Cyril Ramaphosa. La difficile transizione sudafricana

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Al termine di un periodo estremamente difficile, protrattosi per quasi dieci anni, il 14 febbraio scorso, con le dimissioni di Jacob Zuma, il corso della storia sudafricana sembra aver preso finalmente una nuova direzione. Allo stesso tempo, la strada imboccata oggi sembra forse addirittura riafferrare in qualche modo lo slancio dell’era della Presidenza Mandela. Il nuovo Capo dello Stato, Cyril Ramaphosa, esponente di spicco dell’Africa National Congress (ANC) e vice proprio di Zuma, fu infatti uno dei più fidati collaboratori del grande uomo già dagli anni novanta. Oggi, anche se raccoglierne la pesante eredità è certamente impossibile, almeno sotto il profilo morale si intravvede tuttavia l’inizio di un nuovo corso.

Un passo indietro. Fino agli ultimi giorni, la presidenza Zuma, iniziata nel 2009 già nel segno della corruzione per le accuse di traffico di armi, si è purtroppo poi confermata come un’era altamente controversa. Un periodo contraddistinto da una serie di scandali e da una crescente corruzione, che rischia oggi di riacutizzare le vecchie ferite mai del tutto emarginatesi del grande Paese. Questo non solo nel Governo, e quindi non soltanto a livello politico-amministrativo, bensì all’interno dello stesso ANC. Il Partito infatti si è profondamente spaccato in una lotta fratricida, tra coloro che in questi anni si sono raccolti e arricchiti intorno alle promesse di Zuma e quelli che vedevano invece nel Presidente una terribile “piaga” da sanare. In occasione del congresso nel dicembre 2017, Ramaphosa aveva però già ottenuto la maggioranza anche se solo per pochi voti e proprio contro Nkosazana Dlamini-Zuma, ex moglie del capo del Partito.

L’era di Zuma aveva con il tempo assunto i connotati di una direzione accentrata e “dall’alto”, basata sulla forte personalità e su sempre più flebili “garanzie”, riconducibili forse a un passato glorioso ma ormai moralmente e inevitabilmente compromesso; molto simile dunque a una delle tante dittature africane che ancora, si pensi alle recenti vicende di Mugabe in Zimbabwe, contraddistinguono infelicemente l’intero continente. Zuma, radicando lentamente il suo potere in ogni meandro, in questo tempo ha saputo sfruttare al meglio la grande ricchezza del Paese per il proprio tornaconto, rivelandosi un ipocrita affarista. Ha impostato di fatto un dispotismo di tipo finanziario, spalancando le porte dell’economia del Paese a facoltosi investitori e speculatori stranieri e senza troppi scrupoli, come i fratelli Guptas, uomini d’affari di origine indiana, presenti ormai in tutti i comparti economici, a cominciare dall’industria principale, quella dell’estrazione dei diamanti.

Tutto ciò ovviamente ha avuto, e sta avendo, grosse ripercussioni a livello sociale. Ne esce provata e compromessa la fragile, seppur per molti versi ancora esemplare, democrazia Sudafricana, basata su una convivenza post-Apartheid certamente non semplice. Le numerosissime comunità sociali ed etniche presenti nel Paese, infatti, hanno iniziato da tempo ad “agitarsi”, nella prospettiva di ripiombare nuovamente in uno stato in cui una élite potesse tornare a prevalere sulla maggioranza della popolazione
Nelle settimane immediatamente precedenti alle dimissioni, Zuma aveva assunto un atteggiamento contraddistinto da una sorta di passiva resistenza, ma al tempo stesso rassegnazione; fino alla sera del 14 febbraio, quando, in diretta televisiva, ha infine annunciato le sue dimissioni dalla presidenza della Repubblica. Ramaphosa ha avuto in tutto ciò un ruolo senz’altro determinante, iniziando da tempo quella che si è poi rivelata una lunga trattativa con il deposto presidente e in cui le carte in tavola portavano ad una sorta di impunità in cambio della rinuncia. Un tipo di trattativa diffusa nella storia africana anche recente.

Non sempre in prima linea per i diritti dei lavoratori, Ramaphosa ha avuto anche un passato non limpidissimo di amministratore di miniera, tuttavia si è sempre distinto come acerrimo nemico della corruzione. Incaricato dall’ANC di “trattare” l’uscita di scena di Zuma, ha usato il metodo del lungo dialogo e della diplomazia, tirando in ballo solo discretamente e a piccole dosi le compromettenti rivelazioni che avrebbero costretto il vecchio Presidente a ben altro epilogo. Soprattutto è necessario riconoscere che, grazie alla capacità diplomatiche del nuovo Capo di Stato, il nuovo corso è iniziato all’insegna di una resa incondizionata, senza l’intervento dei militari e senza una destituzione violenta, come invece accaduto spesso in altri Paesi del Continente

Ora per il sessantacinquenne Ramaphosa si apre un periodo di grande intensità e impegno. Dovrà innanzitutto riportare la calma tra le comunità. Sarà necessario intraprendere una serrata lotta alla corruzione e appianare danni e compromessi derivanti dall’era precedente. Allo stesso tempo però, grazie alle sue innate e riconosciute doti diplomatiche, dovrà mostrarsi comunque attento a non compromettere le relazioni con il mondo finanziario e dell’economia, che in Sudafrica gioca comunque un ruolo fondamentale. Quella che si apre nel Paese di Mandela è dunque una nuova era, nella speranza di riprendere presto i recenti fasti che avevano proiettato rapidamente il Paese tra i grandi del Mondo. Solo se questo avverrà ricomponendo le fratture sociali e salvaguardando i diritti delle persone dei lavoratori, Ramaphosa diverrà forse meritevole successore di Mandela.
Cristiano Roccheggiani

Tatiana EKODO, “Sudafrica: Jacob Zuma, Thabo Mbeki e Cyril Ramaphosa, se la storia si ripete,” jeuneafrique.com
Romain Gras, “Rimpasto in Sud Africa: Cyril Ramaphosa ricorda Nhlanhla Nene Finanza” jeuneafrique.com
Pierre Boisselet, “Sudafrica: Cyril Ramaphosa, il commercio minerario alla testa della nazione arcobaleno”, jeuneafrique.com
Tatiana EKODO, “Sudafrica: Jacob Zuma, Thabo Mbeki e Cyril Ramaphosa, se la storia si ripete,” jeuneafrique.com
Pierre Haski, Cyril Ramaphosa riporta la primavera in Sudafrica, L’Obs, Francia, su internazionale.it

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