Crosby & Nash, una notte a Milano

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A sedici anni scrissi un racconto in cui si narravano le vicende di un ragazzo italiano in visita a San Francisco, con relative meraviglie : un incontro casuale con David Crosby, un invito a vivere nella sua comune, una reunion, piuttosto improbabile per la seconda metà degli anni settanta, di Crosby, Stills, Nash & Young, l’invito alla registrazione di un loro nuovo disco…e finiva tutto in gloria con un grande concerto al Fillmore con tutta la bella gente della Baia, Jefferson Airplane, Grateful Dead, Quicksilver e naturalmente i nostri eroi. Sogni adolescenziali, di chi passava i pomeriggi senza luce della pianura padana ad ascoltare quelle note e a bere quelle parole, sognando la California. Ma alcuni punti fermi nella mia vita, già allora li avevo. Per esempio che non avrei mai incontrato Grace Slick o Jerry Garcia, John Cipollina o David Crosby.
Poi, un freddo giorno sul crepuscolo degli anni settanta, assistetti, incredulo, ad un concerto del grande chitarrista gotico dei Quicksilver Messenger Service in un Palalido avvolto nella nebbia lisergica  milanese e qualche certezza cominciò a vacillare.
Ad un altro turning point, questa volta degli anni ottanta, mi recai a Piazza del Popolo a Roma, con altrettanta incredudilità ed emozione, per incontrare uno stanco e svuotato David Crosby, reduce da un delicatissimo trapianto di fegato, strascico di un periodo nero e tormentato che lo aveva portato persino in galera…testimonial di una discutibile iniziativa contro la droga organizzata dall’allora partito socialista italiano (da che pulpito veniva la predica) …mi si strinse il cuore nel vederlo senza voce, sorretto solo da due coristi, pallido fantasma di quell’uomo che aveva incarnato i migliori sogni della generazione degli anni sessanta.

Membro fondatore dei Byrds dell’immortale Mr. Tambourine Man,  (un verso di Renaissance Fair, non smette di tormentarmi da trentacinque anni: “il sole si spande su un prisma splendente, ardono i fuochi e presto sarà il crepuscolo“) transfuga per divergenze sulla direzione troppo country intrapresa dal gruppo, ammaliato dalle espansioni di coscienza in voga di quei tempi, passeggero delle astronavi Jefferson in voli siderali alla ricerca della quinta dimensione, incontra, al tramonto dei sixties,  due ragazzi inquieti come lui Graham Nash, reduce dal beat inglese con gli Hollies e il duro texano Stephen Stills ex   Buffalo Springfield e con loro forma uno dei primi supergruppi del rock, gli eponimi Crosby, Stills & Nash…ed è subito magia, fra gli intrecci di chitarra cristallina e le armonie vocali angeliche…quando poi a Woodstock verranno raggiunti dal grande canadese solitario Neil Young, si grida al miracolo e i capolavori non si contano.

La perdita dell’amata girlfriend Lady Christine porterà Crosby a veleggiare con la sua barca per ruggire al mare il suo dolore e affondare nell’oblio delle droghe il suo rimpianto. Quando ritorna sulla terra ferma, consegna alla storia il suo masterpiece, quell’If i could only remember my name, che in comunione con tutta la bella gente della Baia, è un manifesto spirituale ed artistico, tra musica è amore, film western, canzoni senza parole e respiri cosmici di canti ancestrali.
L’agosto dell’anno scorso, ero stato testimone, in una notte d’estate in cui Roma sa dare il meglio di sé, di un grande concerto del trio in splendida forma, con l’urlo di Nash We can change the world che aveva unito in un abbraccio universale una moltitudine di persone, disorientate e disilluse dalle pieghe che ha preso il mondo odierno.
Domenica 30 ottobre al Teatro Smeraldo di Milano, l’esibizione dei due amici di sempre ha, invece, evidenziato il fatto che senza il contraltare di una personalità forte, come Stills o Young, lo strapotere artistico di Crosby è quasi imbarazzante… le canzoni di Nash viaggiano pulite e celestiali, ma quelle del baffone incidono la carne nel profondo, con i loro accordi oscuri e le melodie inafferrabili…e se Graham cantava Simple Man, Our House, Teach Your Children, David rispondeva con Laughing, Guinnevere, Almost Cut My Hair, Deja vu ( dieci minuti di vortice), Orleans, Long Time Gone (“ma tu lo sai, l’ora più scura è prorpio quella prima dell’alba”), Wooden Ships. Grande la band alle spalle, con uno spettacolare Shayne Fontaine alla chitarra, capace di rinverdire i fasti californiani,  il batterista Steve di Stanislao, il bassista di Jackson Browne Kevin Mc Cormick (“non glielo ridiamo più indietro“, ha detto Nash), ed il figlio di Crosby, James Raymond, delicato e jazzato sia al piano che all’hammond. E se i momenti acustici erano i più attesi, con gli arabeschi vocali che si rincorrevano sulle scale del paradiso, (avreste dovuto vedere Nash arrampicarsi con le mani sulle armoniche con la sua voce, Blackbird dei Beatles di una perfezione commovente), il concerto ha vissuto grandi momenti elettrici, con tre chitarre affilate e fragorose a suggellare l’anima rock dei vecchi leoni che non muoiono mai.

Me ne sarei tornato a casa felice per le due ore e mezzo di buone vibrazioni, se non fosse successo, poi, l’impensabile, qualcosa che non avrei mai potuto neanche sperare: l’uomo esce ieratico e rilassato nella notte per raggiungere il tour bus e viaggiare verso un’altra città , verso un’altra folla osannante…gli vado incontro sorridendo (non diceva forse “se sorridi, capirò perché è l’unica cosa che facciamo tutti nello stesso linguaggio”?) e gli tendo la mano…lui incrocia i miei occhi per un attimo e mi porge la sua…oddio, avrei voluto fermare il tempo in quell’istante e renderlo eterno, quasi per ringraziarlo, più delle scuole e i maestri, di avermi aiutato ad essere quello che sono.
E così, passeggio nella notte tenue con Lady Julie, e le parole di Lee Shore, nella mente e nel cuore: “il tramonto profuma di cena, le donne dicono di farla finita con i miei racconti, ma io forse ti rivedrò nel prossimo porto tranquillo dove spiegherò le mie vele”.

Mario Barricella

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