Dalla cosmologia alla musica. Una divulgazione scientifica possibile con Lorenzo Pizzuti

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Con Lorenzo Pizzuti, ricercatore postdoc all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta e autore di alcuni volumi della collana “Ai confini del cosmo”, abbiamo parlato di cosmologia, divulgazione e ricerca scientifica, musica e anche altro.

Lorenzo Pizzuti
Lorenzo Pizzuti

Dottor Pizzuti, così come facciamo con tutti i nostri ospiti, la invito a presentarsi ai lettori. Tra l’altro avranno così modo di scoprire la molteplicità dei suoi interessi sui quali poi ci soffermeremo.

Sono nato a Terni nel 1992 e ho frequentato il liceo scientifico Donatelli. Fin da piccolo sono sempre stato affascinato dalla fisica e dall’astronomia, complice anche la notevole quantità di film, serie tv e romanzi di fantascienza con i quali sono cresciuto. Parallelamente mi sono dedicato alla musica, studiando pianoforte al conservatorio Briccialdi di Terni, avendo modo di conoscere tanti eccezionali artisti e musicisti con i quali sono tutt’ora molto legato. Mi sono laureato in Fisica all’Università di Perugia e ho poi conseguito il dottorato di Ricerca in Fisica all’Università di Trieste lavorando all’Osservatorio Astronomico di Trieste e collaborando con l’Istituto di Fisica Teorica di Heidelberg in Germania e l’Accademia delle Scienze di Praga (Repubblica Ceca). Nel frattempo, si è sviluppata una grande passione per la divulgazione scientifica e ho iniziato a collaborare con diversi enti in numerose iniziative per la realizzazione di spettacoli, conferenze e attività per il grande pubblico. Ho vinto la selezione nazionale del concorso di divulgazione FameLab – la scienza in tre minuti che mi ha permesso di approfondire il contatto con questo settore del mondo scientifico stupendo ed essenziale. Ora lavoro all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta dove, oltre alle attività di ricerca, mi occupo proprio di divulgazione a tutti i livelli.

Lei, quindi, si occupa anche di comunicazione della scienza e di diffusione della cultura scientifica. A che punto siamo secondo la sua esperienza? Abbiamo una sufficiente capacità di condividere i risultati e gli stimoli delle ricerche più recenti?

Il campo della divulgazione scientifica ha sicuramente subito una crescita profonda e significativa negli ultimi anni. Le Università e i centri di ricerca di tutto il mondo si sono attivate in modo sempre più efficiente per diffondere la cultura scientifica e far comprendere i risultati raggiunti ad ogni livello sociale. Questo è diventato strettamente necessario per bilanciare l’enorme diffusione di fake news e complotti che hanno trovato nella rete e nei social un terreno fertile per emergere. La gente ha bisogno di acquisire nuovamente la fiducia nella scienza e la figura del divulgatore scientifico in grado di parlare ai non addetti ai lavori gioca un ruolo fondamentale. Oggi ci sono molti bravi comunicatori, ma spesso si crea un divario tra chi comunica la scienza e chi fa scienza: in vari gruppi di ricerca il lavoro del divulgatore scientifico è ancora visto come una professione mediocre intrapresa da chi non è in grado di proseguire la carriera accademica. Dall’altro lato il web pullula di ragazzi giovani molto promettenti che però non hanno ancora le qualifiche scientifiche necessarie per padroneggiare gli argomenti di cui discutono ma, essendo “popolari” sui social, viene dato loro molto risalto e spesso si produce un abbassamento della qualità delle informazioni. Dobbiamo ancora trovare il giusto equilibrio tra questi due fattori a mio avviso.

Che cosa intende quando parla di “intrattenimento scientifico”?

La scienza è una forma d’arte, pensata per rappresentare i fenomeni della natura, trasformarli in elementi quantitativi con cui possiamo operare, studiare e fare predizioni per il futuro. Come un pittore che usa la tavolozza dei colori, lo scienziato utilizza spesso il linguaggio della matematica per realizzare le sue opere. Alla stregua di ogni altra espressione artistica, anche la scienza può essere vista come motivo di intrattenimento in grado di stuzzicare, deliziare e divertire, lasciandoci però anche culturalmente arricchiti e desiderosi di conoscere ancora.

Lei è anche diplomato in pianoforte al conservatorio di Terni. In che cosa consiste il progetto “Science Concert”?

Proprio nella visione di scienza come arte, ed essendomi sempre divertito a fare cose folli su un palcoscenico, ho pensato di unire insieme le mie due passioni: scienza e musica. È nato così l’idea del “Science Concert” uno spettacolo completo in cui brani musicali di ogni genere suonati live da un gruppo misto di musicisti/ricercatori si alternano a brevi sketch di divulgazione scientifica che spaziano tra vari argomenti, dalla meccanica quantistica alla biologia fino alla fisica del cosmo. La commistione tra un sound particolare e l’ironia del contenuto teatrale-scientifico è sempre stata il punto forte di questo progetto. Con l’associazione di animazione scientifica “Science Industries” abbiamo realizzato oltre venti repliche del concerto in giro per l’Italia e non solo, vincendo nel 2018 il secondo premio come migliore attività proposta dalle associazioni giovanili al meeting della sezione “Young Minds – European Physical Society”.

Lei mi perdonerà: quando sento parlare di cosmologia il mio pensiero si rivolge a mille possibili riferimenti. Procediamo con un minimo d’ordine e partiamo da una descrizione delle sue ricerche in questo campo.

La cosmologia è la branca della fisica che si occupa di studiare la formazione, l’evoluzione globale dell’Universo e delle sue strutture. Tante sono le domande fondamentali a cui si cerca di dare risposta: quali sono i costituenti del cosmo? In che quantità sono presenti? Che cosa è successo nei primi istanti successivi al Big Bang? Comprendere la storia dell’Universo equivale in ultima analisi a comprendere la nostra esistenza e ci aiuta ad approfondire la connessione con la natura.

Che cosa continuiamo a cercare in cielo con tanta passione e tanto impegno? Quali sono le novità più importanti che possiamo aspettarci nel suo campo d’indagine?

Uno dei più grandi problemi aperti nella cosmologia moderna riguarda senza dubbio la causa dell’espansione dell’Universo. Nel 1999 abbiamo ottenuto le prime evidenze di un fatto sconcertante: la trama del cosmo sta accelerando, istante dopo istante la sua struttura si dilata sempre più velocemente. Che cosa genera questa spinta? Una delle possibili spiegazioni è la presenza di un fluido, che noi chiamiamo “Energia Oscura”, in grado di guidare questa incredibile espansione. Tale fluido dovrebbe essere diffuso ovunque intorno a noi e rappresenterebbe il 70% del contenuto del cosmo. Non abbiamo ancora gli strumenti per poter conoscere a fondo la natura di questo misterioso componente; probabilmente le prossime osservazioni del cielo, da terra e nello spazio, forniranno un’enorme quantità di dati estremamente precisi che ci consentiranno di “fare un po’ di luce” su questo lato oscuro del cosmo.

Immagino che lei sappia che mi sento costretto a chiederle di parlare del rapporto tra la sua formazione scientifica e quella musicale. In che modo si sono integrate queste due strade?

Al di là dell’aspetto personale della “passione” di cui parlavamo prima, la musica e la scienza sono intrinsecamente collegate anche da un filo sospeso tra regole e rigore da un lato, intuizione e versatilità dall’altro. Soprattutto entrambe richiedono una particolare impostazione mentale, costruita sull’organizzazione, sulla pianificazione e sull’impegno: un’attenzione e uno studio costante che non si arrestano mai. Nella musica e nella scienza, come in ogni altra branca della cultura, non si finisce mai di imparare; possiamo sempre migliorarci e superare i nostri limiti.

Chiuderei con un altro riferimento inevitabile. Lei è un giovane ricercatore che lavora e opera in Italia e non è quindi “fuggito all’estero”. Che cosa si sente di dire in base alla sua esperienza su questo delicato tema?

Il mondo della ricerca purtroppo soffre ancora di un problema molto serio e deleterio: sia in Italia che all’estero si richiede all’aspirante ricercatore di spostarsi costantemente. Che cosa c’è di male nel viaggiare, vi chiederete voi? In linea di principio, conoscere posti nuovi e stringere legami è stimolante e costruttivo. Il punto critico è che i gruppi di ricerca spesso offrono contratti di uno/due anni; lo scienziato è quindi costretto a cercare un nuovo lavoro allo scadere del vecchio contratto in qualsiasi parte del mondo, senza avere la certezza di trovarlo. Ci si trova infatti a competere con decine di altri colleghi di altissimo livello per una singola posizione all’interno di un’università chissà dove. Questo cambio continuo di vita e questa costante incertezza sono elementi nocivi che impediscono una vita serena al ricercatore e spesso lo isolano da rapporti e relazioni stabili. È facile conoscere scienziati di 35/40 anni che vivono da soli in stanzette in affitto, senza possibilità di fare progetti per il futuro perché non hanno la minima idea di dove saranno l’anno successivo. La “fuga di cervelli” non è spesso dovuta ad una decisione della persona quanto invece alla necessità di incrementare il proprio curriculum (più sono gli anni passati all’estero maggiore è il punteggio che si riceve in molti concorsi) in un sistema decisamente poco “umano” e molto cinico.
Come conseguenza, molte volte si finisce per perdere la passione, diventare frustrati e costantemente nervosi… la scienza non è certo questo. Devo però aggiungere che in qualche caso le cose stanno lentamente cambiando; prendo come esempio il nostro Osservatorio, una realtà piccola dove lo staff collabora con grande entusiasmo cercando di mantenere sempre viva la passione in ogni attività e di costruire un gruppo duraturo. Qui il ruolo della divulgazione diventa fondamentale, ci mostra quanto la scienza sia importante e ci aiuta a ritrovare lo stupore nello studio della natura. Nel nostro Paese formiamo eccellenze altamente specializzate che possono dare molto con le loro competenze. Dobbiamo però insistere per garantire alle nuove generazioni stabilità anche negli ambienti di ricerca, ricordando che, prima di essere esperti, siamo soprattutto persone.

Antonio Fresa

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