CR7, il business e le metamorfosi del calcio

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C’era da aspettarselo. L’arrivo di Cristiano Ronaldo in Italia si è portato dietro cifre da capogiro. Non desterà sorpresa, allora, sapere che qualcuno sia stato disposto a sborsare ben 680 euro pur di vederlo dal vivo. Secondo quanto riportato da Il Giornale, infatti, sarebbe questa la cifra pagata da un tifoso per assistere allo scorso match di campionato tra il Frosinone e la Juventus. Difficile pensare che un prezzo così alto sia stato dettato dalla bellezza della partita o dall’importanza della posta in palio. Del resto, si trattava di una semplice partita di campionato, tra l’altro dall’esito, se non scontato, quantomeno prevedibile. Decisamente più probabile, allora, che la cifra sia dipesa dall’effetto CR7, protagonista indiscusso del business che ruota intorno al mondo del calcio e non solo.

Le doti tecniche dell’asso portoghese sono da tempo note a tutti. I palloni d’oro vinti, le Champions conquistate, i record abbattuti a suon di gol dimostrano la devastante potenza sportiva del campione. Anche il suo impatto economico non era un mistero. Eppure, da questo punto di vista, i numeri e le monetizzazioni che lo riguardano continuano a crescere, nonostante la carta d’identità dica 33, età in cui di solito (per i comuni mortali) la carriera entra nella sua fase calante. CR7 continua invece a dominare a livello globale: copertine su riviste, prodotti che hanno ben impresso il suo brand, numeri da urlo sui social network, sponsorizzazioni che muovono milioni di dollari. Un impero economico a pieno titolo, con aziende al seguito, investimenti, merchandising inarrestabile e così via.

L’arrivo di CR7 alla Juventus può essere letto in due modi: l’uno più pragmatico ed economicista, che tende a giustificarlo e comprenderlo; l’altro più nostalgico ed etico, che invece lo critica o condanna apertamente.
Il primo approccio saluta Cristiano Ronaldo come un Dio: lo venera, lo festeggia, lo ringrazia di aver scelto proprio la Serie A per la sua nuova avventura, leggendo nel trasferimento dell’anno il momento di svolta di un campionato e di un intero movimento calcistico da tempo immobile, privo di attrattività a livello globale. Per il pragmatico, allora, l’arrivo di CR7 è una manna dal cielo: se il calcio è ormai uno dei principali mercati al mondo, conviene investirci milioni di euro. Cosa fa un imprenditore di una grande azienda quando il mercato in cui opera è in espansione o comunque mostra opportunità e segni di vitalità? Investe, con l’obiettivo di aumentare i profitti. Da questo punto di vista, la mossa Cristiano da parte della Juventus non ha eguali.
C’è poi l’altra visione, quella più nostalgica in un certo senso, che interpreta l’operazione CR7 non come un trionfo del calcio e del business mondiale, bensì come l’ennesimo fallimento di un settore che ha ormai smarrito del tutto un minimo di dignità. Circa 350 milioni è il costo complessivo dell’operazione, tra prezzo del cartellino, stipendio faraonico e commissioni varie. Una cifra spropositata, anche se, a dire il vero, lontana dall’oltre mezzo miliardo che il Paris Saint Germain ha investito la scorsa estate per il brasiliano Neymar. Ma lì c’è di mezzo il proprietario della squadra francese, il miliardario qatariota Nasser Al-Khelaïfi, e, in fondo, c’è poco da meravigliarsi. L’acquisto di Cristiano Ronaldo, invece, ha provocato più di un malumore, perché compiuto da un club italiano la cui proprietà è a capo anche della Fiat. Ma al di là di queste dinamiche, che restano aziendali, l’operazione CR7 fa clamore anche al di fuori degli addetti ai lavori per la sua portata economica, soprattutto perché collide con un mercato nazionale che appare tutt’altro che in salute.

L’universo CR7, da ovunque lo si osservi, risulta in ogni caso distante da tutto quel mondo calcistico che con soldi, riflettori puntati e interessi di varia natura, ha ben poco a che fare. La principale differenza, giuridicamente sancita, tra un calciatore professionista e uno dilettante sta proprio in questo: nel non fare dello sport la propria professione, facendo a meno, evidentemente, anche di un equo stipendio.

Gioco a calcio da molti anni e, lasciato da parte il periodo della scuola calcio e delle giovanili, non ho mai ricevuto uno stipendio, se non qualche rimborso spese, ovviamente “simbolico”. Si gioca per passione, perché, pur avendo fatto altre scelte di vita, non si vogliono abbandonare le emozioni che questo sport sa offrire. Il contesto dilettantistico, più familiare, permette di godere a pieno del senso autentico dello sport, senza frenesia o particolari pressioni di risultati.

Le divise da partita prive dei marchi più noti, i terreni di gioco tutt’altro che manti erbosi, gli scarpini neri e rotti (che tanto non li deve fotografare nessuno) per fortuna sono ancora di questo mondo. Sistemare pazientemente i tacchetti di ferro dopo aver visionato il campo, preparare la borsa con tutti gli indumenti necessari prima di ogni allenamento, ritrovarsi direttamente al campo senza nessun autobus a fare da guida: ecco il sale di ogni calciatore di provincia. Non voglio fare giudizi di valore. I due mondi sono totalmente diversi: tentare di paragonarli sarebbe estremamente fuorviante, oltre che miope. L’uno è un business, remunerativo, e il capitalismo contemporaneo aggredisce con ferocia tutto ciò che può generare profitto. L’altra resta innanzitutto una passione, uno sfogo, un momento di condivisione in cui lo sport può essere riaffermato nella sua dimensione primordiale, e dunque sociale.

Non intendo, però, nemmeno fare l’errore di mitizzare l’universo del dilettantismo. Tra l’altro, chi gioca a livello dilettantistico è spesso chi non è riuscito a “sfondare” nelle categorie maggiori, e quindi il mondo del professionismo non lo ripudia, bensì lo insegue. Inoltre, anche nel panorama dilettantistico esistono i procuratori, i favoritismi e, seppur in piccolo, tutte quelle contraddizioni che spesso scuotono il calcio a livelli superiori. Le proteste e le discussioni in campo non sono una rarità: del resto, non c’è nemmeno la Var a fare da paciere. Semplicemente, il calcio dilettantistico propone un modello diverso, in cui lo sport recupera la sua immediatezza, la sua genuinità. E questo resta il suo valore più grande.
Nonostante questo, le differenze con il calcio maggiore rimangono evidenti. Le partite si giocano tutte in contemporanea, rigorosamente la domenica alle 15, come accadeva anche a livello professionistico finché non irrompessero sulla scena le grandi aziende delle reti televisive, ridefinendo i calendari, imponendo gli orari delle partite, sbiadendo quel velo di romanticismo che accompagnava, fino a un po’ di anni fa, le domeniche pomeriggio dell’italiano medio. Per sapere i risultati in diretta oggi basta accendere la tv o accedere a qualche sito online. Per sapere com’è andato il match di cartello di un campionato dilettantistico, invece, la strada è più tortuosa. Spesso è sufficiente internet, è vero, ma non sempre viene aggiornato in tempo reale o comunque non sa offrire più del banale risultato finale. Per i meno predisposti alla tecnologia, lo strumento di riferimento è il caro e vecchio quotidiano locale, che il lunedì mattina riporta, con rigore scientifico, tutti i tabellini, le formazioni delle partite del giorno prima, le classifiche aggiornate. Una sorta di Bibbia per tutti coloro, tra calciatori, dirigenti e allenatori, che si affannano nei sconnessi campi di provincia.
I CR7 continueranno a nascere e a invadere il mondo del calcio. Qualsiasi settore – sportivo o meno – risulta ormai “contaminato” da persone che muovono molteplici interessi. Ѐ legittimo, probabilmente anche necessario per sorreggere l’intero sistema. Per tutti gli altri, magari meno talentuosi o semplicemente meno fortunati, resta lo sport vero, nella sua essenza, nei suoi valori più profondi. Non è poco, in un mondo sempre più povero di confini etici definiti.
Lorenzo Di Anselmo

 

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