Dal carcere: “conoscere lo sfogo nella lettura”.

San Severo (FG) panoramica
history 9 minuti di lettura

È cominciato tutto quasi per gioco o forse più come una sfida:Allora professore lo facciamo un gruppo di lettura in carcere?
Si dai, ci possiamo provare”.

Ed eccomi al primo giorno, come se fosse il mio primo giorno di scuola. Ore 10,00 arriva il professore per accompagnarmi in carcere, ma io non sono pronta. Avevo completamente dimenticato l’appuntamento e non ho con me nemmeno il libro, anzi i libri: oggi dobbiamo scegliere cosa leggere. No, non sono pronta e il cuore mi batte forte, una forte emozione mi pervade.
Varco la prima porta, la seconda e l’addetto alla sicurezza mi chiede documenti, green pass, e mi dice di lasciare la borsa in un armadietto consegnandomi le chiavi. Si tolga la sciarpa, signora. Perché? mi chiedo, ma non ho il coraggio di domandare per quale motivo o forse non voglio sentire la risposta. Non proferisco parola.

Tutti salutano il professore che è con me e mi guardano pensando che io sia una nuova insegnante. Incrocio la direttrice. Una donna non molto alta, ma salda sulle sue gambe. Mestiere difficile il suo, come programmi la tua vita in un luogo di lavoro come il carcere? Eppure, sono certa che anche per lei questo è parte della routine quotidiana.

Nessuno fa domande, la mia presenza è stata autorizzata, quindi nessun problema posso entrare.
Un rumore di ferraglia mi giunge alle orecchie e mi rimbomba dentro, ho le farfalle nello stomaco, ma devo stare tranquilla mi dico. Chiavi che tintinnano. Attesa dietro la porta di ferro. Si apre una sola volta e si sale tutti insieme, ma prima bisogna allertare il secondino che aspetta dall’altra parte delle scale: arrivano in tre, puoi aprire. Varchiamo la soglia e la porta con un rumore sordo si chiude dietro di noi. Ferro, rumore di ferro.
Incrocio sguardi di secondini annoiati, stanchi di un rituale di attese sfibranti. Sorpresi dalla mia presenza, forse si chiedono come è possibile che uno scelga di trascorrere del tempo in un luogo come il carcere.
Cammino silenziosa, salgo scale strette fatte per essere percorse da una persona alla volta, non dico una parola e cerco di fissare ogni cosa nella memoria. La sensazione è quella di chi cammina in un luogo lontano anche dall’immaginazione. Sento il rimbombo dei passi, ferro, grate, porte chiuse, corridoi stretti. Come controlli la voglia di scappare se ce ne fosse la necessità? Aria, ho bisogno di aria. Domo la mia paura concentrandomi sulla possibilità che ho di sperimentare un luogo inaccessibile. Scale strette, si procede uno per volta con il secondino che come Virgilio ci traghetta nell’inferno.
Ci siamo, eccoci davanti all’aula dove i professori tengono le lezioni. La porta è alla mia destra, ma non riesco ancora a vedere chi incontrerò. Sento il vociare di uomini, qualcuno deve aver fatto una battuta perché giunge una risata fragorosa.

La porta si apre. Tocca a me, devo entrare. Ho un attimo di esitazione, sono emozionata e non sono pronta. Avevo immaginato cosa dire. Avevo preparato una sorta di presentazione e ora è tutto cancellato. La mia mente è un foglio bianco immacolato: nessuna parola, nessun pensiero. Vuoto, solo vuoto.
Entro e dentro di me si accende una fiamma, non so dire di cosa si tratti, non la conosco, ma mi scalda e mi restituisce la forza di parlare illuminando i miei pensieri.
Seduti dietro i banchi, composti, quasi tutti con le braccia conserte. Nel linguaggio del corpo è evidente che la maggior parte di loro ha un atteggiamento di chiusura, di diffidenza. Mi sento osservata, scrutata, ho un leggero tremore alle gambe, ma non sono spaventata. Incrocio i loro sguardi che oscillano tra la curiosità e il disinteresse, qualcuno è infastidito lo percepisco, ma non raccolgo la provocazione e comincio a parlare.

Mi presento, dico per quale motivo sono lì, racconto del gruppo di lettura di cui sono parte, spiego perché per me è bello leggere e come la lettura mia abbia salvata in molti dei momenti bui della mia vita. Seduti aspettano che io finisca. Aspettare, questa è l’unica cosa che possono fare. Li ringrazio per avermi accolta in questo luogo e uno di loro mi risponde spontaneo “grazie a te”.
Al primo banco è seduto un ragazzo molto giovane, il corpo segnato da tanti tatuaggi, mi guarda dritto negli occhi, non abbassa mai lo sguardo, non accenna a un sorriso alle mie battute. Un po’ mi inquieta, ma decido di non concentrarmi sul suo atteggiamento.
Sono in aula con me due professori e procediamo leggendo le prime due pagine di una selezione di libri che avevamo ridotto a tre. Leggo per ultima. Alcuni esprimono prime impressioni, altri osservano i compagni e, alla fine, si decide che il libro scelto è quello letto da me. Tra presentazioni e progetti, passa la prima ora e arriva il momento di uscire dall’aula. Ci salutiamo dandoci appuntamento alla settimana successiva.

Comincia così una serie di incontri settimanali, l’aria si stempera di rigidità. Leggiamo pagine insieme e mi chiedono di essere sempre presente. Sono loro a leggere. Ho la sensazione che vogliano farlo e questo mi sorprende, mi fa riflettere su molti dei pregiudizi che ci portiamo dentro.
I nostri incontri oscillano tra presenze e assenze, ma tutti caratterizzati dalla voglia di leggere per avere l’opportunità di raccontare la propria vita. In alcuni momenti, il libro è solo un pretesto. Vengono fuori punti di vista che non avevo mai considerato accettabili. Ognuno vuole parlare e, spesso, sono impreparata a capirne la logica. Siamo abituati a giudicare da lontano, ma ci sono realtà che non possiamo neanche immaginare possano esistere. Sono sorpresa da questa partecipazione, dalle domande, dalle risposte. Un vortice mi porta a pensare a loro continuamente. Mi sento immersa in un mondo che non mi appartiene, eppure mi consegna le chiavi per aprire porte che entrano in luoghi sconosciuti.
Si stabilisce una bella forma di confidenza. Vengono volentieri agli incontri e io ci vado sempre consapevole che questa esperienza mi renderà ricca. Percepisco la possibilità che ho di aprire la mia mente e il mio cuore a nuove forme di relazioni umane. Nessuna cosa più del confronto con l’altro ci rende noi stessi. E quando l’altro ti sembra molto lontano da te è proprio in quella relazione che hai la possibilità di aprirti a nuovi modi di interpretare la vita.
Mi sono sentita felice e emozionata quando, al terzo incontro, uno di loro mi ha detto “Sai il libro che stiamo leggendo l’ho già finito”, “ti è piaciuto?” gli ho chiesto in un impulso di euforia. Mi ha risposto che sì, gli era piaciuto molto e così abbiamo parlato dei personaggi e in quale lui si sia riconosciuto. Aveva finito il libro eppure continuava a venire agli incontri, a leggere, a dire la sua.

E poi c’era il ragazzo della prima fila, quello che mi aveva squadrato senza far trasparire un briciolo di partecipazione il primo giorno che sono entrata in quell’aula. Era una corazza la sua chiusura, un modo per difendersi dai pregiudizi. Uscita da quell’aula il primo giorno, il suo atteggiamento mi aveva mandata in crisi. In realtà, mi guardava come se pensasse “ecco un’altra che è venuta a vedere questi fenomeni da baraccone”. Mi ero posta mille interrogativi, ero andata in crisi, pensavo di non riuscire a farmi spazio tra loro.
Gli eventi hanno preso una piega diversa ed è stato come veder scorrere un fiume in piena. Un fiume di parole e di racconti, di sorrisi e di battute, di considerazioni da fare intimamente per non ferire nessuno.
Non so cosa io possa aver regalato loro, ma so che certamente loro hanno donato a me nuovi occhi per guardare al mondo. Una nuova prospettiva che mai avrei immaginato di poter considerare e che mi rende una persona un po’ più libera dai pregiudizi, trappole disseminate nella nostra vita.
Il ragazzo della prima fila è stato trasferito. Ha scritto una lettera bellissima ai suoi professori includendo anche me: “Vi abbraccio tutti anche la Sig.ra Nicla che mi ha fatto conoscere lo sfogo nella lettura”.

Sono entrata in questo luogo inaccessibile per leggere un libro e cercare di trasmettere l’amore per la lettura. Ho scoperto che, in realtà, il libro lo abbiamo scritto noi raccontandoci le nostre vite, incrociando i nostri sguardi, condividendo parole e sorrisi, ascoltando storie di violenza e ingiustizie subite. Abbiamo liberato la nostra mente dai pregiudizi quelli che io avevo nei loro confronti e quelli che loro nutrivano nei miei. Essere dall’altra parte delle porte di ferro significa aspettare che tutti abbiano il diritto di giudicarti, ma non l’ho fatto e mai potrei farlo.
Non sapevo e non so niente dei motivi che hanno portato queste persone a scontare una pena, non è necessario. Ero in carcere per provare a trasmettere il mio amore per i libri spiegando loro come la lettura offra possibilità di considerare nuovi punti di vista, come liberi la mente dai soliti stereotipi, come ci isoli dai soliti affanni e ci catapulti in un luogo in cui possiamo essere altro.

Al ragazzo della prima fila e a tutti quelli che ho incrociato in questa esperienza il mio grazie di cuore per avermi insegnato tanto, per avermi regalato la possibilità di saper guardare da un’altra angolazione questa vita che non mi sembra essere proprio giusta ed equa con tutti.
Esco dal carcere con il più bel libro mai scritto: la vita di tutti è la vita di ognuno di noi.
Vi porterò sempre con me.
Nicla Pirro

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article