Dade City Days, VHS. Atmosfere new wave e riverberi shoegaze

Dade City Days VHS
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Essere a bordo di una navicella e sentirsi risucchiati da vortici spaziali, pressioni continue, tumulti laterali e roboanti rotazioni. È questa la sensazione che si prova ascoltando VHS, l’esordio discografico dei Dade City Days: un disco vivo, a tratti nostalgico, a tratti prontamente aggressivo e incalzante. I Dade City Days sono un gruppo costituito da Andy Harsh (voce, chitarra e sintetizzatore), Gea Birkin (basso) e Michele Testi (batteria e drum machine): da tempo attivi sul panorama dei concerti live, hanno finalmente realizzato il loro primo album.

Dade City Days

Un lavoro coraggioso e suggestivo, che stimola l’immaginazione, suscitando sensazioni oniriche e sviluppando un’atmosfera di totale estraniazione emotiva. Ciò che emerge immediatamente è l’abilità dei ragazzi bolognesi nel fondere sapientemente voci e musiche, creando atmosfere dense e travolgenti, capaci di sedurre l’ascoltatore, conducendolo verso una dimensione remota, abbracciato dall’eco delle chitarre e spinto dal rimbombo della batteria. A tutto questo fa da tappeto, da cornice e ornamento, una voce evanescente e confusa, che si protrae quasi svogliatamente e, spesso, che risulta difficile da comprendere, in perfetto stile shoegaze. La voce, delle volte, sembra trascinarsi, tra riverberi e distorsioni; sembra rimanere in secondo piano, sullo sfondo, ma in realtà rapisce e affabula l’ascoltatore, trasportandolo in luoghi nascosti, cullato da inattesi spasmi melodici.

Le canzoni si susseguono alternando atmosfere cupe e ritmiche serrate, note ondeggianti e cambi di marcia tipicamente rock. L’apertura è affidata a Jukai, brano caratterizzato da un finale energico e vigoroso, mentre piano piano tutti gli strumenti si definiscono, assumendo una fisionomia più precisa e una loro identità, rintracciabile per tutto il disco. Così, i giri di basso diventano particolarmente prepotenti in Luna Park, mentre in Siderofobia la batteria si fa incisiva e frenetica fondendosi, sul finale, con un synth spaziale; la chitarra, invece, diviene graffiante in Polaroid, brano che ruota intorno a un ritornello coinvolgente e ballabile. Basata su un impianto essenzialmente rock, Fernewh risulta decisamente elaborata dal punto di vista compositivo, con i suoi virtuosismi strumentali. In mezzo a tanta repentina vivacità, l’ascoltatore, inevitabilmente, balla, si diverte, grida, sussulta. In questo senso, merita di essere sottolineato il ritmo punk incalzante, frammentato da sezioni vocali, di Slow Motion e Lurex.

Dade City Days

Ciò che impressiona del trio bolognese è la capacità di avvicendare sapientemente e con garbo atmosfere dark e un rock vigoroso, melodie sospese e una batteria martellante, dando compattezza a quello che, a tutti gli effetti, si delinea come un vero e proprio viaggio musicale. Suoni, voci, note, suggestioni, tutto si amalgama perfettamente, come un quadro dai colori indefiniti e dalle forme vaghe che, pure, non ci si stanca mai di ammirare. Definire VHS è impossibile e, forse, persino insufficiente: significherebbe snaturare l’identità del lavoro, inserendolo dentro canoni che, evidentemente, non gli appartengono. VHS deve restare così, puro, genuino e intatto: a tratti invadente, a tratti intimo.

I testi che caratterizzano i brani sono, tendenzialmente, ermetici ed essenziali, eppure fortemente evocativi, introspettivi, nostalgici, scritti da una mano allo stesso tempo sofferente e sognante. Le parole, spesso, si inseriscono negli spazi lasciati liberi dagli intermezzi elettronici, affidando alla batteria e alla chitarra il compito di ricucire lo strappo e colmare la velata malinconia generale. La voce sospinge delicatamente, mentre gli strumenti fanno vibrare l’ascoltatore, lo scuotono, lo tormentano senza sosta.
Sogno di te, la tua pelle intangibile che vorrei sfiorare senza farti sanguinare.
È un verso della canzone omonima del gruppo, Dade City Days, appunto, e rappresenta, tra l’altro, un chiaro riferimento al film di Tim BurtonEdward mani di forbice”. Queste parole, in ogni caso, sono perfette anche per descrivere l’emozione, dolce e ruvida allo stesso tempo, che si prova ascoltando i brani del disco. Si ha la percezione di venire sfiorati da una lama affilata, capace di tagliare senza rimedio; si ha l’impressione che, senza accorgersene, potrebbe arrivare un pugno dritto allo stomaco e l’ascoltatore resterebbe senza fiato, sentendosi vacuo, consumato e impotente. Eppure, un attimo dopo, le atmosfere oniriche riescono a catturare la sua attenzione, trascinandolo in un mondo pacato, fatto di carezze, allusioni e un senso di diffusa beatitudine ed energia. È forse questa la caratteristica migliore dell’album: di non essere mai scontato e di saper cambiare prospettiva e andamento, adeguandosi ai desideri e ai tormenti di ogni uomo.
VHS è un disco che si snoda e si ricompone continuamente, architettato come un labirinto immenso, il quale non permette di intravedere vie d’uscita. Del resto, quando si è sullo spazio, non vi sono mica strade e indirizzi. Tutto sta nel non perdere completamente l’orientamento e nel riavvolgere il nastro della nostra VHS per tornare sulla Terra. Ad ascolto – e viaggio – terminato, s’intende.
Lorenzo Di Anselmo

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