Cosmopolis di Don DeLillo

Cosmopolis Don deLillo
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Il protagonista di Cosmopolis è una sorta di anti-eroe, il cui viaggio attraverso Manhattan per recarsi dal suo barbiere di fiducia, si configura come  percorso a tappe per certi aspetti simile alle cosiddette “stazioni” della Via Crucis, la cui rappresentazione era argomento prediletto nel teatro sacro medievale.  E proprio come sul palcoscenico di allora – i cui estremi, destra e sinistra, stavano ad indicare rispettivamente i margini opposti della vita ultraterrena, l’inferno ed il paradiso – il giovane miliardario Eric Packer, non ancora quarantenne, una mattina esce dal suo lussuoso ed ipertecnologico attico a tre piani per recarsi ad Hell’s Kitchen (il noto quartiere di Manhattan che tradotto in italiano significa, letteralmente, la Cucina dell’Inferno) nel desiderio improvviso di andarsi a tagliare i capelli proprio nello stesso giorno in cui – a causa della presenza del Presidente degli Stati Uniti in città – il traffico sembra essere andato in tilt ed addirittura bloccato in alcuni settori.
A nulla valsi i tentativi di persuasione a rinunciare delle sue guardie del corpo e dell’autista, Eric Packer si mette in marcia dentro la sua limousine, una sorta di anfratto-ventre materno corredato di tutti i comfort e le necessità possibili ed immaginabili ed ha inizio così il suo lento viaggio a “stazioni” che lo condurrà a realizzare il proprio destino. Durante il tragitto si troverà a vivere varie situazioni – in una sorta di ascesa-discesa – e non può non riecheggiare, oltre al sopracitato percorso a tappe, anche il lento procedere dell’imbarcazione di Cuore di Tenebra di Conrad – in cui man mano che si procede e ci si addentra nei territori impervi di una giungla-città un senso di sempre maggiore impotenza, vuoto e nonsense sembra sostituirsi alla ragione e in cui le cifre digitali sugli innumerevoli schermi al plasma – a costellare l’interno della limousine e un po’ disseminati ovunque ad incorniciare gli edifici cittadini – sembrano assumere significati simbolici, valori irrazionali portatori di intuizioni epifaniche e di oscure minacce e profezie.
Una minaccia – vaga, astratta ed al tempo stesso concreta e materiale – aleggia come un’ombra ad oscurare la testa del miliardiario e la città, assediata da sommosse anarchiche e funestata da gesti di inaudita violenza, in cui gli opposti di un rave ed il lento procedere del funerale di un noto rapper sembrano accomunarsi nella medesima litanìa e caduta in stato di trance dei partecipanti.
La scrittura di Don DeLillo, autore americano di origini italiane le cui opere sono efficaci esempi di letteratura post-moderna, è una scrittura densa, piena, ricchissima di riflessioni annotate nei dialoghi dei personaggi che si presentano come intuizioni, brevi squarci di luce ad illuminare il nostro presente; un presente in cui i segnali del futuro appaiono tuttavia già anneriti, residui e macerie di catastrofi che si stanno già consumando davanti ai nostri occhi.
Stilisticamente il presente ed il futuro convergono in maniera esemplare attraverso la scelta di una narrazione non lineare, in cui gli sfasamenti temporali – lungi dall’essere una mera scelta formale  –  racchiudono il senso di un convergere di tutti gli eventi in un unico momento fatidico: “tutto nella nostre vite, la tua e la mia, ci ha portati a questo momento“, dice Benno Levin a Eric Packer.
Straordinaria l’analisi e tutte le preziose intuizioni con cui Don DeLillo mette a nudo la civiltà occidentale, le cui conquiste ipertecnologiche – al pari di un Velo di Maya – impediscono la percezione della realtà ultima delle cose nell’illusoria certezza di poter avere finalmente raggiunto il controllo delle proprie esistenze.
Con il passare dei secoli muta il linguaggio dei popoli – ai grugniti della preistoria abbiamo sostituito l’universalità del linguaggio binario – ma le paure, le ossessioni, i desideri e la ricerca di un senso ultimo che possa spiegare l’esistenza sono quelli di sempre.
Eric Packer, dal conforto ipertecnologizzato del suo mega-attico passa a quello più ristretto – in senso spaziale ma non qualitativo – della sua limousine, ma ogni volta che scende dall’auto per fermarsi ad una delle tante tappe-stazioni perde qualcosa; ogni volta si alleggerisce di qualcosa; ora della giacca, ora dei calzini,  fino a perdere l’intero suo patrimonio in una folle scommessa finanziaria contro lo yen, incapace di prevedere l’anomalia nell’andamento di tutte le cose: “Il modo in cui i segnali provenienti da una pulsar nello spazio profondo seguono sequenze numeriche classiche, che a loro volta possono descrivere le fluttuazioni di una data azione o valuta. (…). Il modo in cui i cicli di mercato sono intercambiabili con i cicli temporali  della riproduzione delle cavallette, della mietitura. Tu hai reso questa forma di analisi orribilmente e sadicamente precisa. Ma ti sei dimenticato qualcosa strada facendo. (…). L’importanza dell’asimmetria, delle cose leggermente sghembe. Tu cercavi l’equilibrio, la bellezza dell’equilibrio, parti uguali, lati uguali. (…). Ma avresti dovuto star dietro allo yen nei suoi tic e nei suoi capricci. Il piccolo capriccio. L’imperferzione. L’anomalia.

In definitiva Eric Packer è l’uomo che tenta di interpretare e comprendere il mondo e la realtà che lo circonda e che riesce a trovare il coraggio (o la grazia, potremmo dire) di abbandonare tutti gli orpelli e di farsi nudo – in senso figurato, ma in una scena finanche letteralmente, trovandosi inaspettatamente a fare da comparsa in un film in cui deve sdraiarsi, insieme ad altri corpi nudi, sull’asfalto, a restituire la visione di un ammasso di carne esposta e vulnerabile –  per andare incontro al proprio destino fino al confronto ultimo, quello con la Morte.
Paradiso-inferno dunque, i due estremi del palcoscenico in cui avevano luogo le rappresentazioni sacre medievali, e allora nascita-morte, attico/limousine-negozio del barbiere, il futuro è solo nostalgia del passato, un viaggio lungo un giorno per tornare nel luogo dell’infanzia del proprio padre da cui la sua vita, la vita di Eric Packer ha avuto origine, in un contrarsi del tempo in cui un viaggio lungo un giorno diventa l’occasione per ripercorrere un’intera vita, per incontrare tutte le persone che si conoscono e per capire se la vita stessa merita o meno il desiderio di viverla.
In Cosmopolis Don DeLillo sembra aver profeticamente sintetizzato – ed è giusto ricordare che il romanzo risale al 2003, quindi in netto anticipo sui tempi presenti – l’anomalia del sistema capitalista, il cui superamento era già contenuto e previsto nelle manifestazioni in cui abbiamo lasciato che si esprimesse. Certo, nulla si può sostituire al nuovo senza che quest’ultimo non mieta le sue vittime, in una sorta di distruzione-creazione che precede ogni rinascita. Ma non è un romanzo che parla del capitalismo e del nostro mondo ipertecnologico, o meglio, non è solo quello: è un romanzo che parla dell’estensione dello spazio e del tempo come impressioni soggettive, contrazioni di attimi in cui nel presente è contenuto il futuro e già al solo viverlo ne consegue l’implicita accettazione; nascere, vivere, morire compresse nell’unico attimo. Perché in definitiva, quello che rimane, al netto di tutte le stratificazioni tecnologiche di cui abbiamo rivestito il nostro mondo, sono sempre le uniche due o tre domande.
Da questo straordinario romanzo, considerato, al pari di Rumore Bianco, un capolavoro, per stile e per contenuto, il regista  David Cronenberg ha tratto il suo nuovo, omonimo film, attualmente in fase di post-produzione, e nessuno meglio del regista canadese avrebbe potuto essere l’artista più indicato per trasferire l’odissiaco viaggio del miliardario Eric Packer dallo carta allo schermo.

Rita Ciatti

Don DeLillo
Cosmopolis
Einaudi – 2003
180 pagine – 13,60 euro

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