Covid-19, Morti e mutazioni: percorso lungo ed in salita

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Il 13 Febbraio scrivevamo, “ da Coronavirus-N Cov 2019 a Covid-19 una delle pochissime certezze”. I fatti hanno purtroppo dato ragione a quel titolo, certo qualcosa in più sul Sars Cov-2 la si conosce, ma non abbastanza per tirare un sospiro di sollievo, peccato essere stati così previdenti, sarebbe stato meglio non dover riferire circa questa condizione.

Per noi contano ancora sempre le persone e oltre ventiduemila di esse sono troppe da perdere per una causa sola. Ma poi arriva anche l’aggravante…che i morti indicati ufficialmente sono solo una parte come dimostrano i dati diffusi dal sindaco di Bergamo: “… abitanti 121 mila; dall’1/3/2020 al 12/4/2020 sono deceduti 795 residenti, 626 più della media – nello stesso periodo – dei dieci anni precedenti. L’aumento è del 370%. I decessi ufficialmente ricondotti a Covid-19 sono stati 272, gli unici sottoposti a tampone”..

Da questo, e dal contorno, si deduce che purtroppo, è ancora evidente una impreparazione ad affrontare questa prova. Una classe dirigente ancora sempre combattuta sul prendere decisioni sulla riapertura o meno, quasi si volesse distinguere nel proporre modelli diversi da quelli ipotizzati da altri. Impelagati, come si dice per banalizzare, nel decidere se “ morire prima di pandemia o dopo di economia” . Insomma se vale di più difendere strenuamente il bene più prezioso oppure se è meglio continuare a rincorrere ricchezza, consenso e finanza lasciando dietro una scia corposa di cadaveri [1].Sembra in effetti scattato il countdown per l’andate al mare, che scatenerà la corsa al primo annuncio, quando siamo ancora molto lontani dalla risoluzione della pandemia.

L’impressione è che l‘osservazione del fenomeno non abbia insegnato molto. Le stesse ignoranti difficoltà di quando la bestia si incarogniva al Nord e non si valutavano bene le polmoniti che giungevano all’osservazione dei medici mentre in Cina si era già in emergenza proprio per quei motivi. Si è lasciato che il Sars Cov-2 gironzolasse indisturbato per troppo  tempo, frequentando anche i luoghi di massima concentrazione umana. Ha prosperato tra eventi sportivi anche internazionali, gli appuntamenti più cool degli aperitivi serali, per poi andare a trovare miglior espressione di se stesso proprio nei luoghi dove meno avresti dovuto trovarlo, quelli che avrebbero dovuto godere di maggior protezione come gli ospedali, le case di riposo, le RSA, anche quelle più storiche come la “Baggina” e le altre. Proprio dove era più alta la concentrazione della generazione alla quale si deve il benessere del quale si e goduto e che si dice risultare adesso perduta per troppi anziani deceduti.

È evidente che è del tutto inutile continuare con uno slogan smentito dai fatti troppo presto: non andrà bene un bel niente, per la verità pronunciato più come preghiera/auspicio che per credo partecipato con convinzione.

Che potrebbe comunque continuare lo stesso trend lo si comprende, dalle evidenti difficoltà di chi sta gestendo la pandemia ma anche leggendo cosa bolle nella pentola della comunità scientifica internazionale pure numerosa e completamente immersa nel tentativo di suggerire soluzioni sui tre fronti aperti: il diagnostico, il terapeutico, e la prevenzione con un vaccino.

Per la diagnosi si cercano metodiche agevoli e veloci che correlino con i metodi molecolari di riferimento.
Per la terapia si cerca un farmaco che agisca direttamente sulla malattia con sicurezza e con controindicazioni accettabili.
Sul fronte della prevenzione e dello studio della sequenza nucleotidica del virus, è giunto un chiarimento da un illustre scienziato, distintosi al fianco di Albert Sabin il virologo polacco che sviluppò il più diffuso vaccino antipolio  [2],  Giulio Tarro, adesso in pensione ma già primario al Cotugno di Napoli e successore di Sabin alla guida del loro laboratorio di ricerca. Lo scienziato oltre a far rimarcare che nel nosocomio napoletano non ci sono stati decessi di medici ai quali non sono mancati i dispositivi di protezione, ha anche posto il quesito sulla possibilità che i vaccini in preparazione possano non risultare utili. Dal punto di vista dello studio sul Sars Cov 2 sono emerse alcune ipotesi derivanti dagli studi delle sequenze nucleotidiche del suo RNA dalle quali emergono almeno due mutazioni da rispettare, una del 9 Febbraio, dalla quale dipenderebbe il ceppo americano di derivazione europea.

È bene ricordare che i coronavirus sono virus ad RNA e come tali, si caratterizzano per avere un alto indice di mutazioni. Spiegando meglio, la sequenza genetica di questi virus è relativamente piccola e soggetta ad alto numero di copie sulle quali agiscono dei sistemi riparatori sugli errori di replicazioni che, in situazioni di contagio così elevato, hanno un gran da fare e possono a volte apparire confusi. Questo permette a sequenze non perfettamente identiche alle iniziali di prendere un rinnovato vigore. Da qui possono generarsi dei cambiamenti che consentono al virus di non essere più riconosciuto dal sistema anticorpale dell’individuo. Ecco che si giunge alla possibilità che si generi  una nuova infezione, che potrà a sua volta espandersi con caratteristiche rinnovate rispetto alla precedente. L’Adnkronos sanità [3] riporta nei giorni scorsi la definizione di una mutazione che insiste sulla RNA polimerasi, enzima che sintetizza la sequenza nucleotidica complementare e che ha anche la funzione di “correttore” di una bozza della sequenza generata, e che ha causato una maggiore virulenza riscontrata sui ceppi europei, americani ma non presente sui ceppi asiatici.
È chiaro che questo rappresenta una nuova ipotesi di lavoro per nuove soluzioni da individuare, ma che permettono al prof. Tarro di mettere in guardia sul fatto che la situazione, data l’altissima virulenza e le possibili mutazioni intercorse e quelle che potrebbero generarsi, non lasciano molte chances ai vaccini.

Bisogna anche tener presente che al momento vi sono ben 73 ipotesi di studio di vaccini per il Sars Cov-2 sulle quali si lavora nel mondo, rimane la speranza che qualcuno di essi possa ovviare a queste caratteristiche comunque. Del resto, uno spiegamento di forze così nutrito ed orientato verso lo stesso obiettivo, mai si era verificato, ed è verosimilmente difficile che tale valenza fallisca all’unisono.

Secondo il prof. Tarro, tuttavia, molto più probabilmente la soluzione arriverà dal punto di vista terapeutico. Si ipotizza piuttosto un antivirale che risulti utile e magari ci aiuti con l’arrivo del caldo a sbarazzarsi del Sars Cov-2; una soluzione che in tanti adesso vedrebbero come una benedizione. Di contro dal punto di vista diagnostico siamo vicini alla possibilità di avere molti metodi sierologici validati e anche metodi molecolari più veloci ed automatizzabili che garantirebbero quindi una maggiore produttività in termini di esami da compiere nelle 24 ore. Stanno avendo concretezza anche test rapidi che raggiungano una correlabilità accettabile con i metodi di riferimento e che quindi, per praticità e velocità, possano garantire un uso facilitato in condizioni particolari. Da quando questo virus si è manifestato, sicuramente siamo nella condizione di avere molte informazioni utilissime dal punto di vista scientifico, non ancora sufficienti a risolvere come avremmo voluto, ma solo base sulla quale continuare a lavorare, magari più alacremente e senza arrendersi, ed elevando il livello di competenza e pazienza.

Emidio Maria Di Loreto

[1] https://www.repubblica.it/politica/2020/04/15/news/la_lombardia_e_la_debolezza_di_credersi_invincibili-254071352/?ref=RHPPTP-BH-I254115241-C12-P4-S5.3-T1
[2] https://it.businessinsider.com/giulio-tarro-coronavirus-non-e-ebola-il-vaccino-non-serve-la-sanita-e-crisi-per-colpa-di-chi-ha-dimezzato-le-terapie-intensive/
[3] https://www.adnkronos.com/salute/sanita/2020/04/14/coronavirus-studio-italia-usa-mutato-ora-piu-infettante_xM29Av7k801KhjVuQUHqXP.html

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