Dagli operai di Tuzla agli studenti di Sarajevo: le proteste sociali in Bosnia-Erzegovina

SARAJEVO ponte sul fiume Mijicka
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Da più di un anno tutti i martedì gli operai di Tuzla protestavano per la chiusura di alcune delle maggiori aziende di stato come Dita, Polihem, Poliochem, Gumara e Konjuh che, privatizzate, erano poi fallite per il sovrapporsi della crisi economica e con l’incapacità e la corruzione del management e delle proprietà.
Da qui è divampato l’incendio della rivolta in molte città della Bosnia-Erzegovina (BiH). Le proteste in questo momento si sono allentate grazie al passaggio dalla contestazione alla piattaforma rivendicativa, ma la situazione resta critica.

Proviamo a riepilogare quanto è successo e farne un’analisi delle motivazioni e dei possibili sviluppi per quanto sia possibile in quest’area così stratificata da eventi storici dilanianti.
Da Tuzla il 5 febbraio scorso la protesta si è immediatamente allargata dagli operai a tutti i cittadini e poi si è diffusa in molti centri proprio perché tutta la BiH era ricettiva dopo anni di crisi economica e con la disoccupazione prossima al 30% e con quella giovanile quasi doppia e con un sistema di corruzione e nepotismo di dimensioni non più sopportabili.
Le proteste e le manifestazioni hanno interessato Mostar, Brcko, Skenderija, Sanski Most, Bihac, Zenica e naturalmente Sarajevo oltre ad altre città con il culmine raggiunto nella giornata di venerdì  7 quando è stato appiccato il fuoco alle sedi dei governi cantonali a Tuzla, Zenica e Sarajevo con scontri con la polizia e decine e decine di ferite da entrambo le parti , tra le varie città, anche per l’uso di proiettili di gomma da parte delle forze dell’ordine.
A Sarajevo un’intera area del centro, dal quartiere di Skenderija a via Maresciallo Tito, ha subito danni anche se simbolicamente, è l’incendio dell’Archivio nazionale che ha fatto perdere definitivamente documenti di immenso valore storico per il paese, ad impressionare di più per i sinistri ricordi di libri bruciati.
Il fatto che le sedi dei governi cantonali siano state asaltate spiega molto della diffusa avversione al sistema di potere nei Cantoni cioè le dieci province in cui è suddivisa una parte della Federazione di Bosnia Erzegovina che comprende la Repubblica Srpska dove però non ci sono stati episodi rilevanti [1].

Ad eccezione di quanto accaduto a Tuzla, i movimenti sono stati tutti spontanei, non c’è stata una mente che abbia organizzato la protesta prima o durante se non il rumoreggiare dei social network. Al momento, nonostante la presenza in alcuni episodi degli hooligans, non sembrano esserci connotazioni nazionalistiche o etniche che metterebbero a repentaglio una situazione sempre in bilico dopo la guerra del 1992-1995. Anche la partecipazione ha visto coinvolgere in maniera trasversale molti dei ceti e delle classi bosniache.
Come ha spiegato Tommaso Di Francesco se è positivo il fatto che la protesta abbia connotazioni sociali e che gli operai abbiamo fatto precise rivendicazioni l’attenzione va tenuta alta «perché se tutto è nato dalla crisi economica degli anni Ottanta, non fu certo la guerra interetnica a risolverla. Anzi la guerra l’ha aggravata […] L’Unione europea per legittimare l’ingresso degli stati balcanici nel suo “allargamento” insiste con amministrarli con il Fondo monetario internazionale che ha avviato da tempo mega-privatizzazioni di tutto, servizi e complessi industriali. Che ormai falliscono, dopo aver arricchito élite e mafie locali» [2].
Larisa Kurtović collega direttamente anni di malversazioni a questo fronte di lotta, «quello che abbiamo visto nei giorni scorsi è stata la risposta a più di due decenni di una violenza politica dalle molte facce, praticata nei confronti dei cittadini bosniaci da parte di strutture politiche incompetenti, arroganti, criminali, sprezzanti del bene comune. Élite che si sono arricchite grandemente redistribuendo (fra loro) proprietà pubbliche, aziende e beni comuni che appartenevano a tutti» [3].
Questa crisi è profonda e affonda le sue radici anche nell’organizzazione istituzionale post-bellica voluta dagli attori internazionali, come scrive Andrea Rossini, «è una crisi di sistema. Il sistema di Dayton, che è servito a fermare la guerra, non funziona più. Lo stesso Richard Holbrooke, suo artefice, nel primo decennale degli accordi confidò che non avrebbe mai pensato sarebbero durati così a lungo. Una costituzione che è in contrasto con la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo, che antepone i diritti dei gruppi etnici a quelli dei singoli cittadini, non può funzionare per un paese europeo» [4] .

Intanto da Tuzla a Sarajevo operai, studenti, disoccupati e le prime organizzazione della società civile hanno avviato assemblee pubbliche per arrivare ad una sistematizzazione dell’organizzazione e soprattutto formulare una piattaforma di richieste condivise che possano incidere nei processi decisionali. Una di queste sono le dimissioni del governo e la formazione di uno tecnico non coinvolto nelle pratiche politico-amministrative e che porti il paese alle prossime elezioni. Un grande sforzo di partecipazione e di riappropriazione dell’agire politico anche se non scevro da rischi di inconcludenza e populismo astratto.

E l’Europa? Come spesso accade brilla per intelligenza e capacità risolutive. Infatti l’unica posizione espressa nei confronti di queste proteste sociali è quella dell’uso della forza. L’Alto Rappresentante della Comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina Valentin Inzko ha affermato che «se la situazione dovesse peggiorare dovremmo ricorrere all’invio di truppe dell’Unione europea».
Pasquale Esposito

[1] Alfredo Sasso in “BOSNIA: Assedio alle istituzioni, bruciano Sarajevo e Tuzla”, www.eastjournal.net, 7 febbraio 2014 ripercorrere ora per ora l’andamento degli eventi oltre che avviare a caldo un’analisi.
[2] Tommaso Di Francesco, “Bentornata lotta di classe”, il manifesto, 13 febbraio 2014, pag. 16
[3] Larisa Kurtović, “Bosnia Erzegovina, lo spettro di un futuro perduto”, www.balcanicaucaso.org, 13 febbraio 2014. Pubblicato originariamente da “MediaCentar Online” il 9 febbraio 2014.
[4] Andrea Rossini, “Bosnia Erzegovina, il giorno dopo”, www.balcanicaucaso.org, 11 febbraio 2014

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