COP26: il Pianeta non è stato messo in sicurezza

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A proposito dell’Accordo finale sul Glasgow Climate Pact nell’ambito della COP26, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha detto che “i testi approvati sono un compromesso. Rispecchiano gli interessi, le condizioni, le contraddizioni e lo stato della volontà politica nel mondo di oggi“. Tutto vero e normale che ci siano mediazioni, ma sul riscaldamento globale si va avanti da tempo a forza di compromessi spesso al ribasso e il risultato è che la temperatura del Pianeta continua a crescere inesorabilmente.

Questo Accordo [1] non assicura affatto che ci fermeremo entro il +1,5°C stabilito a Parigi, e già quello è un compromesso. Molte belle parole perché quello che si è ottenuto è “mantenere vivo” l’obiettivo stabilito a Parigi.
Dalla COP26 arriva il “segnale che l’era del carbone sta finendo” come ha dichiarato Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International, ma è un segnale e dei segnali il Pianeta sa poco che farsene.
Un segnale che può essere convertito in maggiori impegni? Pochi quelli cogenti a dire il vero.
L’aspetto positivo – ma che parallelamente dimostra di un accordo che non garantisce un futuro al Pianeta ed in particolare alle nazioni insulari che rischiano di essere sommerse – è che il prossimo anno ritorneranno a negoziare in Egitto. L’obiettivo è quello di riesaminare costantemente i piani nazionali e provare a negoziare azioni più ambiziose.

Simon Kofe, ministro Tuvalu
Simon Kofe, ministro dello Stato insulare polinesiano di Tuvalu nell’Oceano Pacifico. Immagine dal videomessaggio pubblicato sul profilo Facebook.

È vero anche come dice Antonio Cinaciullo su Huffington Post che “dopo anni di censura nei documenti delle Nazioni Unite a causa dell’opposizione dei Paesi che detengono le maggiori riserve di petrolio e di carbone, la parola fossili, finora innominata causa della crisi climatica, sia stata messa nero su bianco come responsabile del problema fa una differenza” [2]. Ma va detto come spiega Anna Maria Merlo su il Manifesto che “il testo si riferisce solo l’«unabated coal», cioè le estrazioni che non hanno un «sistema di cattura di Co2» e mette lo stop soltanto alle «sovvenzioni inefficaci» per le energie fossili. Il testo finale non integra la proposta di aprire un fondo speciale per «compensazioni» sulle «perdite e danni» dei paesi poveri, che non sono responsabili delle emissioni a effetto serra ma ne subiscono in pieno gli effetti” [3].
Ed è vero che al punto 22 dell’Accordo si dice che:
Si riconosce che limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C richiede un intervento rapido, profondo e sostenuto riduzioni delle emissioni globali di gas serra, compresa la riduzione dell’anidride carbonica globale emissioni del 45 per cento entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e azzeramento netto intorno alla metà del secolo, nonché profonde riduzioni di altri gas serra”.
Ma non ci sono strade certe, attività obbligate per le nazioni del mondo per raggiungerlo.

Laurence Tubiana, uno dei protagonisti dell’Accordo di Parigi del 2015 e ora amministratore delegato della Fondazione europea per il clima, ha spiegato che “c’è molto altro da fare. Gli impegni e le rivendicazioni della prima settimana su finanza, foreste, fine della finanza pubblica per combustibili fossili, metano e automobili devono ora tradursi in politica dei fatti e le produzione di petrolio e gas sono ancora da affrontare” [4].
Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, scrive oggi su il Manifesto che “la nota più dolente riguarda il carbone. L’emendamento proposto dall’India [appoggiato dalla Cina, ndr] di passare dalla progressiva eliminazione (phase-out) del carbone alla riduzione (phase-down) del suo utilizzo – emendamento poi approvato pur di chiudere la sessione negoziale – è il segno del fallimento di questa Cop26. […]. In tema di sussidi è stato incluso un riferimento alla «giusta transizione» – altro punto positivo – per rispondere al tema sia della riconversione dei lavoratori del settore fossile che per non far gravare sulle fasce più deboli i costi della transizione” [5].

Quello dei finanziamenti e dei sussidi alla transizione ecologica è vitale per la sfida al riscaldamento globale soprattutto nelle economie meno avanzate e per i più poveri del Pianeta. Dei finanziamenti promessi (100 miliardi all’anno dal 2020) ne sono arrivati meno della metà. E anche se fossero arrivati tutti non sarebbero bastati. Per molti paesi investire in tecnologie verdi, in modelli che si adattano al cambiamento climatico ma anche nella riduzione delle emissioni è molto oneroso. Come spiegano Fiona Harvey e Damian Carrington su The Guardian, “le nazioni ricche sono state riluttanti a concordare qualsiasi meccanismo per fornire finanziamenti per perdite e danni, in parte perché parte del dibattito è stato inquadrato in termini di ‘risarcimento’, che i paesi ricchi non possono sostenere” [6]. E così alla fine non c’è traccia di un impegno sui finanziamenti mai arrivati a partire dal 2020, per cui ci si era impegnati a Copenaghen nel 2009. I 100 miliardi partiranno dal 2023 e c’è il solito impegno, eventualmente fino ai 200 miliardi, per gli anni dal 2025 al 2030.

Per riflettere sul tempo perso e le occasioni mancate ricordiamo che le conferenze ebbero come risultato due accordi internazionali simili a trattati, il Protocollo di Kyoto nel 1997 e l’Accordo di Parigi nel 2015. Sono i capisaldi delle politiche mondiali contro il riscaldamento globale (ma che non hanno fatto invertire la rotta dal secolo scorso), il primo scaduto e il secondo tuttora in vigore.
Pasquale Esposito

[1] https://unfccc.int/sites/default/files/resource/cma2021_L16_adv.pdf
[2] Antonio Cianciullo, Cop26, ecco il patto di Glasgow: passo avanti fra le lacrime, 14 novembre 2021
[3] Anna Maria Merlo, Cop26, passa l’accordo con il ricatto fossile, 14 novembre 2021
[4] Fiona Harvey, ‘The pressure for change is building’: reactions to the Glasgow climate pact, 14 novembre 2021
[5] Giuseppe Onufrio, A Glasgow il carbone sopravvive, 14 novembre 2021
[6] Fiona Harvey e Damian Carrington, Glasgow climate pact: leaders welcome Cop26 deal despite coal compromise,14 novembre 2021

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