Cure palliative e terapia del dolore nella sanità che soffre

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Le nuvole di un fine agosto si rincorrono parzialmente mascherate da una fitta vegetazione quasi a circondare l’osservatore ed il cielo. In lontananza i primi contrafforti di luoghi dove la natura è protetta e che ospita le prime avvisaglie dei cerimoniali d’amore degli ungulati per la stagione riproduttiva. Il punto di osservazione, che con una buona ottica permetterebbe di assistere ad uno degli spettacoli della natura che si perpetua, è invece il luogo dove si cerca di protrarre, nella dignità, l’ultima stilla di una vita che la sorte ha deciso debba abbandonarti; un altro tipo di cerimoniale d’amore.

Terra di Fontamara, forse per questo la si riesce ad esorcizzare in qualche modo l’amarezza della vita, oppure semplicemente perché le competenze di chi opera in una sanità troppo spesso bistrattata, sono tali da rendere il reparto in cui siamo un’ammirevole apprezzata isola felice in uno scenario catastrofico che descriverlo sotto un’angolazione benevola è proprio impossibile.
La percezione della sanità erogata è costantemente una frana e spesso la realtà supera la percezione. Personale sempre più carente, pensionamenti non reintegrati, posti disponibili tagliati ed ancora da tagliare secondo alcune previsioni, un modello sanitario, un tempo orgoglio, che mostra tutte le sue lacune.
I media illuminano su come i pronto soccorso scoppino, le barelle occupate nei corridoi si riempiano per clonazione a volte senza che le precedenti non si siano ancora svuotate, posti da recuperare nel privato per ovviare ai disagi, reparti di medicina e geriatria costretti a seminare i pazienti in altri reparti obbligando i sanitari a costanti piccole maratone per raggiungerli e poterli seguire, per quanto possibile.

Poi capita che le sorti della vita riservino ad un famigliare a cui vuoi bene di dover raggiungere il reparto del quale narriamo. Vi si è costretti perché non più sostenibile gestire il paziente a casa malgrado l’aiuto della tanto decantata ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) che, per quanto abbiamo potuto constatare, è una farsa nella realtà. Sistema burocratico di cure che obbliga a prescrizioni da vidimare tra medico curante e centro preposto, quindi file ed ancora file alle quali devono sottoporsi i familiari per poi ottenere un fugace intervento infermieristico. Questi professionisti sono sempre al lavoro come trottole, perennemente alla rincorsa del paziente da trattare in virtù di un contratto conferito a partita iva. Il sistema ADI non lesina forniture di dispositivi in quantità anche esagerata ma espone a burocrazie aggiuntive malgrado le ovvietà di una diagnosi chiara le cui modifiche terapeutiche sulle necessità aggiuntive non risulteranno mai tempestive con il cambiare della malattia.

Nel nostro caso forse con qualche ritardo arriviamo al reparto di cui narriamo. Vi riscontriamo uso di colori tenui nei locali luminosissimi, simboli accattivanti a richiamare una morbidezza che in questo reparto è aggettivo calzante per i rapporti, tra paziente e personale, ma anche tra pazienti, visitatori – quelli che ne sono capaci- insomma tra tutti coloro che lo frequentano. Come a voler richiamare giochi di infanzia che difficilmente si rivivranno se non in fantasia …che pure risorsa importante è.

Una sala lettura, impianto sonoro per musiche soffuse, ampia disponibilità di libri che abbracciano letteratura per ogni esigenza, … Ignazio Silone con Il Segreto di Luca, pubblicazioni di viaggi fotografici internazionali su luoghi sperduti nel mondo, classici della narrativa Italiana e mondiale fino ai romanzi best seller e letteratura per l’infanzia. Si purtroppo anche quella adatta ad essere fruita dai piccoli pazienti; la più dura da considerare ammesso si possa classificare questo dolore che invece è dolore e basta. Al dolore dell’anima si aggiunge la sofferenza fisica, ed è su questi che Emma, Bruna, Rossella, Delia, Paola, Isabel……agiscono, magari anche con il contributo di Don Giovanni, che pure aiuta nel misticismo che inevitabilmente questa esperienza evoca.

Che il personale sia diverso dall’andazzo in sanità lo capisci subito, dal primo sorriso che ti avvolge. Intuisci che non si tratta di caso perché è subito accompagnato da quello dell’operatore successivo che incontri. Non ha importanza se ricopra il ruolo di responsabile del reparto, se si sia operatore sanitario, infermiere, psicologa oppure addetto alla pulizia, tutti interpretano le necessità nello stesso modo, che è quello giusto per la situazione che si affronta, malgrado individualmente si sia diversi. Insomma è come se ognuno avesse fatto propri i propositi di Franco Battiato ne La Cura.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore

Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te

Stupiti ci spingiamo fino a chiederne ragione, complimentandoci per la realtà. La risposta è semplice ed illuminante: “ …perché chiunque arrivi per lavorare in questo reparto si adegua”.

Tecnicamente vengono praticate cure palliative; cure cioè che non raggiungeranno la guarigione del paziente. Ce ne parlò Attilio,  anestesista e rianimatore anche lui purtroppo molto prematuramente scomparso. Fu tra i primi a diffonderla, applicarne i protocolli ed organizzarla in servizio da quelle parti. Solo adesso ne comprendiamo appieno quanto ci anticipava e quanto fosse preziosa, ben oltre la nostra impressione iniziale, l’opera di medici spessissimo individuati anche tra gli addetti come angeli dell’urgenza.

Il protocollo terapeutico scelto è stato valutato nella personalizzazione, come le attualità in medicina suggeriscono: ad ognuno la terapia più adatta più efficace e sostenibile. Per quanto ci riguarda l’aggettivo “palliativo” potrebbe essere omesso. Una cura è cura e basta, sia che guarisca sia che lenisca. Come per il dolore meglio non la si classifichi. Se guarire non si può, obbligatorio cercare un sistema che non mortifichi e non insulti le sofferenze del paziente ma lo aiuti per quanto possibile. Purtroppo le carenze sanitarie riportate dalle cronache riferiscono di situazioni di intralci, sovraffollamento, carenze di umanità e personale reso inadeguato dalle sollecitazioni insopportabili dei ritmi lavorativi. Nell’Hospice di cui abbiamo narrato invece, la dimostrazione che si può fruire di una sanità migliore.

Emidio Maria Di Loreto

 

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