Crisi umanitaria e compromesso istituzionale dopo il colpo di stato nella Repubblica Centrafricana

Repubblica centrafricana
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Qualche giorno fa gli organismi umanitari, dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), a  Medici senza frontiere (Msf) a Jesuit Refugee Service (Jrs) hanno parlato di una crisi umanitaria in atto nella Repubblica Centrafricana.
Il colpo di Stato di Michel Djotodia è il risultato di una guerra iniziata lo scorso dicembre tra i ribelli di Seleka (Coalizione) [1] e il presidente Francois Bozizé. Si parla di 175.000 sfollati interni e, secondo l’ufficio per il coordinamento degli Affari umanitari dell’ONU, di più di 35.000 centrafricani rifugiati nella vicina Repubblica democratica del Congo. Le violenze non si sono arrestaste nemmeno dopo la vittoria dei ribelli né nella capitale Bangui né nelle zone periferiche. Nel nord-ovest, alla frontiera camerunense Seleka da giorni ha avviato un’offensiva  contro i gruppi ribelli dissidenti del Fronte democratico del popolo centrafricano.
La storia si ripete in molti paesi  dell’Africa e l’ex colonia francese non è un’eccezione perché il presidente appena deposto, nel 2003 aveva “spodestato”
Ange-Félix Patassé. Da allora elezioni non proprio trasparenti lo avevano confermato alla presidenza.
Un lungo periodo  di corruzione e incapacità di gestione del paese nonché una costante discriminazione ed emarginazione del nordest, a maggioranza islamica, sono tra le cause principali della rivolta.

Il Rapporto sullo Sviluppo Umano 2013, redatto dal Programma delle Nazioni Unite Undp e che analizza, in 187 Paesi del mondo, le condizioni di vita attraverso il reddito pro-capite, le aspettative di vita, i livelli di scolarizzazione ha collocato la Repubblica Centrafricana tra gli ultimi paesi. E come per altri paesi in fondo a questa classifica siamo di fronte ad una nazione con molte risorse naturali come oro, diamanti, uranio. Quelle risorse che sono spesso parte in causa nelle guerre come ultima fra tutte, nel continente, il Mali dove il controllo uranio ha sicuramente “aiutato” la decisione dell’intervento di Parigi.
I produttori di diamanti sono stati taglieggiati dal vecchio presidente e poi da Seleka che sembra li abbia venduti in Sudan – e che sicuramente giungeranno nelle gioiellerie – per finanziare la guerra [2].

L’analista per la Repubblica Centrafricana dell’International Crisis Group Thibaud Lesueur intervistato dalla rivista Limes ha spiegato che nel Nordest «il sottosviluppo ha portato a un’insicurezza permanente, strutturale, specialmente in aree come Vakaga e Haute Kotto, dove le frontiere con Ciad e Sudan sono porose. Alcuni gruppi ribelli come il Cpjp e l’Ufdr sono molto radicati in questa parte del paese e il governo ha dovuto cercare il compromesso con loro, firmando numerosi accordi di pace – l’ultimo è del 2011, con il Cpjp. Oggi questi gruppi rimproverano al regime di Bozizé di non aver onorato gli accordi di pace di Birao del 2007 e quello di Libreville del 2008.» [3].
Gli accordi obbligavano tra l’integrazione dei ribelli nell’esercito regolare, la fine del appoggio militare di Uganda e Sud Africa e la liberazione dei detenuti politici.
In pochi mesi la capitale è stata conquistata anche per l’indubbia debolezza del governo sul piano militare. La Francia non è intervenuta se non per assicurare la protezione ai propri cittadini e per protestare contro il colpo di stato così come hanno UE, Stati Uniti e l’Unione Africana.
Le proteste supportate da minacce che hanno fatto sentire isolato il nuovo autoproclamato presidente hanno spinto ad una mediazione per cui Michel Djotodia ha ordinato la creazione come raccomandato dalla riunione dei capi di Stato dell’Africa centrale, lo scorso 6 aprile, di un Consiglio superiore di transizione in carica per diciotto mesi. Questo organismo sarà composto da 97 membri di cui 20 provenienti dai partiti politici (9 dall’ex opposizione democratica, sei della maggioranza del presidente e 5 da altri partiti), altri 10 da Seleka e i rimanenti dalla società civile, dalle confessioni religiosi, dalla magistratura e dai sindacati.
Oltre all’elezione del presidente della Repubblica dovrà redigere una proposta di Costituzione da sottoporre a referendum e nel frattempo legiferare.
Ma questi passi in avanti nella stabilizzazione della crisi istituzionale nascondono una situazione molto fragile sul campo per la presenza di diversi gruppi armati di una parte e dell’altra con il concreto pericolo del reclutamento di bambini. La crisi umanitaria è al massimo livello soprattutto per gli sfollati aggravata propria dall’impossibilità, per l’estrema pericolosità,  delle organizzazioni sul campo di dare aiuto.

Pasquale Esposito

[1] Seleka nasce come una coalizione di diversi movimenti armati in buona parte provenienti dal Nordest. Ci sono fazioni dissidenti della Convenzione dei patrioti per la giustizia e per la pace (Cpjp) e dell’Unione delle forze democratiche per l’unità (Ufdr), il Fronte democratico popolare del Centrafrica (Fdpc), la Convenzione patriottica per la salvezza di Kodro (CPSK) e la Alleanza per la rinascita e la rifondazione.
[2] “A BANGUI SI NEGOZIA PER LA TRANSIZIONE”, www.misna.org, 10 aprile 2013
[3] Niccolò Locatelli, “Repubblica Centrafricana, non è la solita crisi”, temi.repubblica.it/limes

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