Dal centro alla periferia: la Tunisia dopo le elezioni. Ne parliamo con Giulia Cimini

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La Tunisia dopo e con le recenti elezioni continua nel suo processo democratico e di affrancamento dal passato. Per approfondire le numerose questioni, anche quelle della periferia del paese, abbiamo un’interlocutrice privilegiata, Giulia Cimini dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale e ricercatrice Gerda Henkel. A lei abbiamo rivolto alcune domande.

L’8 novembre l’Autorità elettorale (Isie) ha convalidato i risultati delle elezioni parlamentari del 6 ottobre. La maggioranza relativa della nuova Assemblea dei rappresentanti del popolo è, come previsto, andata al partito islamista moderato Ennahdha guidato da Rached Ghannouchi, con 52 seggi su 217, mentre Qalb Tounes, la formazione del magnate in carcere Nabil Karoui ne ha ottenuti 38. Siamo molto lontani dalla maggioranza e occorreranno apparentamenti tra l’altro in un Parlamento frammentato. In quale direzione potrebbe andare Ennahdha e quale il ruolo della Presidenza della Repubblica sia nelle dinamiche di formazione dell’esecutivo e sia in quelle di governo della cosa pubblica?
Dopo un’intensa stagione elettorale che ha visto il susseguirsi di ben tre appuntamenti con le urne (due turni delle presidenziali, rispettivamente il 15 settembre e il 13 ottobre, e le legislative nel mezzo), la Tunisia vive ora un periodo di grande fermento politico in vista della formazione del nuovo esecutivo. Intanto, la recente elezione di Rachid Ghannouchi, storico leader del movimento islamista, a presidente del parlamento e della deputata di Qalb Tounes (Cuore della Tunisia) Samira Chaouachi come vice-presidente, sembra aver sancito una prima alleanza “a sorpresa” tra le due maggiori forze presenti, nonostante gli spergiuri pre-elettorali.
Subito dopo, lo scorso 15 novembre, Habib Jemli, è stato incaricato della formazione del governo dal presidente della Repubblica Saied su proposta di Ennahda. Ingegnere agricolo di formazione, 60 anni, formalmente indipendente ma vicino al movimento islamista, Jemli è stato Sottosegretario all’Agricoltura tra il 2011 e il 2014 durante i governi a guida islamista di Hamadi Jebali e di Ali Laarayedh. Entro un mese, Jemli dovrà proporre ed ottenere la fiducia alla sua squadra di governo in un parlamento estremamente frammentato a seguito dei risultati elettorali (sono necessari almeno 109 voti per la maggioranza parlamentare). Oltre ad Ennahda e Qalba Tounes come già ricordato, seguono cinque blocchi maggiori: i 22 seggi della Corrente democratica dell’attivista per i diritti umani Mohamed Abbou, i 21 della Coalizione della Dignità (Karama) guidata dall’avvocato islamista e populista Seif Eddine Makhlouf, i 17 del partito di destra ultra-nazionalista e anti-islamista di Abir Moussi, i 15 dei socialisti del Movimento popolare e i 14 di Tahya Tounes (Viva la Tunisia) del premier uscente Youssef Chahed.
Se il primo test della nomina del presidente del parlamento e dei suoi vice sembra aver allontanato lo spettro dell’impossibilità di arrivare anche soltanto alla formazione di un nuovo governo con l’attuale configurazione parlamentare – per quanto un po’ di prudenza è ancora d’obbligo prima di sciogliere ogni riserva – numerose sono le sfide a cui il nuovo esecutivo si troverà, da subito, a far fronte. Anzitutto, la sua tenuta per l’intero mandato, in considerazione di quella che sarà una composizione sicuramente eterogenea e poi l’effettiva capacità di realizzare un programma coerente e non soltanto articolato attorno a compromessi partigiani, rischiando crisi sistematiche ed immobilismo. In questa fase, il presidente della repubblica non può che assolvere al suo dovere di vigilanza e prossimità con i tunisini che l’hanno eletto ad una maggioranza schiacciante. Nonostante la sua inesperienza politica, Saied può contare su un’autorità morale indiscussa, come persona e come presidente che, martellante nel rispetto del diritto, dovrà riportare la discussione della classe politica sui “fondamentali”, oltre i vari possibili discorsi e invettive.

Tunisia. Dehiba, centro di distribuzione di benzina. Foto Giulia Cimini, novembre 2019

Il nuovo Presidente della Tunisia è Kais Saied. Sembra fuori dal blocco di potere che finora ha controllato la nazione e, come ha scritto il fondatore della rivista Jeune Afrique, Bashir Ben Yahmed, un “enigma”. Può delinearci le sue idee politiche e se ha già intravisto azioni (la sostituzione di alcuni ministri del governo in carica?) o posizioni che gli consentiranno di dare una svolta politica ed economica che attui finalmente la Rivoluzione dei Gelsomini?
A poco più di un mese dal suo insediamento a Cartagine (sede del palazzo presidenziale), il programma del neoeletto presidente resta, infatti, ancora alquanto nebuloso. Nonostante la sua popolarità sia repentinamente cresciuta con l’avvicinarsi delle elezioni, attirando anche l’attenzione internazionale, Saied si era già fatto conoscere ed apprezzare dai tunisini a partire dal 2011 per i suoi interventi da giurista – sui media o durante incontri pubblici – in merito alla stesura della nuova costituzione e al significato della democrazia. In occasione del suo discorso di investitura lo scorso 23 ottobre, Saied si è più volte rivolto ai tunisini, fulcro del suo progetto di società e Paese, che mira a riportare al centro il cittadino, in un più generale processo di decentralizzazione e incremento dei poteri locali con elementi di democrazia diretta. Di primaria importanza per il paese, anche la lotta alla corruzione e il risanamento alle finanze pubbliche. Come ottenere tutto ciò, è discorso ben più complesso. È necessario, infatti, ricordare come i poteri del presidente della repubblica siano costituzionalmente limitati e prevalentemente afferenti alla sfera di politica estera, difesa e sicurezza nazionale. Al contrario, le questioni di politica interna – che pure sono le ragioni per cui la maggior parte dei tunisini lo ha eletto sperando in un drastico cambiamento di rotta (nell’economia soprattutto) -, rientrano in particolare nelle competenze del primo ministro. Vi è quindi un fraintendimento di fondo quanto ai poteri del presidente, legato soprattutto alla percezione diffusa che il centro di gravità della politica nazionale sia ancora a Cartagine, eredità di una cultura politica che ha caratterizzato la storia della Tunisia contemporanea dall’indipendenza del 1956 alla “rivoluzione dei gelsomini” nel 2011. Il nuovo corso che Saied vorrebbe inaugurare, così come l’equilibrio tra le due teste dell’esecutivo (presidenza della repubblica e governo), e il modus vivendi con il potere legislativo, dipenderà in gran parte dalla sua capacità di combinare gesti e dichiarazioni simboliche con l’effettiva possibilità di influire sulle scelte di governo. Sempre la costituzione, infatti, riconosce al presidente la possibilità di presiedere il Consiglio dei ministri (che delibera su tutti i progetti di legge) anche per le riunioni che non riguardano questioni di difesa, relazioni esterne e di sicurezza nazionale (articolo 93). Decidendo di esercitare tale diritto, il presidente, volendo, può avere un certo peso sugli orientamenti di governo. Per il resto, forte del sostegno popolare, dovrà anzi far attenzione a preservare la fiducia di cui gode ora che è in carica e di fronte alle elevate aspettative dei suoi elettori.
E mentre c’è grande attesa per la formazione del nuovo governo, anche Saied è rimasto silenzioso quanto alle sue proposte per la nomina del ministro della Difesa nazionale e degli Esteri che, secondo la costituzione, deve avvenire in concertazione con il capo del governo (articolo 89). Per ragioni diverse, sono due posizioni altamente simboliche, la cui scelta rifletterà gli orientamenti politici di fondo del presidente. Dal 2011, le forze armate hanno acquisito un nuovo status sociale, la cui evoluzione sarà interessante osservare negli anni a venire. Dapprima per aver difeso la popolazione ed esser ritornate “alle caserme” diversamente da ciò che stava avvenendo, ad esempio, in Egitto, conquistandosi così la fama di garanti del processo rivoluzionario e tutela dell’Amministrazione; ed in seguito per il loro ruolo nella lotta al terrorismo di cui pure son state bersaglio. Un “empowerment” si potrebbe dire, sia in termini di importanza su scala nazionale, che di rinnovate capacità materiali. Non soltanto il budget destinato al Ministero della Difesa (MD) è cresciuto in maniera molto più significativa rispetto ad altri, ma il MD è stato anche il beneficiario di un’elevata fetta dell’assistenza securitaria di paesi terzi (Stati Uniti in primis) che ne ha permesso un notevole miglioramento in termini di dotazioni, attrezzatura e addestramento, e figura tra i principali interlocutori tunisini nell’ambito del G7+7 per ciò che concerne gli aspetti securitari. Inoltre, secondo diversi sondaggi, l’esercito è in assoluto l’istituzione tunisina che gode di maggior fiducia da parte della popolazione. Se il MD è cresciuto in importanza negli ultimi anni in controtendenza rispetto al periodo pre-2011 (quando le forze armate, sia sotto Bourghiba che Ben Ali, erano numericamente ridotte, scarsamente equipaggiate e malpagate rispetto alle forze dell’Interno), quello degli Esteri resta il principale ministero “vetrina” della Tunisia in ambito regionale e internazionale. Secondo alcune indiscrezioni, il nome più accreditato è quello del primo ministro uscente, Youssef Chahed, che ha dalla sua tre anni di esperienza governativa contraddistinta da buone relazioni con l’Unione europea, gli Stati Uniti ed anche la Cina. Inviandolo di recente come suo emissario sia in Algeria che in Francia, Saied sembra aver voluto anzitutto sottolineare la dimensione maghrebina della Tunisia (in considerazione anche della sua presidenza di turno alla Lega Araba per l’anno in corso) e confermare l’“amicizia” e la cooperazione con la Francia.

Kais Saied il sessantunenne giurista ha stravinto al ballottaggio del 13 ottobre le elezioni presidenziali, in una tornata elettorale abbastanza partecipata, con il 72,7% dei voti contro il 27,3% di Nabil Karoui. Un’elezione che sembra presentare una spaccatura tra giovani (a favore di Saied) e anziani, tra cittadini con alta scolarizzazione (Saied) e cittadini meno istruiti. Questa iniezione di fiducia nella sua figura e la condanna dell’establishment tradizionale farà fare dei passi avanti al paese Tunisia?
Sicuramente il voto a Kais Saied può essere, a ragione, definito quasi plebiscitario. Risultato ancor più significativo alla luce di altri due elementi: nemmeno Beji Caid Essebsi, primo presidente democraticamente eletto della Tunisia post-2011 e scomparso lo scorso luglio, figura ben inserita nelle cerchie del potere e con un notevole carisma a livello popolare, aveva raggiunto un simile risultato; in secondo luogo, se si considera che il tasso di partecipazione al secondo turno delle presidenziali si è attestato intorno al 57 % , in controtendenza rispetto alle legislative dello scorso 6 ottobre (poco meno del 42%) e alle municipali del maggio 2018 (neppure il 36%). Dato che, se da una parte conferisce ancora maggior legittimità popolare all’elezione diretta del presidente, dall’altra segnala anche la predilezione degli elettori per una “semplificazione” della scena elettorale e politica che, non necessariamente, può assumere connotazioni positive.
Ad ogni modo, mancando ancora analisi a riguardo, è troppo presto per interpretare il voto Saied vs Karoui in termini di divario generazionale (giovani vs fasce d’età più mature) o socio-culturale (istruiti vs meno istruiti). Sicuramente, guardando agli exit polls più accreditati ed anche alla “geografia” del voto, si può notare come Saied abbia conquistato un elettorato diverso e sparso in tutto il Paese, in particolare giovanissimi e “delusi” dalla politica. Su di lui sono confluiti, inoltre, anche i voti di parte dell’elettorato che aveva espresso la sua preferenza per altri candidati al primo turno (ad esempio, dal partito musulmano-democratico Ennahda) che lo hanno trovato sicuramente preferibile ad un ricco magnate televisivo accusato di evasione fiscale. Karoui, dal canto suo, grazie alla beneficenza e alla sua emittente televisiva Nessma TV che ne ha ampiamente pubblicizzato le attività, aveva fatto della lotta alla povertà il suo cavallo di battaglia, diventando estremamente popolare, soprattutto nelle zone più remote del paese raggiunte dalla distribuzione di aiuti della sua giovane fondazione Khalil Tounes. Saied è stato votato perché “nuovo” al potere, per la sua solida reputazione di integrità e incorruttibilità, estranea ai giochi di palazzo e a consolidate dinamiche clientelari. L’impressione generale è che abbia dalla sua “la strada”, la gente comune, che saprà mobilitare se necessario per attuare le riforme promesse. Quanto questo sia effettivamente vero e realizzabile, è tutt’altro che scontato. Il rischio, infatti, è che, ancora una volta, elevate aspettative si ritorcano contro chi le ha suscitate come per un effetto boomerang, incrementando frustrazione e disillusione con la politica istituzionale.

Probabilmente la situazione economico sociale, insieme al terrorismo, è il maggior problema che attanaglia da anni la Tunisia. Povertà diffusa, disoccupazione elevata, soprattutto tra i giovani, un tessuto industriale in recessione da tempo, con il turismo fonte primaria di valuta solo ora presenta accenni di ripresa. Un prestito di quasi 3 miliardi di dollari avuto dal Fondo monetario internazionale per aiutare la ristrutturazione dell’apparato economico che tra l’altro prevede pesanti interventi su stipendi e assunzioni nel pubblico è la strada giusta o riaprirà tensioni? E l’Europa e in particolare l’Italia cosa stanno facendo?
Dopo il 2011, la situazione che è andata delineandosi nel paese è stata una sistematica frustrazione delle attese di miglioramento tangibile delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione. Una frustrazione che ha incrementato la disillusione ed il malcontento verso la classe politica e, per estensione, nei confronti della nuova forma democratica. Sì, nel 2016 il FMI aveva concordato con la Tunisia un maxi prestito da quasi 3 miliardi di dollari condizionato all’attuazione di un programma di riforme nazionali in un’economia che gode per larga parte di incentivi pubblici. Una buona fetta degli “aggiustamenti” previsti riguarda proprio la riduzione dei sussidi statali, ad esempio sulla benzina, per citare uno dei prodotti con maggiore impatto sociale.
Inoltre, dossier di grande attualità in questo momento è sicuramente l’Accordo di libero scambio completo e approfondito (più noto nel suo acronimo francese ALECA) che l’Unione sta negoziando con la Tunisia a coronamento di quello statuto “privilegiato” accordato al paese nordafricano nel novembre 2012 come riconoscimento per la sua transizione democratica. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che i negoziati per uno statuto “avanzato” erano in corso ancor prima di questa svolta. In presenza di studi discordanti sui vantaggi e i rischi dell’entrata in vigore della zona di libero scambio, la firma dell’accordo sta incontrando una considerevole resistenza da gran parte della società civile tunisina e dai sindacati. Tale resistenza fa leva su una “naturale” riluttanza e diffidenza, tanto in Tunisia quanto in altri contesti nord africani, nei confronti delle aree di libero scambio e delle politiche neoliberiste dell’Ue, ampiamente associate con i vecchi regimi e che, sperimentate già in passato, hanno condotto a risultati poco soddisfacenti. Le principali criticità sollevate dai sindacati, tra cui l’UGTT (il principale sindacato tunisino), e diverse associazioni della società civile, nonché collettivi creatisi contro l’accordo commerciale (come BlockALECA), riguardano, da una parte, l’opacità dei negoziati – ritenuti aperti al pubblico e alla società civile come pro forma– dall’altra, i rischi che un’ulteriore liberalizzazione delle relazioni commerciali con l’Unione europea produrrebbe. Tali rischi, riguarderebbero per la Tunisia soprattutto l’aumento della concorrenza nel settore agricolo e della pesca per gli attori economici più deboli, ovvero le piccole e medie imprese, così come il drenaggio di risorse destinate ad un uso locale (terre e acqua in primis) a vantaggio esclusivo dei prodotti per l’export gestiti da compagnie internazionali. Nel mirino delle critiche, anche alcuni provvedimenti che sono stati approvati come legislazione nazionale ma che rappresenterebbero “pezzi” dell’accordo (e.g., la legge No. 25 del 26 febbraio 2019 sugli standard qualitativi per alimenti che ricalca quelli europei, così come richiesto da precedenti bozze dell’accordo, o alcuni passaggi del Partenariato pubblico e privato) e il timore che si faccia ricorso a decreti governativi bypassando la discussione parlamentare. Da ultimo, la convinzione diffusa di un uso “improprio” della condizionalità dell’Ue, che vorrebbe sempre più vincolati gli aiuti europei all’attuazione di riforme riguardanti l’ALECA. Non va dimenticato, infatti, che tra i due firmatari dell’accordo vi è un potere contrattuale piuttosto sbilanciato a favore dell’Unione europea. Basti pensare che l’Ue è il primo partner commerciale della Tunisia, destinatario dei ¾ delle sue esportazioni, e fonte di oltre metà delle sue importazioni, confermandosi anche il primo investitore nel paese con l’85% degli IDE. Al contrario, la Tunisia rappresenterebbe solo lo 0.5% sul totale del commercio europeo.
L’Italia è presente in Tunisia in numerosi ambiti. A titolo di esempio, in occasione del primo summit intergovernativo italo-tunisino dello scorso 30 aprile, alla presenza dei due Primi Ministri Youssef Chahed e Giuseppe Conte, sono stati firmati tre accordi che prevedono la realizzazione di altrettanti programmi di cooperazione allo sviluppo riguardanti il settore della decentralizzazione, dell’educazione di base e la conversione del debito, per un totale di 75 milioni di euro. Tuttavia, per un paese come l’Italia, la questione di gestione e controllo dei flussi migratori resta una priorità.

Tunisia. Bengardane, cambiovalute. Foto Giulia CImini, Novembre 2019

Lei è stata recentemente, per una ricerca, al confine tra Tunisia e Libia da dove sono passati migliaia di foreign fighters che sono partiti volontari per il fronte libico (oltre a quelli partiti per la Siria). Aree con migranti e povere, dimenticate da Tunisi, dove magari l’unica attività è il contrabbando di carburante. Ci può anticipare qualcosa della sua ricerca e che situazione ha trovato?
La questione delle comunità ed attività economiche in aree frontaliere, oltre che delle relazioni centro-periferia, meriterebbe un discorso ben più articolato. Ad ogni modo, indubbiamente la situazione al confine tra Tunisia e Libia (così come al confine occidentale con l’Algeria) è stata, soprattutto negli ultimi anni, piuttosto complessa. Ciò per via della rottura nel 2011 – con la transizione dello Stato tunisino da una parte e il collasso dello Stato libico dall’altra – di un equilibrio consolidatosi nel tempo e la successiva ricomposizione di un nuovo modello di governance, tuttora in corso.
L’area sud-est al confine della Libia presenta molte di quelle caratteristiche che in letteratura sono associate alle “micro-regioni” in quanto sotto-sistemi economici e politici, il cui modello di gestione (o governance) è il risultato – in senso costruttivista – delle iniziative intraprese a più livelli sia dalle autorità centrali che da attori locali secondo specifici interessi, percezioni ed identità. Micro-regioni che si costruiscono, ad esempio, sulla base di reti formali e informali, lecite e illecite, molto spesso transfrontaliere, in cui operano una pluralità di attori, statali e non. Nello specifico, il confine tra Tunisia e Libia fu imposto nel 1910 durante il protettorato francese andando ad alterare profondamente gli equilibri locali della piana (Jeffara) che si estendeva trasversalmente ai due paesi, in parallelo con la sedentarizzazione forzata delle tribù nomadi e la distruzione dell’economia agro-pastorale e carovaniera. Questa parte della Tunisia si contraddistingue (e molti elementi si ritrovano anche in altre aree di confine) per l’informalità, in riferimento sia alla natura degli attori presenti che alle pratiche implementate; per una prolungata “assenza” o presenza ambigua dello Stato nel pre-2011 che si è tradotta in una carenza di investimenti ed infrastrutture, un approccio securitario ma anche di “laissez-faire” (soprattutto quanto all’economia informale ed il contrabbando); l’esistenza di vincoli tribali che competono con le istituzioni statali per fornire forti legami di identità; ed un confine particolarmente poroso, almeno fino alla sua recente “messa in sicurezza” che ha favorito la mobilità di merci e persone.
A seguito della sequenza di attentati terroristici nel 2015 al museo del Bardo a Tunisi e ai turisti in spiaggia a Sousse che hanno accelerato la riforma del settore della sicurezza ed incrementato l’assistenza securitaria occidentale, sono cominciati i lavori per la realizzazione di una barriera di sabbia e fossati scavati nel deserto lungo il confine con la Libia, sotto l’egida americana e con la collaborazione tedesca. La barriera, che corre per oltre 200 km tra i due valichi di confine, Ras Jedir (a nord) e Dehiba (a sud), è stata giustificata come una misura in più di sicurezza. Una scelta che, se da una parte sembra aver ripristinato il controllo statale della frontiera, riducendo anche le possibilità di infiltrazioni da parte di gruppi armati e terroristi, dall’altra – come uno studio di International Alert del 2016 ha evidenziato – sembra aver aumentato la percezione di “insicurezza” delle comunità locali, preoccupate maggiormente delle restrizioni agli scambi transfrontalieri e della mancanza di opportunità socio-economiche alternative al contrabbando che di potenziali attacchi jihadisti. Ad esser colpiti, infatti, sono stati soprattutto i piccoli “trafficanti” di benzina e beni di consumo (pasta e zucchero in primis) che, sfruttando le differenze di prezzo legate ai sussidi nazionali, traggono da questo tipo di commercio la loro fonte di sussistenza. Le strade delle località di confine sono piene di “distributori” di benzina di contrabbando o dei tipici banchetti azzurri per il cambio valuta, tutto informale ma alla luce del sole, a testimonianza di come attività di questo tipo siano in qualche misura tollerate dalle autorità, per dare respiro ad un tessuto economico altrimenti inesistente. Ma la presenza di forze di sicurezza è notevolmente aumentata nella regione. Se le zone sud-orientali del deserto tunisino sono state controllate dall’esercito sin dall’indipendenza e ristrette alla circolazione (lì si trovano, tra l’altro, i giacimenti petroliferi), la Guardia nazionale è responsabile del controllo dei confini. Con il dilagare del mantra della securitizzazione e il rinnovo costante dello stato di emergenza nel paese negli ultimi anni, unità militari sono state impiegate come rinforzo lungo il confine, ritenuto la fonte più acuta del problema della militanza.

Memoriale ai Martiri dell’attacco di Bengardane del 7 marzo 2016. Foto Giulia Cimini, novembre 2019

Tutti ricordano l’assedio nel marzo 2016 della cittadina di Bengardane, a 30 kilometri dal confine nord-est con la Libia ad opera di un commando legato allo Stato islamico che ha tentato di impadronirsi della città, prendendo di mira una postazione della Guardia nazionale e alcune strutture della polizia locale. In quell’occasione, grazie al sostegno dei civili alle forze di sicurezza e ad un maggior coordinamento tra le stesse, gli assalitori furono in parte respinti o uccisi, provocando tuttavia la morte di una ventina tra civili e agenti di sicurezza. Un’ “impresa eroica” che è stata vissuta e celebrata dalla popolazione locale come un motivo di orgoglio e riscatto, rispetto ad una retorica a livello nazionale (e internazionale) che, in maniera troppo semplicistica, associa il sud, e quest’area in particolare, a terrorismo e contrabbando. La situazione è pertanto molto delicata, ma un approccio teso esclusivamente alla securitizzazione che non miri a risolvere le sfide socio-economiche ormai endemiche dell’area è poco lungimirante, e non risolve, ma anzi incrementa la percezione di abbandono e marginalizzazione, intesa anche in termini di discrepanza tra le richieste locali e le risposte dello Stato.
Pasquale Esposito

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