale del Congo individuando la torbiera più estesa, parliamo di un’area grande come il Regno Unito. Proteggere le torbiere è essenziale per far si che il carbonio immagazzinato che contengono non venga rilasciato nell’atmosfera. Le torbiere hanno degli equilibri delicati che possono essere minacciati proprio dalle attività umane per l’estrazione di idrocarburi e gas: costruzione di strade, disboscamento, drenaggio delle piantagioni industriali di olio, esplorazione petrolifera, inoltre l’aumento delle temperature potrebbe far prendere l’equilibrio della torbiera dall’assorbimento del carbonio al suo rilascio nell’atmosfera [fonte congopeat].

Il Center for International Forest Research stima che l’enorme torbiera del bacino del fiume Congo custodisca una quantità di carbonio pari a 20 anni di emissioni da parte degli Stati Uniti [2]. In questo momento sono diventate 30 le aree che la Repubblica democratica del Congo ha deciso di destinare allo sfruttamento, 27 per il petrolio e 3 per il gas, TotalEnergies ha affermato che non intende fare offerte e Chevron non ha risposto a una richiesta di commento. Anche altri grandi produttori di petrolio hanno rifiutato di commentare. Possiamo solo sperare che sia ancora vivo nelle grandi compagnie petrolifere il ricordo di quanto accaduto nel 2014 alla Soco, compagnia petrolifera inglese, che aveva ricevuto l’autorizzazione dal governo congolese a compiere trivellazioni test proprio nell’area del Virunga, allora fu tale la mobilitazione degli ambientalisti che raccolsero 700.000 firme e forti le pressioni da parte di Unesco, WWF, il cardinale Desmond Tutu e numerose personalità da tutto che il mondo che la Soco fu costretta a ritirarsi [3].

Rimane aperto il tema di quale sia il debito che l’occidente ha nei confronti del Congo, un Paese ricchissimo di risorse naturali che è stato vittima del colonialismo più feroce che un Paese africano abbia mai conosciuto, un Paese che nel 1885 fu proprietà personale del re Leopoldo del Belgio per quasi un quarto di secolo, prima di diventare colonia belga, un re-padrone che imponeva il lavoro coatto per l’estrazione del caucciù a costo della vita ed infatti 10 milioni è il numero di morti che risultò dallo sfruttamento di re Leopoldo. La lunga mano dello sfruttamento delle risorse e del popolo congolese è arrivata sino ai nostri giorni, Amnesty International stima che ancora almeno 40.000 siano oggi i bambini congolesi sfruttati nelle miniere di cobalto con giornate di lavoro di 12/14 ore, pagate una miseria e senza alcuna forma di assistenza e tutela, cobalto che costituisce il 50% della richiesta mondiale per la produzione di apparecchiature elettroniche, il colonialismo ha solo cambiato faccia, ma risulta impensabile a queste condizioni con un popolazione di 90 milioni di persone afflitte da conflitti interni che hanno causato oltre 5 milioni di profughi, 3 milioni dei quali bambini [fonte Unicef] in condizioni di povertà assoluta ed insicurezza alimentare, dove la corruzione dilaga in ogni livello della società civile che il Paese interiorizzi una coscienza ambientalista e si faccia paladino mondiale della difesa dell’ambiente soprattutto a fronte di un occidente che non ha mai interiorizzato la necessità risarcitoria per compensare lo sfruttamento coloniale dell’Africa.

Adelaide Cacace

[1] Ruth Maclean e Dionne Searcey, Congo to auction land to oil companies “our priority is not to save the planet”, 24 luglio 2022
[2] Wanjoki Kabukuru, Congo basin peatland rainforest oil leases up for auction, 28 luglio 2022
[3] John Vidal, Soco halts oil exploration in Africa’s Virunga national park,11 giugno 2014

 

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