Corteo a Barcellona: una lezione più per l’Europa che per i populismi

Manifestazione a Barcellona in favore dell'accoglienza
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In un mondo meno diviso e lacerato da rancori e frustrazioni collettive, forse, quanto accaduto lo scorso sabato a Barcellona non avrebbe suscitato alcuno stupore. Non si sarebbe trattato, probabilmente, di un evento ascrivibile nella categoria dell’ordinario, ma nemmeno di un fenomeno talmente inconsueto che, come tale, merita soltanto denigrazione o supporto estremo, senza mezze misure. Invece, la manifestazione che ha visto protagonista la folla di Barcellona, la quale ha sfilato per le principali vie della città per sostenere l’accoglienza dei rifugiati, ha provocato una serie di polemiche, reazioni, adulazioni che hanno finito per confermare l’eccezionalità dell’evento.
Gli striscioni esposti erano chiari, talmente espliciti che ogni precisazione sarebbe superflua: “Basta scuse. Accogliamo ora!” recitavano gran parte dei cartelloni mostrati durante il corteo. E la sorpresa, effettivamente, è stata grande. In un’epoca in cui dominano i populismi, fomentati e trascinati da retoriche xenofobe, decidere di scendere in strada per andare contro corrente e schierarsi a favore di politiche pro-immigrazione, magari impopolari, è certamente un atto di coraggio innanzitutto, ma anche una presa di coscienza forse senza precedenti, destinata, quanto meno, a costituire un argine contro un estrema destra che ogni giorno si nutre delle disgrazie altrui e si serve di una paura collettiva e generalizzata per diffondere il suo grido d’intolleranza e ostilità.

Eppure, a ben guardare, l’obiettivo della manifestazione non aveva nulla di così sconvolgente: nessuna richiesta così estrema in grado di minare armonia e sicurezza collettiva. I catalani, infatti, non chiedono alla Spagna di sopportare sforzi eccessivi, né di aprire le porte a chiunque bussi ai suoi confini, ma semplicemente di rispettare gli impegni presi, accogliendo il numero di profughi che l’Unione Europea le ha assegnato. Non si è trattato, insomma, di un corteo che serviva ai catalani per sfoggiare una presunta superiorità morale nei confronti di un’Europa frastornata, indebolita e continuamente messa in discussione. Esso era piuttosto un monito per l’intera Unione, affinché rispetti quei principi di cooperazione e assistenza che erano all’origine della sua costruzione e che oggi si tenta sempre più di insabbiare e demolire. I manifestanti non hanno portato avanti una battaglia ideologica in difesa dell’accoglienza senza limiti, dell’immigrazione clandestina o di un’integrazione del tutto priva dei conflitti che pure essa stessa inevitabilmente genera. Sotto accusa, tra le ramblas di Barcellona, vi era la stessa idea di Europa e, con essa, dei valori che la alimentano, delle strutture che la proteggono e sorreggono, dei confini che la delimitano. Quello dei catalani era un richiamo all’unità, alla condivisione, al rispetto reciproco, al recupero di una dimensione comunitaria che ogni giorno appare sempre più flebile e compromessa, da realizzare, però, attraverso un rinnovato impegno nazionale. Nessun proclama, nessuno slogan, nessun invito all’accoglienza ha valore se ogni paese non è disposto a mantenere fede ai suoi oneri internazionali.
Che la manifestazione di Barcellona sia un caso atipico, però, risulta innegabile. Non è scontato che chi solitamente impugna e sventola con fierezza la bandiera catalana, innalzi poi cartelli inneggianti all’accoglienza; non è scontato che chi normalmente, imbevuto di orgoglio nazionale, si batte per il riconoscimento dell’indipendenza, si schieri poi a favore della distribuzione dei rifugiati così come stabilita a livello europeo. Una comunità fortemente nazionalista, legata profondamente alle sue radici, alla sua cultura e alle sue tradizioni, è inevitabilmente gelosa della sua integrità e avverte come minaccia tutto ciò che appare in grado di compromettere la sua dimensione collettiva, ossessivamente custodita. Nonostante questo, per un pomeriggio gli abitanti di Barcellona hanno messo da parte le loro secolari rivendicazioni, sentendosi più cittadini d’Europa che della Catalogna.

Una lezione per tutti, istituzioni, cittadini e populisti vari? Qualcuno potrebbe non essere d’accordo. Nonostante la sua vicinanza alla costa africana, la Spagna non è luogo privilegiato di approdo per i migranti provenienti dal continente nero. Del resto, la recinzione di filo spinato che separa Ceuta e Melilla – le due enclave spagnole in territorio marocchino – dal Marocco non è una novità per nessuno, così come non lo sono i metodi brutali, certamente non accomodanti, utilizzati dalle guardie di frontiera proprio nelle zone di Ceuta e Melilla e denunciati più volte a livello internazionale. In questo modo, attraverso controlli stringenti e metodi discutibili, la Spagna sta evitando di ricevere numeri elevati di immigrati, mentre i flussi continuano a riversarsi in massa sulle coste siciliane.
Secondo alcuni, pertanto, la manifestazione andata in scena sabato a Barcellona sarebbe viziata in partenza: facile schierarsi a favore dell’accoglienza quando non si ha a che fare tutti i giorni con le problematicità che essa comporta, in termini di gestione, controllo, sicurezza e integrazione; facile ergersi a paladini della giustizia se poi, sul confine, si costruisce un muro che a priori risolve il problema. Forse questo è anche vero, ma è altrettanto vero che la Spagna non è il paese che accoglie meno rifugiati. Perché, allora, nessuno è sceso in piazza per difendere l’accoglienza in quei paesi dell’Europa centro-orientale, come la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Slovacchia e la Lettonia, in cui è ancor minore l’afflusso di immigrati (soprattutto perché i governi chiudono le porte) e in cui, però, dilagano movimenti xenofobi?
In un mondo meno ipocrita, osservando quanto accaduto a Barcellona, forse, avremmo semplicemente apprezzato, applaudito, magari tratto esempio, piuttosto che provveduto a sottolinearne eventuali contraddizioni. Le polemiche in questi casi non servono, se non ad alimentare ulteriormente le tensioni, in un’epoca già fortemente frammentata e lacerata. Che si apprezzi la spontaneità dei catalani, o che si preferisca metterne in luce la boriosità ostentata dall’alto della loro discutibile accoglienza, comunque si deve riconoscere l’importanza della manifestazione, perlomeno vista la folla che ne ha abbracciato principi e ragioni. I presenti, secondo le autorità locali, erano circa 160 mila, addirittura mezzo milione secondo le stime degli organizzatori. Tanto, alla fine, è sempre una questione di numeri.
Lorenzo Di Anselmo

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