Consumi individuali e sistemi di produzione: una lotta per il Pianeta

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Suggerimenti e consigli su come aiutare a combattere il riscaldamento globale e ad avere un comportamento responsabile per il Pianeta sono sempre ben accetti. Sono in tanti a farlo con l’obiettivo di cambiare, oserei dire, la cultura del consumo.

Questa settimana il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato una lunga lista di suggerimenti, dalla cucina alla finanza, di esperti affinché le nostre pratiche siano meno impattanti.

Prima di raccontarvene alcuni, un’avvertenza è d’obbligo: cambiare i nostri modelli di comportamento e la nostra cultura rispetto a molte delle attività umane necessita di tempi lunghi perché è l’individuo che deve assorbire nuove condotte. Tempi che non abbiamo quasi più. Quindi bisogna insistere con gli interventi a monte per obbligare gli apparati industriali e finanziari a cambiare completamente registro, perché non basta più riciclare o volare meno.

Stiamo parlando di penalizzare gli investimenti in attività inquinanti, di bloccare o ridurre notevolmente la produzione e l’uso della plastica, incentivare le imprese circolanti, combattere la fast fashion, le colture intensive e gli allevamenti intensivi, e molto altro.

A proposito di comportamenti vincenti non solo per il Pianeta ma anche per la salute, una delle pratiche da adottare è quella di tagliare drasticamente l’alimentazione a base di proteine animali.
Se è vero che la questione è complessa e alcune volte le alternative non sono neutre, come ci spiega Vincenzo Comito, in un ottimo articolo che consiglierei vivamente di leggere anche per l’evidenza data all’evoluzione tecnologica, i bovini «emettono metano, un potente gas serra e sono responsabili almeno in parte della deforestazione e del consumo di acqua e di altri input inquinanti, nonché dell’occupazione di grandi quantità di terre a livello mondiale. I pascoli e le colture dedicate all’alimentazione animale mobilitano circa i tre quarti degli spazi agricoli mondiali. Il settore bovino richiede, a parità di calorie fornite, 28 volte più terra, 11 volte più acqua e 6 volte più fertilizzanti, mentre libera cinque volte più la quantità di gas serra, rispetto ad altre carni (pollo e maiale) (Focus, 2020). […] Degrado ambientale, incapacità di continuare a sfamare una popolazione peraltro crescente, forte riduzione della biodiversità, maltrattamento degli stessi animali nell’allevamento industriale, sono in effetti i risultati dell’attuale modello di sviluppo. È necessaria una gestione durevole delle terre e una rivoluzione nelle nostre tavole, un altro modo di produrre e consumare». Senza dimenticarci, come lo stesso autore scrive, dei risvolti negativi sulle economie e sul lavoro delle comunità meno sviluppate che necessitano di investimenti per la loro difesa in quanto gli allevamenti sono molto più che una questione di consumo di carne [1].

Ma torniamo da dove eravamo partiti. I consigli e i suggerimenti delle autrici e autori di The Guardian ripresi da vari esperti di settore.
E così l’invito a non sprecare in cucina: il pane raffermo può essere utilizzato, anche dopo averlo congelato, per crostini; l’acqua di ceci può essere trasformata in una maionese vegana; i semi della zucca che si possono friggere con l’olio e cospargere di sale per uno spuntino.
Usare la tecnologia: esistono molte app (non solo nel Regno Unito) che aiutano a non sprecare come succedeva nelle comunità contadine dove chi non aveva animali da cortile dava gli avanzi a chi li aveva.

Un altro aspetto importante è quello degli acquisti sensati: da una parte evitare di riempire a prescindere il carrello della spesa (tipico dei supermercati) sapendo “cosa mangeremo a casa e quando” come spiega Gyngell, chef e fondatore di Spring a Londra, che prepara un “menu di lavoro” utilizzando i rifiuti; dall’altra impegnarsi ad acquistare almeno il 50% degli alimenti da produttori che sono nell’arco di 30 miglia (50 km circa).

Altro tema importante è l’imballaggio: dall’acquisto di prodotti sfusi al riutilizzo di contenitori già disponibili. E se proprio dobbiamo scegliamo materiali sicuramente riciclabili.

Ridurre i lavaggi è un altro modo per aiutare l’ambiente: in “Waste Not Everyday” di Erin Rhoads si evidenzia che “la maggior parte del carico ambientale causato dalla moda avviene dopo che portiamo a casa l’abbigliamento: l’82% dell’energia che un capo utilizzerà sarà nel lavaggio e nell’asciugatura che facciamo ogni settimana”. Rhoads suggerisce di pulire i punti e neutralizzare gli odori con uno spritz di vodka diluita o succo di limone.

Per l’abbigliamento i consigli sono per minori acquisti e di ricorrere all’usato (anche per i mobili per la verità) quando possibile, tornare a rammendare un buco la cui attività potrebbe essere “altamente terapeutica”.

Per chiudere vale la pena di ricordare l’attenzione che bisogna porre su come vengono investiti i propri soldi dalle banche dove abbiamo un conto aperto. L’organizzazione BankTrack riporta le attività finanziate dalle banche in tutto il mondo. La stessa cosa vale per coloro che hanno sottoscritto Fondi Pensione che potrebbero avere investimenti in attività non ambientalmente sostenibili.
Ciro Ardiglione

[1] Vincenzo Comito, “La nuova carne un mondo senza allevamenti”, http://sbilanciamoci.info/la-nuova-carne-un-mondo-senza-allevamenti/, 9 febbraio 2020
[2] Anna Berrill, Nell Card, Jim Cable, Leah Harper, Tamsin Blanchard, Sali Hughes, Donna Ferguson “50 simple ways to make your life greener”, https://www.theguardian.com/environment/2020/feb/29/50-ways-to-green-up-your-life-save-the-planet, 29 febbraio 2020

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