Crisi, neofascismi e “spacciatori di populismo” in Europa

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Militanti di Casa Pound occupano scuole; ai funerali di Rauti,  personaggio della vecchia destra, urla fasciste  e contestazioni a Fini che ha osato abbracciare posizioni meno settarie e totalitarie.
In Europa, non c’è soltanto la Grecia e i raid di Alba Dorata nel mercato di Atene contro gli ambulanti. Milano accoglie il convegno «Alleanza Europea dei Movimenti Nazionali» convegno di militanti dichiaratamente fascisti in arrivo dell’Ungheria, Spagna, Svezia, Slovenia, Portogallo, Russia, Belgio, Lituania, Stati Uniti, Malta, Polonia, Bulgaria, mentre tutta l’Europa dell’est è percorsa da formazioni fasciste che cambiano nome nel corso del tempo ma che testimoniano una tenace persistenza di componenti antidemocratiche e razziste in Ungheria, Russia e Ucraina. Mentre è ancora in atto la lunga riflessione scaturita dai tragici eventi che hanno insanguinato la Norvegia nell’estate 2011.


Roma. 2012. Foto Lorena Franzini

Che sta succedendo?
Niall Ferguson, storico scozzese, scrive del ritorno del fascismo in Europa, dalle pagine di Newsweek “On Europe’s  new fascists”. Parte dall’analisi della  crisi economica e dal caso di Alba Dorata e parla del  “populismo” come  risposta tipica alle crisi finanziarie. La crisi è mondiale,  ma le forme di populismo nate in Europa, secondo lo storico, si mostrano più “tossiche” e variegate di quelle americane, come testimoniano la  basi xenofobe e/o  antieuropee che uniscono ad esempio il partito olandese di Geert  Wilders e quello di Umberto Bossi, quello di Marine Le Pen e il movimento di Beppe Grillo, Alba Dorata e i “Veri Finlandesi”.
Si tratta di una disamina (fatta  da Harvard!) di populismi e fascismi che infatti per Ferguson non dovrebbero suscitare grandi preoccupazioni, anche perché al momento del voto in Olanda, il Freedom Party ha perso circa un terzo dei seggi nelle  ultime elezioni. Timo Soini ha fallito nel tentativo di diventare Presidente in Finlandia. Marine Le Pen non è riuscita nemmeno a vincere un seggio per se stessa nella Assemblea Nazionale Francese.

La rivista Foreign Policy, ha pubblicato il 25 settembre lo studio “Recapturing the Reluctant Radicals”  che individua come fattore  importante la sfiducia nel parlamento e nei politici in Germania, Danimarca, Finlandia, Francia, Paesi Bassi e Norvegia e soprattutto nel Regno Unito e in Italia e individua il punto di forza dell’ascesa dei partiti di estrema destra in Europa, nella categoria dei cosiddetti “radicali riluttanti” quelli che danno il proprio voto ai partiti dell’estrema destra senza ostentare la propria scelta.
Solo euroscetticismo e xenofobia non possono  esaurire il fenomeno. E Simon Kuper sul Financial Times sottolinea come in realtà la vera ascesa dei gruppi populisti debba ancora arrivare: l’estrema destra non è infatti ancora riuscita a conquistare il voto dei “radicali potenziali” (in prevalenza donne e anziani) che amano linguaggi più soft.
Reset, si concentra sugli ”spacciatori di  populismo” e tratta allo stesso modo Marie le Pen con Oui la France e il MoVimento 5 Stelle che parla di avvento della Democrazia popolare perché «i movimenti sono guidati dall’idea di un popolo che controlla il proprio destino senza mediatori e questo è più letale e catastrofico della peggiore partitocrazia».
Will Hutton (Them and Us ) sostiene che gli eventi del decennio scorso hanno dimostrato l’esistenza di un articolato  collegamento tra Stato, società e mondo degli affari e auspica una riscoperta del ruolo del sociale e del pubblico in parole povere  un “Capitalismo Buono”.
Di sicuro mentre le infrastrutture e il welfare vengono ridimensionati, i movimenti di estrema destra trovano sostenitori, le ricette semplici, troppo semplici e le banalità diventano progetti politici.  Ma il ritorno a regimi protezionisti e nazionalisti sono il risultato dell’inevitabile intreccio tra l’ideologia razzista e xenofoba ad analisi socioeconomiche semplificate (di cui è stata più volte dimostrata l’erroneità), il “nemico” diventa l’immigrato o il rom che minaccia il benessere dei “cittadini”. L’onestà e il non approfittare dei beni pubblici, che dovrebbe essere un minimo comun denominatore per tutti, diventa un progetto qualificante.
L’aggressività di queste organizzazioni  non dipende dall’impostazione ideologica, ma da una scelta tattica per cui i movimenti neofascisti  fino a quando i consensi sono modesti abbassano i toni, ma sono pronti a passare alla violenza vera non appena le condizioni politiche o le complicità istituzionali lo permettono. Gli eventi di questi giorni (raid nelle scuole, celebrazione della marcia su Roma a Predappio ecc.) fanno parte del metodo e sarebbero tentativi di saggiare la disponibilità dell’opinione pubblica.

La parabola del belga Leon Degrelle esemplifica il possibile itinerario di una persona e di un movimento che parte da posizioni populiste nazionaliste (vallone) e integraliste conquista oltre il 10% dei consensi alle elezioni e poi finisce nel collaborazione al nazismo.  Nel  1936 Rex, casa editrice di Léon Degrelle, conduce «una violenta campagna contro gli scandali di corruzione nei quali i politici di ogni partito erano implicati» presentando se stesso come «il grande epuratore», alcuni “rexisti” si presentano con delle scope (chi  ricorda i leghisti?), inventano il neologismo, molto usato in questi tempi, «bankster (banchiere + gangster)». Il movimento rexista basa la sua campagna sugli scandali politici-finanziari e sulla necessità di purificare l’atmosfera politica: le dichiarazioni di Degrelle evocano tono e frasi sull’antiparlamentarismo e il rifiuto dei partiti tradizionali abusate in questi giorni: «Ne abbiamo piene le scatole di questi maiali, degli avventurieri e dei corrotti. Questi saranno tutti cacciati» e ancora «Tutti i partiti corrotti si equivalgono. Tutti vi hanno derubati, portati alla rovina, traditi […]. Se volete vedere dei nuovi scandali impestare il paese, se volete essere schiacciati dalla dittatura dei banksters, mettetevi al seguito come dei pecoroni dei politici profittatori  […]! Voi avrete, voi stessi, firmato la vostra condanna a morte».
In un recente intervento Paul Krugman sulla crisi ha detto: «Karl Marx scrisse che la Storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Si sbagliava: anche la seconda è in forma di tragedia». Speriamo che  si sbagli anche Krugman

Francesco de Majo

Niall Ferguson è professor all’Harvard University
Will Hutton è direttore di collegio a Oxford e columnist Observer
Paul Krugman economista vincitore del Premio Nobel 2008

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