Covid-19 e governamentalità: tra salute mentale e marginalità

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Di recente un articolo/documento ha colpito la mia attenzione. Se non me lo avesse proposto Francesco, amico di vecchia data, l’avrei messo tra le cose da leggere per poi sbarazzarmene alla prima occasione. Invece l’ho letto, ed è stato il pretesto per alcune riflessioni, che rappresentano la versione più recente di ciò che penso dell’attuale pandemia da Covid-19.

L’articolo comparso sulle pagine del quotidiano online di informazione sanitaria è L’altra faccia della pandemia. Malessere dei giovani e crisi delle Neuropsichiatrie Infantili. a firma di Angelo Fioritti, Presidente del Collegio Nazionale dei Dipartimenti di Salute Mentale.

L’articolo tenta un approccio quantitativo. È una riflessione quantitativa, non ancora uno studio, in quanto, come sottolineato dall’autore stesso, si tratta di un testo che Scaturisce dalla analisi di alcuni dati provenienti da varie regioni e da una discussione tenutasi all’interno del Direttivo del Collegio Nazionale dei Dipartimenti di Salute Mentale il giorno 23 Marzo 2021.
Quindi, questo documento non si propone come esaustivo poiché analizza solo alcuni dati.
Alcuni di questi sembrano confermare quelli pubblicati già l’anno scorso da Lancet.
AA.VV.. The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, The lancet, volume 395, issue 10227, p. 912-920, march 14, 2020.

Lancet e Angelo Fioritti sottolineano i guasti prodotti dalle strategie di comunicazione effettuate in epoca Covid-19 da parte delle istituzioni. Queste strategie sono considerate non solo inappropriate ma dannose. In quanto aumentano il livello di insicurezza della popolazione.
Nel suo articolo/documento Angelo Fioritti scrive:

Da un lato si sono colpevolizzati i giovani per i loro comportamenti non sempre attenti alle misure di prevenzione della diffusione del contagio, dall’altro li si è dipinti come vittime delle stesse misure, arrivando a coniare definizioni come “generazione COVID”, che implicitamente normalizzerebbe l’aspettativa di un presente ed un futuro clinico per molti di loro.

Questo è un punto molto interessante, perché mette in evidenza come certa stampa e certa cultura siano andati, e vadano ancora, alla ricerca del colpevole o dei colpevoli per giustificare l’esistente. Si è passati dai runner per arrivare ai giovani, quasi che l’esplosione dei contagi e il permanere della pandemia fosse in relazione, e dipendesse solo dai comportamenti che essi assumevano. Sembrava più importante trovare il nemico piuttosto che comprendere i fenomeni.
L’autore sottolinea, giustamente, che parlare di generazione Covid fa correre un rischio implicito, cioè quello di dare per scontato che nei prossimi anni ci sarà una problematica clinica per la maggior parte della popolazione giovanile.

Quello che mi allarma è però un altro degli spunti forniti dal documento di Angelo Fioritti, precisamente quello che riflette sulle strategie istituzionali.

Sulle strategie istituzionali è sicuramente arrivato il momento di riformare il sistema di relazioni tra scuola, servizi sociali, servizi sanitari, istituzioni giudiziarie e quant’altro si muove attorno ai giovani. È un sistema talmente complesso, frammentato e contraddittorio che risulta difficile da comprendere anche agli adulti, che disorienta e disamora i giovani.

Impostando il problema in questo modo si corre il rischio di fare riferimento ad un armamentario del controllo, tipico della nostra società, tipico di un certo modo di intendere la disciplina medica, di intendere la psichiatria. Modo che non va oltre a quella che è la funzione di controllo sociale, più che portare una dimensione terapeutica e curativa. Come d’altronde sottolineato da Michel Foucault nel suo saggio La storia della follia.

È interessante notare come nel documento si evochino le istituzioni totali: scuola, servizi sociali, servizi sanitari, istituzioni giudiziarie.
Qui si pone un altro problema. Quello dell’incapacità di ascoltare i giovani quando tentano di prendere la parola. L’abbiamo visto a Genova con il G8 dove dei giovani si è fatta bassa macelleria. Lo si è visto con i giovani di Friday For Future accolti semplicemente in forma retorica. È di questi giorni lo sgombero effettuato dalle forze di polizia dell’Accademia di belle arti di Napoli. È il caso di Eddy Marcucci ventenne tornata dal Rojava che dopo aver combattuto contro l’Isis è stata sottoposto a regime di sorveglianza speciale.
Questo solo per fare alcuni esempi. In questi casi, ancora prima delle istituzioni, ma non solo di quelle e forse neanche di quelle, sarebbe stato necessario un ascolto da parte della società tutta. Senza escludere a priori l’intervento delle istituzioni, è necessario che il mondo degli adulti si assuma la propria responsabilità di adulti.

Angelo Fioritti mette in evidenza che con la pandemia assistiamo all’aggravarsi di tutte le situazioni che prima erano al limite. Sottolinea come la pandemia non sia uguale per tutti. Quindi smentisce, giustamente, una presunta democrazia della Covid-19. Infatti l’autore sottolinea che chi ha accesso al digitale ha meno sofferenza, al contrario di che non ne ha, o ha un accesso più complicato. Nelle disabilità si nota una regressione. Chi è emarginato socialmente e culturalmente ha sicuramente una regressione.
Il documento non lo dice espressamente ma sembra che i livelli economici determinino un maggiore o minor grado di sofferenza nella pandemia.
E non può essere altrimenti: non è la stessa cosa vivere da confinato in una villa con giardino o in un appartamento di pochi metri quadrati, con figli. È diversa la situazione di chi può spostarsi nelle seconde case, ha un lavoro ben remunerato e stabile in confronto a chi è precario o già faceva fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.
Sembra quindi che la pandemia inizi a colpire larghi strati di popolazione. Se così è, come del resto sembra che sia, è inevitabile pensare a Foucault e alle sue categorie di biopolitica, di popolazione intesa come “massa globale investita da processi di insieme che sono specifici della vita, come la nascita, la morte, la ri-produzione, la malattia, e così via” [1].
È inevitabile cogliere il suo invito “ciò che dunque si dovrebbe studiare, sono le modalità secondo le quali i problemi specifici della vita e della popolazione sono stati messi al centro di una tecnologia di governo” [2].
Richiamiamo le riflessioni del francese perché mai come oggi, in epoca di pandemia, si esercita una governamentalità, altro termine introdotto da Foucault, sulla vita, sulla nascita, sulla morte, sulla malattia.

Non è solo in gioco il disagio giovanile.
Stiamo assistendo al riassestamento del sistema etico, produttivo, della struttura socio economica attuale. Allo strutturarsi di forme di governamentalità dei processi di vita, morte, malattia della popolazione. Siamo in presenza di nuove forme di governamentalità ben espresse dai continui DPCM, il cui profluvio è visto da più parti come sospensione, o ulteriore detrimento, della democrazia rappresentativa.
Non sono soltanto i giovani a dare i segni più vistosi di sofferenza. Pensiamo ad esempio alla marginalizzazione e alla marginalità a cui sono costrette determinate fasce di popolazione. Pensiamo alle donne. Pensiamo ai popoli in viaggio. Pensiamo alle sexworker.
Angelo Fioritti chiosa il documento informandoci che il Collegio Nazionale dei Dipartimenti di Salute avrebbe portato le sue proposte in ogni contesto istituzionale che possa aiutare ad affrontare e risolvere i problemi strutturali e contingenti di questo settore cruciale per la nostra civiltà.

In realtà i problemi di salute mentale che stanno emergendo attualmente erano prevedibile. Erano stati previsti. C’è stata una petizione. firmata da 16mila medici e scienziati che si rivolgevano ai governi. Chiedendo che non facessero le politiche poi attuate con i lockdown. Perché i danni a medio e lungo termine sarebbero stati molto più gravi che non quelli che avremmo potuto soffrire per via del virus. Discutibile? Possibile? Forse. I morti in Brasile sono arrivati a circa quattromila al giorno. Ma sarebbe stato illuminante avviare un confronto su questi temi, per non lasciarli monopolio di comunicazioni e propagande isteriche, di continui quanto repentini cambi di direzione.

Quello che non emerge dal documento che abbiamo preso in esame è che, in sostanza, le politiche e la politica a livello mondiale, ovunque, sta avendo degli approcci anti sanitari da tutti i punti di vista, anche di quello della sanità mentale. Venendo meno ad esempio all’implementazione della medicina territoriale e continuando a insistere sui mega hub.
Stiamo pagando un prezzo altissimo, molto più alto di quanto avremmo potuto pagare se avessimo fatto diversamente. Ma, quello che è peggio è che, come rileva l’articolo/documento che abbiamo preso in esame, c’erano e ci sono delle basi già minate, almeno per quanto riguarda i servizi di neuropsichiatria infantile. Ma non solo aggiungiamo noi.

Le politiche che si stanno facendo contro la Covid-19 stanno agendo alla radice, alle fondamenta della società. Sta avvenendo quello che raccontavano i professionisti della salute mentale impegnati sul campo. E cioè che durante il lockdown non è successo nulla. Prima dell’estate tutti hanno praticamente stretto i denti, ma poi sono iniziate ad arrivare persone con tutta una serie di problematiche. Ma ripeto, i danni sono alle fondamenta, ma non economici. Sono problemi di relazione, danni esistenziali. Si sta fratturando l’esistenza delle persone, ma in maniera talmente estesa da avere un impatto a livello sociale, a livello globale.
C’erano già dei segnali, tra cui l’abbassarsi del livello intellettivo, della sensibilità, dell’attenzione, della fiducia. Ma qui è stato fatto veramente un disastro, che comunque pagheremo anche se ci dovessimo fermare adesso, e ripensare le politiche di intervento in pandemia.

Il peggio ancora non l’abbiamo visto. Quando usciremo a veder le stelle, alla pandemia sanitaria seguirà una pandemia sociale. Con tutti i licenziamenti che scatteranno, la gente soffrirà veramente tantissimo. Già oggi le file del pane agli enti di beneficenza si sono allungate a dismisura. Ci saranno difficoltà economiche enormi, ma non soltanto questo.
Ci saranno drammi esistenziali. I drammi di chi non avrà coltivato gli strumenti di un’intelligenza esistenziale e creativa. Intelligenze di cui abbiamo estremo bisogno in questo periodo.
È pericoloso che in questa epoca non ci sia una capacità visionaria da parte della politica, capace di tratteggiare un mondo diverso verso cui avviarsi, nel quale entrare. Si sta semplicemente coltivando la speranza di poter tornare al mondo antico. Ma il mondo antico è quello che ha prodotto e sta producendo la babele e il massacro attorno a noi.
Spero nella capacità innata nell’uomo di superare drammi, pandemie, disastri. Se è sopravvissuto alle glaciazioni l’uomo sopravvivrà anche a questa pandemia.

Ma senza fare discorsi massimalisti. Leggo un altro passo del documento proposto da Angelo Fioritti.

È bene che ci sia una consapevolezza intergenerazionale che ce la si farà, con impegno e responsabilità di tutti, come ce l’hanno fatta le generazioni che hanno vissuto la guerra o gli anni di piombo.

La pandemia è qualcosa di totalmente diverso. Se noi facciamo questo collegamento, se usiamo queste metafore, non riusciamo più a trovare significanti, simboli, significati reali, di ciò che sta accadendo. Ci spostiamo su un terreno di confronto e di analisi inappropriato e non pertinente. La guerra è altro. La guerra sa di piscio, merda, mosche, puzza di carne bruciata… Non c’è nulla di questo nella pandemia. La pandemia non è una guerra. È peggio o meglio. Ognuno lo può stabilire, ma non è una guerra. È altro.
Siamo talmente annichiliti, inchiodati a un certo modo di vivere, che siamo diventati completamente disarmati e incapaci di guardare a una risposta diversa.
Siamo incapaci di porre un argine al disagio psicosociale dilagante. Ci stiamo rivelando sempre più incapaci di resistere, di porre un argine all’impatto provocato dalla pandemia.
L’esserci appiattiti sui nostri modelli di vita ci impedisce anche di rivendicare diritti fondamentali. Di fatto i diritti li stanno rivendicando in questo momento coloro che sono costretti nei ghetti, i rider, i lavoratori schiavi della terra nel comparto agro alimentare, perlopiù costituiti da soggettività appartenenti ai popoli in viaggio.

Ecco che cosa scrive in merito Pietro Basso nel suo razzismo di Stato e pubblicato da Franco Angeli.

Ad onta della retorica pubblica anti-immigrati, Stati Uniti d’Europa occidentale hanno oggi un bisogno di forza-lavoro a basso costo “ancora più acuto” della fase precedente alla crisi, tanto per i profitti che essa direttamente assicura quanto come “strumento” per spingere verso il basso il costo medio della forza-lavoro e le garanzie dei lavoratori autoctoni. [3]

Sembra di essere dentro un meccanismo da cui appare sempre più complesso sottrarsi. Perché se le menti vengono plasmate in un certo modo cambiare direzione diventa complicato.
Oggi siamo riusciti a radicalizzare e perfezionare qualcosa che è iniziato a partire dagli anni Ottanta/Novanta con la televisione berlusconiana. Quando valori e simboli venivano appiattiti, stravolti, lasciando in eredità una grande incapacità di reinterpretazione, e un linguaggio, un vocabolario con cui guardare a noi stessi estremamente immiserito. Del tutto inadeguato ad affrontare i tempi di crisi attuale.

La situazione attuale è pervasiva. Si continua a parlare dei contagiati, dei morti di oggi e di domani. C’è da chiedersi se anche questo continuare a fornire dati e numeri non sia altro che un modo di tenere alta la tensione per esercitare il controllo sulla popolazione.
Siamo ormai precipitati in un loop da cui sembra sempre più arduo venir fuori, e che si auto mantiene. In cui ogni tentativo di conflitto, necessario per creare una dialettica sociale è spento nella remissività o soffocato. Come accaduto agli studenti di Napoli che avevano occupato l’Accademia di belle arti e qualche giorno fa sono stato sgombrati con la forza. Nonostante la legittimità della loro protesta perché non si può praticare l’arte a distanza.
Siamo in un loop di opacità in cui tutti siamo coinvolti, e non riusciamo a vedere altro se non la paura che genera malattia mentale. Contemporaneamente verifichiamo che la risposta istituzionale è debole.
Si verificano situazioni controverse. Si scoprono, nei magazzini dell’azienda che ad Agnani infiala il vaccino AstraZeneca, 29 milioni di dosi occultate. Questo accade in un momento in cui la stessa AstraZeneca non riesce (o non vuole?) fornire alla UE i quantitativi di vaccino pattuiti e continua a ridurli. La UE chiede all’Italia di indagare. La Francia attraverso i suoi rappresentanti proclama «L’Unione europea non sarà l’utile idiota di tutto questo».
Siamo all’isteria.
Ma sorge il sospetto che qualcuno possa avere venduto gli stessi prodotti diverse volte a paesi diversi per un maggior profitto
Tutto questo accade in una Unione Europea che non ha, e non ha mai voluto, un sistema sanitario unificato, come più volte sottolineato da Emma Bonino. Una UE che non è riuscita neanche in questo contesto a creare dei contratti con le maggiori case produttrici che fossero sufficientemente vincolanti. E adesso paga in costo alto in termini di vite umane. Non solo questo ma l’UE ha votato di fatto contro la sospensione dei brevetti, in una recente riunione del
l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), come previsto dalle norme della WTO stessa.
Tale sospensione avrebbe di fatto consentito un aumento della produzione diretta dei vaccini stessi. Che fare allora?

Mettersi in ascolto sarebbe già una buona cosa, evitando che prendano la parola i demagoghi di turno. Ascoltare e operare perché arte, culture, luoghi del distanziamento diventino luoghi di una “rinnovata socialità”. E con questo penso ai tentativi di aprire concerti ed eventi alla popolazione inventando e osando pratiche e pensieri, che non siano a senso unico. Altrimenti le caverne in cui ci siamo seppelliti da luogo metaforico diventeranno luogo dell’anima.

Gianfranco Falcone

Note
[1] Michel Foucault, Sicurezza, Territorio, popolazione, Feltrinelli, p. 280
[2] Michel Foucault, ibidem, p. 274
[3] Pietro Basso (a cura di), Razzismo di stato, Milano, FrancoAngeli, 2010. p 53.

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