Corea del Nord. Emergenza umanitaria e crisi nucleare

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È di ieri l’annuncio ufficiale da parte del Dipartimento di Stato americano con il quale gli USA rimuovono la Corea del Nord, nonostante la contrarietà giapponese e le perplessità del nuovo candidato alla Casa Bianca, dalla lista dei cosiddetti “stati canaglia” vista la disponibilità a riprendere le ispezioni nel processo di smantellamento dei siti [1].

Solo qualche giorno prima erano state riportate notizie di fonti dell’intelligence sudcoreana e americana che riferivano di possibili test missilistici [2] e precedentemente il 24 settembre scorso i media riferivano dell’annuncio fatto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) che dalla centrale di Yongbyon erano stati tolti i sigilli, oscurate le telecamere e dal quel momento in poi gli ispettori non avrebbero avuto accesso agli impianti di fertilizzazione [3]. La posizione di Washington comunque non sembrò di totale chiusura verso la direzione finale che è la totale applicazione degli accordi nel giugno del 2007 che nella sostanza prevedevano in cambio degli smantellamenti petrolio e cancellazione della Corea del Nord dalla lista dei “paesi canaglia” [4].

L’evoluzione dei rapporti tra le parti ed innanzitutto quelli degli USA con la Repubblica Popolare democratica di Corea è stata analizzata con un’enfasi, eccessiva e inadeguata, sull’ingestibilità di una relazione con un regime dittatoriale “comunista”. Senza voler qui ricordare in profondità le problematiche connesse con tutti gli attori in gioco e più in generale con lo scacchiere asiatico andrebbe tenuto conto delle posizioni che negli ultimi tempi hanno tenuto gli altri attori.
Il Giappone da una parte allarmato per gli esperimenti e test atomici e dall’altro irrigidito sulla questione dei rapimenti di alcuni suoi cittadini negli anni Settanta e Ottanta e per le quali sembra ci sia una disponibilità a riaprire il caso.
Ancora più determinante la posizione della Corea del Sud che dopo alcuni anni di apertura al dialogo e alla cooperazione con la “sunshine policy” aveva cambiato atteggiamento con l’arrivo del nuovo presidente conservatore Lee Myung-bak che per diversi mesi aveva bloccato gli aiuti e che ora sembra ritornare sui suoi passi [5].
Pechino “nume tutelare” di Pyongyang sembra intenzionato a sostenere riforme, aperture o progetti come il complesso industriale intercoreano Kaesong [6] nel sistema blindato del regime il tutto nel quadro del confronto in tutto il pianeta con gli americani.
Come accennavo la diplomazia statunitense oltre alle sue posizioni da guerra fredda ha avuto comportamenti che spesso non sono stati coerenti, anche complicati da decifrare, e forse nemmeno fruttuosi come avrebbe potuto essere la firma di un accordo, su progetto del presidente Clinton, per l’interruzione del programma balistico nordcoreano, e che nel 2000 Bush decise di ignorare permettendo il mantenimento di un arsenale [7].

Questi brevi cenni ancora una volta sembrano suggerirci che il problema di fondo resta: l’impossibilità di trovare soluzioni giuste che non siano drammatiche per le popolazioni. Le rigidità diplomatiche, ideologiche e le politiche di potenza hanno da sempre portato fame disuguaglianze e tragedie di proporzioni bibliche.
La Corea del Nord secondo quanto dichiarato dal direttore del Programma Alimentare Mondiale (Pam) delle Nazioni Unite si trova ad affrontare una devastante crisi alimentare dovuta a raccolti scarsi per l’alluvione del 2007, dall’aumento del prezzo di petrolio, di altre materie prime e dalla diminuzioni degli aiuti umanitari, soprattutto provenienti dalla Corea del Sud. Gli aiuti sono necessari per 6,3 milioni di persone su una popolazione di ventitré [8]. <<Nell’ultimo anno nella capitale sono raddoppiati i prezzi, del maiale, delle patate e delle uova. La loro vertiginosa crescita conferma le paure del Pam: il Paese rischia la fame. “Oggi ci vuole circa un terzo di un salario mensile per acquistare riso per pochi giorni. Le famiglie soffriranno di questa mancanza di accesso al cibo, consumeranno meno pasti, la loro dieta sarà più povera”>> [9].
Le responsabilità del regime è enorme. Da un sistema bloccato al suo interno e verso l’esterno dove non c’è possibilità di esprimere dissenso e non sono prese in considerazione iniziative economiche e sociali per migliorare le condizioni di vita materiali e sociali. E in alcuni casi c’è stato anche una chiusura verso organizzazioni umanitarie per poter meglio supportare le proprie richieste nelle negoziazioni internazionali.

Qualche informazione in più sulla situazione interna sembra arrivare da quelle aree da dove si è riusciti a fuggire – per la prima volta e sia pur con il rischio di essere mandati a morte – verso le province della Cina o per dirigersi in Corea del Sud. Un’inchiesta condotta su 1.300 Nordcoreani parla di circa il 23% degli uomini e il 37% delle donne delle loro famiglie sono morti per fame, arresti, testimoni costretti alla fame, uso della tortura diffusa e senza conteggiare i disturbi psicologici di cui soffrono [10].
Le condizioni della popolazione non meritano e non consentono ulteriori dilazioni che, come abbiamo visto in alcuni casi, non hanno nessuna motivazione sostanziale, e comunque non ne avrebbero di fronte alla sofferenza.
Pasquale Esposito

[1] “Svolta USA sulla Corea del Nord <<Fuori dala lista degli Stati canaglia>>”, La Repubblica, 12 ottobre 2008
[2] “Prove di guerra nel Mar Giallo. La Corea del Nord non rinuncia al nucleare”, www.rainews24.it, 9 ottobre 2008
[3] “Nord Corea riprende attività atomica”, www.corriere.it, 24 settembre 2008
[4] “Pyongyang espelle gli osservatori dell’Aiea”. www.peacereporter.it, 24 settembre 2008
[5] Emanuele Scimmia, “La Corea del Nord e la geopolitica della denuclearizzazione”, https://www.limesonline.com/, 16 luglio 2008
[6] si tratta di un’area ad una decina di chilometri dalla zona demilitarizzata al confine con la Corea del Sud ed ospita, in base ad accordi tra i due paesi, a partire dal 2003 attività industriali che secondo i piani dovrebbe arrivare nel 2012 ad occupare circa 700.000 lavoratori nordcoreani. Nei primi mesi del 2008 il fatturato totale delle aziende non raggiungeva i 370 milioni di dollari cifra irrisoria per una conglomerata coreana, ma che per il nord è rilevante. Gli investimenti coreani sono sostenuti anche dai bassissimi costi della manodopera del nord.
[7] Bruce Cumings, “Come fu che la Corea del Nord fu di nuovo frequentabile”, Le Monde Diplomatique-Il Manifesto, ottobre 2007, pagg. 16-17. E’ significativa la ricostruzione delle posizioni assunte da Washington nonché in generale della realtà internazionale nordcoreana.
[8] “Corea del Nord, crisi alimentare più grave da dieci anni”, www.ilsole24ore.com, 1 agosto 2008
[9] “Corea del Nord, profonda crisi alimentare. E’ emergenza umanitaria”, www.peacereporter.it
[10] “Survival of the fittest”, www.economist.com, 25 settembre 2008

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