Covid-19: nel mezzo della Pandemia.

Milano pandemia
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Torniamo a raccontarvi di Covid-19, il nome della malattia, cioè CoronaVIrus Disease 2019, in altre parole malattia da coronavirus scoperta nel 2019. In redazione è prevalsa l’idea che fosse ora di tornare a dare il nostro contributo.

Questo avviene dopo che inizialmente, il gran trambusto mediatico sull’argomento, avrebbe facilmente potuto innescare ulteriore confusione in una comunità già bersagliata da informazioni provenienti da più fronti e da una comunità scientifica anch’essa inizialmente confusa. Forse meglio dire divisa tra coloro che banalizzavano quanto accadeva, riconducendolo, con un occhio che preferiva i mercati finanziari, al rango di una banale influenza, e gli altri che si dannavano per sensibilizzare su un impatto che invece avrebbe potuto devastare.

In questo frangente la politica ha brillato anch’essa tra catastrofisti, accuse di inadempienze, ricercatori del consenso facile, dissacratori ed, al solito, coloro sempre pronti a smentire se stessi o gli altri pur di cavalcare la visibilità per lo più per via web. Indubbiamente non è stato un periodo facile, non lo è attualmente e non lo sarà sicuramente nei mesi che arriveranno.

Proviamo a riassumere. Siamo adesso nel pieno della pandemia, nel momento in cui sarebbe opportuno per innumerevoli ragioni iniziare a rilevare qualche segno di miglioramento nelle curve che definiscono questo contagio. Secondo le previsioni più favorenti, avendo iniziato ad adottare misure restrittive almeno due settimane addietro, entro la fine di questa settimana dovremmo registrare dati migliorativi. Quel che sta accadendo invece ci assale secondo le peggiori previsioni.

La bestia si è rivelata ancora più subdola delle descrizioni iniziali, secondo le ipotesi darwiniane deve aver contato su una mutazione che l’ha adattata al salto di specie ed alla diffusione nei nuovi ospiti secondo una virulenza enorme. Ha anche scelto la via del contagio più efficace, le goccioline di saliva etc. che possono diffondersi da individuo ad individuo facilmente come dimostrato dall’enorme densità di popolazione nella zona iniziale del contagio, Wuhan.
Inspiegabilmente i dati epidemiologici che si accrescono mano a mano, mostrano un percorso del contagio, quasi che lo stesso abbia contato su un corridoio preferenziale individuato sulla superficie del globo terrestre. Ancora non sappiamo se siano state le condizioni di temperatura ed umidità a definire questo corridoio, oppure più semplicemente i contatti di diverse zone del globo con le località cinesi. Un’ipotesi vede l’alta contagiosità nell’area bergamasca a causa delle piccole e medie attività imprenditoriali che, avendo dislocato in Cina la loro attività, oppure avendo interessi enormi in quei mercati in espansione, abbiano già contratto il virus in modo asintomatico molto prima di fine gennaio. L’incontro con esso potrebbe essere avvenuto durante i loro scambi commerciali, ed iniziato una indifendibile, perché ignota, all’epoca, attività di diffusione da portatori sani. Molto più verosimilmente entrambe le ipotesi si sono sommate, condizioni climatiche e rapporti/scambio con la provincia di Hubei.

Da allora un crescendo di contagi ha visto mutare atteggiamenti, decisioni, paure mal celate, ma anche incredulità, scarso senso civico, sprezzo del pericolo. Insomma una dura presa d’atto ha mutato i connotati del nostro popolo, li ha indotti a cambiare atteggiamento, li lascia ancora più determinati nell’isolamento e nella speranza che tutto questo serva.

La sensazione che si ha, quando il contagio finirà, è che anche dopo non saremo più come prima. Soprattutto in sanità si saprà tornare ad apprezzare il Sistema Sanitario Nazionale voluto dalle Iotti, Anselmi e Bindi riconosciuto come indice di intuito, buon senso e gran civiltà dei cittadini  che ne godevano. Poi purtroppo i Poggiolini, i De Lorenzo pensarono a devastarlo e a dare induzione a quelle iniziative della politica neoliberale che ne avrebbero ridimensionato la valenza adducendo motivazioni finanziarie. Quanto accade adesso mostra sia che le risorse economiche si possono trovare per un bene necessario, se si vuole, sia che non si lascia nulla al resto senza sanità… proprio come gli anziani hanno detto sempre cioè: “ prima la salute”.

Milano, Stazione Centrale. Foto Gianfranco Falcone, 9 marzo 2020

Dalle adozioni delle misure più drastiche, che avrebbero salvato coloro sfuggiti a quella percentuale famigerata di circa il 10% dei positivi, sono emersi da subito gli aspetti più deleteri del popolo. Sospese le attività didattica nelle scuole e nelle università, figli e genitori a spasso nei parchi, finanche a sciare, ma anche le serie professionistiche del calcio a protestare per voler giocare dando la solita pessima immagine dei criteri ai quali quello sport si riferisce. Immediatamente dopo, con la diffusione delle informazioni della situazione sanitaria delle zone più colpite è iniziata una maggior condivisione delle necessità di isolamento con il ricorso allo strumento del lavoro a casa in modo diffuso. Sempre più reazioni inizialmente improntate al supporto, all’accettazione dell’isolamento, all’esibizione della condivisione sui balconi che collettivamente potessero distribuire carica e motivazione a supporto dell’esercizio delle lunghe giornate che ancora probabilmente ci attendono. Anzi dopo l’iniziale manifestazione di auto celebrazione collettiva è iniziato anche il percorso inverso, quello più duro da accogliere, da esorcizzare, ma comunque da accettare.

La perdita di persone care, una perdita dalle dimensioni inimmaginabili inizialmente, anche maggiori che in Cina in alcuni giorni, da un popolo per lo più gaudente ed impegnato ad attendere disgrazie per gli altri, mai per se stesso. Le immagini dei cimiteri intasati come le sale mortuarie di troppi ospedali, o delle chiese a questo riciclate, le strutture per le cremazioni a ritmo continuo per giorni e non in grado di soddisfare le necessità, inducono più ad una presa d’atto molto più civile ed importante: la necessità di intitolare un congruo periodo di lutto nazionale e di preghiera per chi crede. Arrivi con esso la maggior testimonianza di riconoscenza alla classe medica ed ai loro collaboratori sperando non crollino. Arrivi il ripensamento agli studi di medicina che già da tempo usualmente si pensava dovessero essere riformati. Arrivi anche la dura sollecitazione a non rilassarsi ed a perseverare nelle misure.

La Cina e Wuhan dicono che quanto da loro fatto, se rispettato, non potrà che liberarci da questo virus maledetto. Sarebbe anzi auspicabile che si attivi una maggiore durezza nei confronti di chi disattende le misure e con essa anche una obbligatoria condivisione in buon senso, responsabilità, educazione, etica, per non ricadere nel futuro in errori imperdonabili come il cinismo, il non ce li voglio, tanto sono problemi loro, io che sono furbetto me la squaglio. Il coronavirus dovrebbe aver insegnato che la livella è per tutti e non si può sfuggire pensando di sfavorire gli altri ma soprattutto insegna che, adesso e mai, nessuno deve essere lasciato indietro men che meno un anziano grazie all’attività del quale in questo momento la stiamo raccontando!
Ogni anziano è un padre, una madre, uno zio o un nonno o semplicemente un amico al quale troppo spesso capita di dovere molto, giusto un poco di meno di chi ci ha dato la vita.
Emidio Maria Di Loreto

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