Cosmopolis di David Cronenberg

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Tutto nelle nostre vite, la mia e la tua, ci ha portato a questo momento”. Cronenberg  racconta i sintomi dell’alienazione del mondo capitalista attraverso la progressiva disgregazione – fisica e mentale – del miliardario Eric Packer che dalle vertigini della sua torre dorata scende direttamente all’inferno delle macerie di un mondo ormai in rovina.

Cosmopolis David Cronenberg

Quel che nel romanzo di Don DeLillo si faceva racconto di un viaggio a tappe – tramite una narrazione disordinata e non lineare – nella personalissima visione di Cronenberg – compendio riuscitissimo di molti degli elementi che hanno contraddistinto le sue ossessive tematiche – diventa elaborata ricerca di significato di un mondo e di un esistere resi sempre più aleatori dall’invasiva presenza di una tecnologia sempre più raffinata.  Ma i simboli – cifre su schermi sofisticati ed evanescenti attraverso cui si esprime l’andamento dei mercati del grande capitale che manovra e decide il destino dei singoli – rimangono pur sempre simboli e il simbolo può solo evocare, lasciar intuire, ma mai dire o narrare la vera realtà delle cose. La tecnologia, così come la pittura e l’arte moderne hanno perso il proprio potere narrativo ed un mondo che non si può narrare è solo un simulacro della realtà.
Dall’interno della sua scintillante limousine insonorizzata Eric Packer non sperimenta mai direttamente la realtà, essa scorre silenziosa all’esterno come un poster privo di profondità di cui talvolta gli giungono echi e immagini frammentate. Nell’attesa che qualcosa di significativo accada, tutto ciò che avviene intorno a lui, via via procedendo attraverso una città in preda al caos a causa di vari eventi e sommosse sociali, si esprime attraverso una verbosità sintomatica inquietante, incapace di farsi vera comunicazione o narrazione. Le parole sono segni arbitrari che rimandono a qualcos’altro, ma nell’alienazione mentale di Eric – che diviene allegoria dell’alienazione capitalistica in cui persino il tempo è unità monetaria e tutto, le persone, le cose, la natura stessa è stata trasformata e convertità in cifre – sono il sintomo di una regressione e ricerca di significato dopo che il fallimento per non aver saputo comprendere e prevedere l’andamento dello yuan (valuta in corso nella Repubblica Popolare cinese) recide l’ultimo suo legame con la realtà-simulacro.

Cosmopolis David Cronenberg

Lo spostamento nello spazio di Eric – e se scende dalla sua limousine è sempre per passare da un luogo chiuso ad un altro – è riduzione e perdita progressiva di tutti gli orpelli che fino a quel momento avevano configurato la sua esistenza ed è viaggio per raggiungere l’ultimo unico possibile momento di verità: l’incontro con l’ineluttabile, il non procrastinabile: perde la cravatta, poi la giacca, si libera della sua protesi-guardia del corpo e poi getta via l’arma, si congeda dall’autista che riporta la limousine nell’apposito garage in cui di notte “riposano” tutte le limousine della città e finalmente, arrivato alla fine del suo viaggio, scende in strada ed entra in contatto con la materia – sporca, fatiscente, squallida – della vera realtà. Ora non ci sono più cifre o grafici che esprimono gli andamenti finanziari ed i flussi del capitale, ora c’è solo un appartamento ingombro di cianfrusaglie e rottami, espressioni delle macerie di una parte di mondo su cui poggiano le ricchezze dell’altra parte di mondo. Finalmente un incontro, un vero incontro, reale, tangibile, un incontro che odora di vita vera, di fallimento, di non sense esistenziale, di follia e di morte. Per la prima volta Eric – un Robert Pattinson che dimostra di aver talento recitativo ed espressivo – in un faccia a faccia con Benno Levin – un Paul Giamatti straordinario – è costretto a pensare, a ragionare. “Perché vuoi uccidermi?” chiede Eric a Benno – “non è questa la vera domanda” – risponde Benno – “la vera domanda piuttosto è: perché sei venuto qui, fin dentro la casa di un uomo che vuole ucciderti”?

Cosmopolis David Cronenberg juliette Binoche

La vera domanda allora non è dare un significato alle cose o prevedere l’andamento dei mercati tenendo conto delle anomalie, del capriccio, dell’errore, ma capire perché un uomo che avrebbe dovuto salvare il mondo – e salvare lo stesso Benno – si sta in realtà autodistruggendo ed ha volontariamente provocato il proprio fallimento. La vera domanda è nella follia della sua testa – nella follia del capitalismo – una domanda che non può avere risposta perché è malattia e le malattie sono domande senza risposta, al contrario della violenza, che invece ha sempre una causa  (“la violenza ha una storia” e qui Cronenberg si autocita, sintetizzando la tesi dell’altro suo capolavoro “A History of Violence”); le malattie, così come la morte, semplicemente accadono, provocate da agenti patogeni che distruggono l’habitat che li ospita. E così anche la morte – esito finale della mutazione che il corpo subisce  – accade, ogni giorno, si muore sempre, “anche nei fine settimana“. Il capitalismo è dunque una malattia, di cui Don DeLillo ha raccontato i sintomi ed i prodromi mortiferi, mentre Cronenberg ne ha fatto un adattamento personalissimo, vi ha apposto il suo segno distintivo mostrando, ancora una volta, la commistione tra tecnologia e corpo e, ancora una volta, nei suoi esiti più estremi: l’evanescenza del capitale virtuale che come un virus mortifero contamina i corpi e le menti e li condanna ad un’alienazione senza riscatto.

Cosmopolis David Cronenberg

Ciò che mi ha immensamento colpita ed ipnotizzata di questo film (ricordiamo che è in concorso al Festival di Cannes) – che oserei definire un compendio maturo del cinema di un regista che ha dimostrato nel corso degli anni di essere sempre in costante evoluzione – è la perfetta aderenza formale di quanto concettualmente vuole esprimere e l’essere riuscito nella trasposizione dal romanzo di DeLillo a mantenerne intatto lo spirito pur “contaminandolo” e connotandolo della sua originalissima impronta. Sin dalle primissime inquadrature ci rendiamo conto di essere dentro l’universo cronenberghiano: un universo che rimane inalterato per tutta la durata del film grazie anche all’uso di un tema musicale – dell’affezionato Howard Shore, collaboratore storico del regista canadese – le cui note non risultano mai invasive o dominanti ma sempre appropriatamente cadenzate e ad il ricorso ad una fotografia capace di virare dai toni freddi dell’interno della limousine – una freddezza che tuttavia comunica e trasmette significato – a quelli caldi – leggermente sporcati di verde, com’è distintivo del suo cinema – degli ambienti interni dei ristoranti e della libreria dove avvengono gli incontri tra Eric e la moglie.
Un cast di tutto rispetto, superbo anche nei ruoli minori (perfette Juliette Binoche, Samantha Morton e l’eterea Sarah Gadon) ed un montaggio che restituisce tutto il senso della simultaneità e dell’assenza di racconto lineare tipico dei nostri tempi contribuiscono alla realizzazione di quello che può essere già definito il primo vero film del ventunesimo secolo.
Rita Ciatti

Scheda del Film

Titolo: Cosmopolis – Regia: David Cronenberg– Sceneggiatura: David Cronenberg (tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo) –  Genere: drammatico –  Durata: 108′–   Paese: Francia, Canada, Portogallo, Italia – Produzione: Joseph Boccia, Paul Branco, Martin Katz – Montaggio: Ronald Sanders – Fotografia: Peter Suschitzky – Musiche: Howard Shore – Costumi: Denise Cronenberg – Scenografie: Arvinder Grewal – Attori Principali: Robert Pattinson, Paul Giamatti, Sarah Gadon, Samantha Morton, Juliette Binoche, Mathieu Amalric.

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