Crisi e opportunità nel regime di Ben Ali

Tunisia bandiera
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Che non sia una <<gentile oppressione>>[1] quella che continueranno ad esercitare il presidente Zine Al Abidine Ben Ali e il suo partitolo si chiarisce, in qualche maniera, dalla posizione che ha assunto il ministero degli esteri francese. A Parigi sono preoccupati per la situazione dei giornalisti e di rappresentanti delle organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo. E questo nonostante passate prese di posizioni a favore del potere in carica da parte del presidente Sarkozy e nonostante il fatto che la Tunisia sia il maggior alleato nel nord Africa. In particolare negli ultimi giorni sono stati i casi di Taoufik Ben Brik, Slim Boukhdir, Sihem Ben SedrineZouheir Mekhlouf che hanno espresso posizioni critiche rispetto al potere e alle elezioni e che hanno subito pressioni, intimidazioni, pestaggi e arresti[2].

Non occorrevano particolari capacità analitiche per predire la vittoria del presidente uscente che è al suo quinto mandato consecutivo. La costituzione in origine prevedeva al massimo due mandati, ma il testo è stato emendato per consentirgli di andare al limite dei settantacinque anni. A completare il quadro va anche precisato che le candidature per le presidenziali devono essere accettate dal Consiglio costituzionale dominato da uomini del presidente. Sono infatti stati esclusi due esponenti dell’opposizione radicale Mustapha Ben Jaafar e Ahmed Nejib Chebbi, mentre Il Partito democratico progressista di M. Chebbi ha boicottato le legislative.
L’89,4 per cento degli aventi diritto si è presentata alle urne con questi risultati: il settantatreenne Ben Ali ha ottenuto l’89,62 percento dei voti, mentre Mohamed Bouchiha del Partito di Unità popolare (Pup) il 5,01, Ahmed Inoubli dell’Unione democratica unionista (Udu) il 3,8 per cento e Ahmed Brahim del partito Ettajdid, considerato l’unico vero avversario, l’1,57 percento dei voti che rappresenta un passo avanti rispetto allo 0,95 per cento del suo predecessore nel 2004 Mohamed Ali Halouani.
Alla Camera dei Deputati 161 seggi dei 214 sono andati al partito del presidente, dei restanti solo due al partito Ettajdid a rappresentare un’opposizione di sostanza.
Per la prima volta Ben Ali non ottiene il 90% ma questo non sembra essere un sintomo del suo declino anzi potrebbe sempre modificare ulteriormente la costituzione per un ulteriore mandato.

Pur restando uno dei paesi, tra tutta l’Africa, meglio organizzati e che ha inanellato una crescita robusta negli ultimi venti anni non mancano nodi cruciali che dovranno essere sciolti se si vorrà un futuro migliore soprattutto per le giovani generazioni.
La compiutezza delle aperture democratiche è un presupposto necessario alla miglioramento socio-economico del popolo tunisino. Come nel caso del ruolo della donna che qui riceve un’attenzione non riscontrabile facilmente in altre realtà in sviluppo le aperture andrebbero estese per rendere più facile l’accesso alla crescita delle persone in quanto tali o esponenti di comunità lavorative, sociali o culturali.
Futuro significa nuove generazioni e la disoccupazione – soprattutto dei giovani e di quella parte più istruita – resta un tema scottante, come sa lo stesso presidente che ne ha fatto un cavallo di battaglia della sua capillare campagna elettorale come se non ne fosse uno dei responsabili, se non altro per il tempo che è al comando. Il rischio è che il talento emigri esprimendo tutto il suo valore in seno ad altri paesi [4].
L’Istituto nazionale di statistica tunisino riporta un 14 per cento come tasso di disoccupazione, mentre dati ufficiosi raddoppiano quella percentuale. Molti dei diplomati alle scuole superiori resteranno senza lavoro. Le cause si possono ricercare nei limiti della qualità generale dell’istruzione,  della sua inadeguatezza rispetto alle esigenze delle imprese che tra l’altro spesso sono di ridotte dimensioni e specializzate in settori come il tessile dove non occorrono le competenze acquisite.
Questi modelli di sviluppo presuppongono anche dei ritmi di crescita elevati per consentire livelli occupazionali soddisfacenti e in questi mesi la crescita economica non è così sostenuta [5].

Se è vero che l‘impatto della crisi mondiale non è stata così devastante in Tunisia tanto che il FMI e Banca mondiale ritengono buone le condizioni di base del paese – inflazione, riserve, debito pubblico, … –  per affrontare il momento e in generale per fare affari, alcuni settori come quello del tessile e della componentistica automobilistica hanno subito delle forti battute di arresto. Il disagio c’è e si giustifica, come ha spiegato Abdeljelil Bédoui professore di economia e consigliere del sindacato UGTT con le scandalose sperequazioni nella ricchezza, con il clientelismo che nelle sue varie forme ha sostituito il merito e il lavoro, in più il potere d’acquisto è diminuito nonostante si sostenga il contrario (lo si calcola su un paniere di beni che non contiene ad esempio computer, cellulari, automobili,…)  e il maggior costo sostenuto dalle famiglie per la spesa sanitaria [6].

Gli investimenti e i progetti  per la diffusione e l’aggiornamento nel privato oltre che nel pubblico di hardware e software, per l’ulteriore crescita delle TLC che fanno delle reti tunisine una delle più moderne infrastrutture, per la costruzione di centrali per la produzione di energia (la Tunisia ha anche avviato lo studio per la produzione di energia nucleare), il prosieguo delle privatizzazioni, ma anche i finanziamenti per l’istruzione e la ricerca che sono una voce rilevante del bilancio statale renderanno le condizioni della popolazione significativamente migliori?.

Pasquale Esposito

[1] E’ l’espressione usata da alcuni commentatori e riportata da Bassam Bounenni, “Dittatura, il destino immeritato della Tunisia”, The Daily Star, nella traduzione su www.medarabnews.com, 28 maggio 2009. Sempre nello stesso articolo sono riportati altri episodi ed in particolare vengono esplicitate le modalità con cui il regime isola o cancella le opposizioni anche moderate come nel caso dell’Associazione dei magistrati, del Sindacato dei giornalisti o della Lega tunisina per i diritti umani.
[2] “Représailles en série contre l’opposition tunisienne“, www.lemonde.fr, 30 ottobre 2009
[3] “Tunisie : coup d’envoi de la campagne électorale“, www.jeuneafrique.com, 11 ottobre 2009
[4] Marwane Ben Yahmed, “Où va la Tunisie?“. www.jeuneafrique.com, 9 novembre 2009
[5] Alain Faujas,  “Les limites du modèle tunisien“, www.jeuneafrique.com, 9 novembre 2009.
[6] ibidem

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