COP15. La biodiversità resta ancora una chimera

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A Montreal (Canada), passi in avanti ne sono stati fatti con l’accordo finale alla COP15, la Conferenza delle parti della Convenzione Onu sulla biodiversità (CBD) con 196 Stati membri e che quest’anno alla presidenza aveva la Cina. Ma come accade da decenni è un’altra occasione mancata per fornire certezze sul futuro della biodiversità e della salvezza del Pianeta, anche perché gli obiettivi che ci si era dati con il Piano strategico per la biodiversità 2011-2020 non sono stati nemmeno lontanamente raggiunti. Le decisioni prese non sono stringenti e i fondi a disposizione sono pochi di fronte ai rischi di estinzione. E senza dimenticare che gli Stati Uniti non fanno parte della Convenzione. E pure avrebbero aree naturalistiche fondamentali come l’arcipelago delle Hawaii, le foreste pluviali temperate dell’Alaska e le barriere coralline e le paludi della Florida.

La perdita della biodiversità – che viaggia a ritmi mai visti finora – è dovuta alla attività dell’uomo: l’agricoltura e i suoi metodi sulla terraferma, la pesca nei mari sono quelle principali e poi tra le altre ci sono le estrazioni minerarie, il disboscamento, la caccia e la diffusione di specie invasive.

«I ricercatori hanno previsto che un milione di piante e animali sono a rischio di estinzione, molti entro decenni. L’ultimo evento di estinzione di tale portata è stato quello che ha ucciso i dinosauri 65 milioni di anni fa» [1].

L’accordo raggiunto il 19 dicembre in seno alla COP15 arriva dopo dieci giorni di colloqui, trattative e dopo una seduta plenaria fiume. L’accordo consta di 23 obiettivi sottoscritti e in particolare i firmatari si sono impegnati a proteggere il 30% delle aree terrestri, dei mari, delle aree costiere, delle acque interne entro il 2030. Questo 30% di aree protette vanno intese a livello planetario e quindi non in ogni nazione, «la biodiversità è globale, gli Stati sono sovrani, ma ognuno di essi deve fare del suo meglio».
Si chiede di garantire azioni urgenti, per il recupero e la conservazione delle specie, in particolare per quelle minacciate, di adottare pratiche di conservazione e gestione sostenibili e gestire efficacemente le interazioni uomo-fauna selvatica e ridurre al minimo il conflitto uomo-fauna selvatica per la coesistenza.
Inoltre ci si impegna a ridurre i rischi di inquinamento e l’impatto negativo dell’inquinamento da qualsiasi  fonte, entro il 2030, a livelli che non sono dannosi per la biodiversità e gli ecosistemi. Ridurre i rischi derivanti da pesticidi e sostanze chimiche altamente pericolose anche attraverso la lotta integrata ai parassiti, tenendo conto della sicurezza alimentare e dei mezzi di sussistenza; e anche prevenire, ridurre e lavorare per eliminare l’inquinamento da plastica. E poi ridurre al minimo l’impatto dei cambiamenti climatici e dell’acidificazione degli oceani sulla biodiversità e aumentarne la resilienza attraverso azioni di mitigazione, adattamento e riduzione del rischio di disastri.
Entro il 2025 identificare ed eliminare gradualmente o riformare gli incentivi, compresi i sussidi dannosi per biodiversità, in modo proporzionato, giusto, equo, effettivo ed equo, riducendoli di almeno 500 miliardi di dollari americani all’anno entro il 2030 e incrementare gli incentivi positivi per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità.
L’accordo porta ad un finanziamento di 200 miliardi di dollari all’anno per attività volte alla conservazione della biodiversità ed inoltre sono previsti – entro il 2025 – 20 miliardi di dollari all’anno che dal 2030 diventano 30 miliardi da destinare ai Paesi in via di sviluppo. Ma non viene istituito – come richiesto da vari paesi africani – un fondo specifico ma resta all’interno del Global Environment Facility (Gef).
Questi impegni non sono vincolanti e poi «uno studio del Paulson Institute, un’organizzazione di ricerca, ha rilevato che invertire il declino della biodiversità entro il 2030 richiederebbe di colmare un deficit finanziario di circa 700 miliardi di dollari all’anno» [2].

Non è un accordo che salverà la biodiversità. Sono diversi I commenti negativi che si registrano. An Lambrechts, capo della delegazione di Greenpeace alla COP15, ha sostenuto che «”nel complesso, la COP15 non sia riuscita a fornire l’ambizione, gli strumenti o i finanziamenti necessari per porre fine all’estinzione di massa “ . Se l’obiettivo del 30 per 30 consiste nel proteggere il 30% delle terre entro il 2030, il testo non presenta un divieto di attività dannose su queste zone protette. “Così com’è, è solo un numero vuoto». In un comunicato, l’associazione Bloom sottolinea il fatto che nel testo non è presente “nessuna menzione della pesca industriale come fonte primaria di distruzione degli ecosistemi marini” . Accusa anche l’assenza di un “ divieto di attività industriali all’interno di aree marine da ripristinare o proteggere” . Sempre secondo l’associazione, la Francia sarebbe “  riuscita a sabotare l’accordo mondiale sulla biodiversità”, mentre dedica “  quasi la metà del proprio tempo allo sfruttamento delle cosiddette aree marine “protette”» [3]

E veniamo ad un altro grande limite di questo accordo. Per quanto i popoli indigeni ottengono un riconoscimento dei loro diritti, anche in questo caso non si è fatto il passo decisivo. Come spiega l’organizzazione Survival International, «l’International Indigenous Forum on Biodiversity (IIFB) ha chiesto che i territori indigeni rientrassero nel calcolo del raggiungimento del target del 30% ma la sua richiesta è stata respinta, principalmente dai paesi europei, nonostante numerose prove dimostrino che i popoli indigeni proteggono le loro terre meglio di chiunque altro e che i loro territori dovrebbero essere uno strumento cruciale nella protezione della biodiversità» [4].

Continuiamo ad andare avanti per troppi compromessi ma questo ci tiene sull’orlo del baratro.

Pasquale Esposito

[1] Catrin Einhorn, Nearly Every Country Signs On to a Sweeping Deal to Protect Nature, 20 dicembre 2022
[2] Catrin Einhorn, ibidem
[3] Jade Bourgery, Biodiversité: à la COP15, un accord historique mais tout reste à faire, 19 dicembre 2022
[4] Una sconfitta e qualche successo dal retrogusto amaro, 20 dicembre 2022

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