Crisi economica e corruzione in Brasile

Brasile
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Il Brasile non gode di buona salute e nemmeno la sua Presidente al suo secondo mandato, dopo la vittoria al ballottaggio lo scorso ottobre. In queste ultime settimane l’accentuarsi della crisi economica e l’esplosione dello scandalo Petrobas, la compagnia petrolifera nazionale e una delle più grandi al mondo, mettono in pessima luce il paese.

Brasile Rio de Janeiro
Brasile, Rio de Janeiro
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Negli ultimi giorni, chiamati dalle opposizioni di centro-destra, sono scesi nelle piazze di 147 città circa due milioni di persone per protestare contro la corruzione nella quale è invischiato fino in fondo il Partito dei Lavoratori (Pt) della Presidente Dilma Rousseff. Infatti João Vaccari tesoriere del partito è stato incriminato. L’accusa, secondo i procuratori dell’inchiesta, è quella di aver imposto donazioni all’ex direttore dei servizi della società, Renato Duque. L’indagine Autolavaggio partita da un car wash di Brasilia ha fatto scoprire un colossale giro di mazzette – per un totale di circa 600 milioni di euro (alle prime stime) – per condizionare gli appalti della Petrobas, in un giro che coinvolgerebbe imprenditori, amministratori pubblici e appunto politici. Tra questi ultimi ci sono anche i Presidenti di Camera e Senato Eduardo Cunha e Renan Calheiros oltre ad altri 34 parlamentari della maggioranza oltre ad altri 18 dell’opposizione.
La vastità dei coinvolgimenti e la quantità di denaro che circola per corrompere evidentemente appartengono, connotano e legittimano il potere, politico ed economico, delle élités brasiliane.
In un precedente articolo abbiamo descritto come a finanziare le campagne elettorali siano sostanzialmente le aziende grazie ad una legge e a comportamenti illeciti. La Presidente ha annunciato una serie di misure come quella che muta in reato penale l’occultamento di denaro arrivato ai partiti politici per le loro campagne.
Intanto secondo la società Datafolha la popolarità della Presidente non supera il 13%.

Brasile Rio de Janeiro
Brasile, Rio de Janeiro

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Questa impopolarità è dovuta ad un altro fattore che sta mettendo in dubbio la potenza del Brasile: la crisi economica. Già a dicembre scorso dopo mesi di arretramento economico la Banca centrale aveva rivisto la crescita del Pil prevedendo un +0,19% per il 2014 e un +0,77% nel 2015. L’inflazione era calcolata al 6,5%. Per quest’anno l’inflazione si porterà all’8%, mentre per il Pil la stessa Banca centrale stima un arretramento dell’0,7%. Il Brasile si trova ad avere anche il maggior deficit pubblico del continente; secondo l’Idesa (Instituo per lo Sviluppo Sociale Argentino) siamo al 5,7%. E non c’è molto di buono da sperare per le entrate visto il crollo del prezzo del petrolio.
La perdita di valore della moneta brasiliana potrebbe essere un vantaggio per le imprese ma senza una politica industriale adeguata è difficile che si riesca a trarre benefici per tempi lunghi.
Le misure per affrontare questa crisi sembrano non molto diverse da quelle liberiste. La Presidente e il suo Ministro per l’economia parlano di austerità, sia pure temporanea, con il solito bagaglio di interventi: aumento delle tasse sui combustibili, tagli alla spesa pubblica, riduzione delle esenzioni fiscali per le aziende, aumento dei tassi di interesse. Insomma sacrifici, sacrifici che in questo contesto sono difficili da digerire.
Pasquale Esposito

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