COP26, ennesimo ritardo per la lotta al riscaldamento globale

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Non si può certo dire che COP26, l’ultima conferenza sul clima tenutasi a Glasgow poche settimane fa, abbia prodotto risultati concreti; a meno che non ci si accontenti del fatto che tutti gli Stati partecipanti abbiano confermato il loro impegno a formulare programmi per contenere l’aumento della temperatura e renderne pubblici i risultati.
La prima sensazione che si avverte dopo i lavori della conferenza è che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro i fatidici 1,5 C° appaia sfuggente, quasi elusivo.
D’altronde, per raggiungerlo, sarebbe necessario ridurre le emissioni di CO₂ del 45% entro e non oltre il 2030, per giungere all’azzeramento nel 2050; date che appaiono, allo stato dei fatti, un miraggio. Lo ha ribadito con toni perentori il Segretario dell’ONU Guterres: “Gli obiettivi dei Paesi sono deludenti, andiamo verso la catastrofe”, denuncia sorretta da un rapporto della stessa ONU che mostra come le emissioni nocive aumenteranno addirittura del 16% entro la data fatidica del 2030, il che ci condannerebbe ad un aumento della temperatura di almeno 2,7 gradi rispetto ai livelli preindustriali [1].

Tanto rumore per niente, verrebbe da dire, anche perché il documento finale di chiusura dei lavori lascia molto perplessi specialmente per tutti i nodi irrisolti.
Il Presidente di COP26, Alok Sharma, ha dovuto prendere atto fra le lacrime che la conferenza conclusa non poteva essere ricordata come quella che cancellava definitivamente il carbone dalla Storia, essendo sparito completamente l’impegno tassativo dei Paesi partecipanti al mantenimento della temperatura al di sotto degli 1,5 C° entro il 2030, prospettando di fatto come obiettivo finale né più né meno quanto concordato negli incontri di Parigi del 2015.
Questo anche perché l’uscita dall’uso del carbone si è scontrata con l’opposizione di India e Cina, che hanno preteso non l’abbandono immediato della fonte fossile bensì una graduale riduzione nell’uso.

In definitiva, solo propositi di buone intenzioni che non hanno convinto Jennifer Morgan, direttrice di Greenpeace International, la quale ha affermato senza mezzi termini che ”quanto fatto dai Governi fa aumentare la temperatura di 2,4 C° e non si può attendere il 2025, anno nel quale i Governi saranno pronti ad adeguare i piani di lotta all’inquinamento” [2].
Queste lente manovre dei Governi non sono solo sempre frutto di indecisioni o, in alcuni casi, di oggettive difficoltà ad adeguarsi a certi parametri, ma scaturiscono dall’ostruzione al cambiamento posto in atto dalle lobby delle multinazionali dei fossili, che sono impegnate ad ostacolare le iniziative di contrasto alla crisi climatica.
Questo è quanto risulta da uno studio approfondito curato da Influence Map, un non-profit think tank indipendente, nel quale spiegano il motivo per il quale molti Paesi arrancano nel sostenere una decisa politica sul clima [3]. Lo dice in maniera netta il direttore Ed Collins: ”È chiaro che la transizione verso un futuro ad energia pulita resterà difficile fino a che i Governi non intraprenderanno azioni significative per affrontare l’ostruzionismo e la retorica anti-scienza da parte del settore combustibili fossili”.

La retorica anti-scienza citata, è un altro degli strumenti usati per intensificare le pressioni a favore della c.d. “falsa soluzione”, che consiste sostanzialmente nell’oscurare il problema delle emissioni del carbone mascherandole con la sua trasformazione in carbone termico, utilizzato generalmente per produrre energia elettrica, sottacendo che tale procedimento è una fonte inesauribile di particelle di CO₂ nell’aria.
Il braccio di ferro che ormai è in corso fra scienza e apparati economici ha raggiunto il suo massimo proprio in questi anni dopo che per decenni una parte della comunità scientifica aveva creduto, e fatto credere, che anche interrompendo di colpo le emissioni nocive di gas e di altri composti la temperatura, per l’inerzia stessa del sistema climatico ormai saturo, avrebbe mantenuto per almeno 30 anni le particelle di carbonio nell’aria.
Ormai questa impostazione si sta sgretolando e proprio gli scienziati sollecitano un radicale cambio di passo. È quanto riporta Scientific American, la più antica rivista di divulgazione scientifica forse al mondo fondata nel 1845, in un articolo che evidenzia come quella teoria sia stata abbandonata senza rimpianti e gli scienziati “hanno dimostrato che appena le emissioni di CO₂ dovessero diminuire, crollerebbe anche la sua concentrazione nell’atmosfera grazie al contributo degli oceani, del suolo e della vegetazione che assorbendolo ne bilancerebbero l’incidenza. Il problema è che i Governi non ascoltano gli scienziati quando dicono che ciò che serve sono tagli nelle emissioni” [4], e per rimanere in questo ambito, è il discorso che si può fare nei confronti della Cina, secondo Paese al mondo insieme agli USA per le alte percentuali di inquinamento.

Il Paese asiatico ha la forza politica ed economica per gestire un’uscita dall’uso del carbone in tempi mediamente accettabili e addirittura potrebbe anche trarre un alto beneficio economico dalla transizione ecologica, visto che è il maggior produttore al mondo di pannelli fotovoltaici.
In quest’ottica, comunque di cauto ottimismo, va visto l’accordo siglato a margine della COP26 fra Cina e USA dove i due Stati si impegnano a lavorare insieme per contenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 C°. Ma quello che all’apparenza sembra un successo sulla via della lotta all’inquinamento, genera qualche perplessità negli osservatori. Appaiono infatti molto prudenti le frasi pronunciate da Genevieve Maricle, responsabile americana presso il WWF, quando afferma che ”dobbiamo tenere anche gli occhi aperti su ciò che effettivamente vogliono fare i due Paesi, se davvero hanno nei loro obiettivi la riduzione di emissioni di gas-serra” [5].

La cautela espressa dalla direttrice americana evidentemente è più che giustificata visti i comportamenti dei leader dei due Paesi dove l’amministrazione americana sembra più interessata a rafforzare il gradimento popolare mentre la Cina, dopo aver espressamente rifiutato di prendere in considerazione l’accordo per la limitazione dell’uso del metano, si accinge ad attivare nei prossimi mesi l’accensione di nuove centrali termiche a carbone.
Insomma veramente un piccolo passo in avanti, giustificato più dalla speranza di future aperture che da reali e concrete azioni.
Molte idee, buoni propositi, ma comportamenti ancora che appaiono sconfessare apertamente quanto affermato con solennità per la riduzione drastica dell’inquinamento. I dati, ad esempio, riguardanti i cospicui finanziamenti elargiti dalle banche dei Paesi partecipanti al G20. È stato calcolato che fra il 2018 e il 2020 hanno fornito sussidi ad aziende attive nel settore del petrolio, del gas e del carbone, pari a 188 miliardi di dollari cioè 2,5 volte di più di quanto messo a disposizione per le fonti rinnovabili [6].

L’altro punto che sembra nascondersi dietro le ottimistiche previsioni è che in realtà lo sviluppo delle energie rinnovabili dipende principalmente dalla convenienza economica.
L’impegno quindi per i Paesi più industrializzati è quello di incentivare le innovazioni tecnologiche adatte alla riduzione dei costi senza perdere di vista un punto nevralgico di questa strategia e cioè se sia materialmente fattibile quell’aumento di rinnovabili idonee per mantenere il riscaldamento terrestre entro gli 1,5 C°.
Sappiamo che, ad esempio, il fotovoltaico ha il limite nelle superfici occorrenti per assolvere il suo compito non disgiunto dall’uso di materiali provenienti da processi estrattivi la cui lavorazione inquina l’aria e l’ambiente. Senza dimenticare, in questo percorso circolare, lo smaltimento di batterie e accessori vari che potrebbero porre problemi al momento mai trattati perché di difficile inquadramento.
Uno sguardo poi in casa nostra, mette subito in risalto un fatto al quale mi sembra non sia stato dato particolare rilievo. Ricordo che alla COP26 è stato firmato un capitolato da oltre 20 Paesi nel quale ci si impegnava a non erogare soldi pubblici per costruire all’estero impianti per l’estrazione del gas, del carbone e del petrolio. L’Italia è stata tra i firmatari del documento ma subito ha dovuto prendere una decisione che in parte ha sconfessato la sua adesione all’iniziativa. Infatti a rischio c’era un grande investimento di aziende italiane, Saipem e Nuovo Pignone, proprio per l’estrazione di gas e petrolio al Circolo Polare Artico, nell’ottica del progetto “Arctic Lng 2”, (Arctic Liquefied Natural Gas,n.d.r) in pratica uno degli strumenti con il quale la Russia intende competere con gli Stati Uniti nel mercato mondiale del gas.
Una clamorosa marcia indietro negli impegni assunti? Il divieto di finanziare con soldi pubblici attività estrattive all’estero – sono circa 500 i milioni di euro garantiti dalla Sace per questa operazione – scatterebbe soltanto entro la fine del 2022 e al netto di particolari circostanze che risultino comunque coerenti con l’obiettivo di mantenere la temperatura globale entro gli 1,5 C°.
Il progetto artico, sotto la regia dell’azienda russa Novateck, conta di incrementare da 9,6 milioni di tonnellate l’anno a 11,49 la commercializzazione del gas naturale liquefatto e di aumentare su larga scala la produzione grazie alla costruzione di altri tre impianti entro il 2025. Ma secondo la IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), per mantenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 C° e raggiungere emissioni zero nel 2050, quei nuovi giacimenti vanno lasciati stare [5]. Si profila un nuovo braccio di ferro dagli esiti incerti e quegli 1,5 C° appaiono sempre più come una conquista lontana.
Stefano Ferrarese

[1] IPCC – Rapporto sulla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite su cambiamenti climatici
[2] Jennifer Morgan – “Mother Jones” – The UN Climate Summit is over – 16/11/2021
[3] Influence Map – “The US Chamber of Commerce and Lobbying on climate change regulations – novembre 2021
[4] Scientific American – “Cop26 Climate Pledges” – Novembre 2021
[5] [4] Icona Clima – “Cop 26” – 11/11/2021
[6] Luca Manes – “Il Manifesto” – 5/11/2021

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