Dal Cile alla Colombia all’Honduras alla Bolivia la destra tra golpe e repressione

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Le rivolte continuano ad infiammare il Sudamerica, lasciando scie di sangue e un’instabilità che sono manna dal cielo per la destra sempre vogliosa di “pacificare” con l’intervento militare, dopo averlo giustificato con qualche escamotage istituzionale.

La Bolivia è uno degli ultimi clamorosi e tragici esempi questi anni che hanno visto l’oramai dimenticato Honduras dove, da dieci anni, e cioè dal colpo di stato del 29 giugno 2009 che costrinse alla fuga in pigiama il presidente Manuel Zelaya. Da allora il paese è in una crisi senza fine, con proteste, con morti e feriti, contro il potere che ora ha il volto del dell’attuale presidente Juan Orlando Hernández, Nel corso di quest’anno le proteste si sono rinvigorite all’annuncio di riforme sanitarie e nel settore dell’educazione. Nel frattempo il fratello del presidente honduregno, Juan Antonio “Tony” è nelle carceri americane condannato per crimini legati al traffico di droga e i pubblici ministeri del processo a New York parlano della situazione in Honduras come «traffico di droga sponsorizzato dallo stato», mentre il Dipartimento di stato «continua a ignorare le accuse attorno al governo honduregno e spinge il paese a cooperare nella repressione regionale, voluta da Donald Trump, della migrazione» [2]. Nonostante i blocchi voluti da Trump i livelli di violenza e criminalità sono talmente elevati che si continua a emigrare.

Il colpo di stato in Bolivia è alla base delle rivolte e repressioni vergognosamente violente contro i cittadini che spesso appartengono alle comunità indie. Lo scorso 20 ottobre, il partito di Morales, il Movimiento al Socialismo (Mas) vinceva al primo turno le elezioni con il 47% dei voti contro il 36 per cento del partito dello sfidante Carlos Mesa. Dal momento in cui l’opposizione gridava ai brogli nel conteggio che impediva il ballottaggio a Mesa, sono iniziate le manifestazioni violente dell’opposizione che hanno portato poi alla destituzione di Morales che ora è in Messico e l’autoproclamazione, senza nessun diritto, come presidente ad interim, Jeanine Áñez che in un batter d’occhio ha nominato un nuovo governo. Successivamente ai tentativi di difesa degli uomini e delle donne sostenitrici di Morale, la repressione dei militari è stata brutale. Finora si contano oltre trenta morti, un numero inusitato di feriti e arresti di dirigenti e rappresentanti del Mas, tra cui quello del vicepresidente del Mas Gerardo García e il mandato di arresto per la ex ministra della Cultura Wilma Alanoca. [3]
Dopo la decisione del Mas di arrivare ad un accordo con l’attuale e golpista dirigenza politica per nuove elezioni, le proteste vanno scemando. L’Assemblea legislativa della Bolivia ha approvato all’unanimità la legge che stabilisce le condizioni per lo svolgimento delle elezioni presidenziali e legislative che avverranno senza Evo Morales e senza Álvaro García Linera, il suo vicepresidente entrambe ora accusati di terrorismo e sedizione. Si terranno tra circa 5 mesi se la pacificazione si concluderà. Le decisioni sulle elezioni sono state prese fuori dal Parlamento e con la mediazione di rappresentanti delle organizzazioni internazionali e della Chiesa cattolica. La Corte costituzionale ha nel frattempo annullato la legge che consentiva di andare oltre due mandati presidenziali, «la legge stabilisce che le assemblee legislative nazionali e regionali eleggeranno i membri dei tribunali elettorali entro un massimo di 20 giorni dalla stesura del regolamento di selezione, che sarà pronto in un paio di giorni. Una volta formati i tribunali, indurranno le elezioni tra altri 120 giorni, […]. Durante questo periodo, la lista elettorale sarà rinnovata e tutte le organizzazioni politiche e i candidati che vorranno partecipare saranno registrati, incluso il MAS. I leader della rivolta contro Morales, i leader civici Luis Fernando Camacho e Marco Pumari hanno suggerito di candidarsi alle elezioni come candidati alla presidenza e vicepresidente, rispettivamente. Ha anche anticipato che parteciperà Carlos Mesa» [4].

In Cile non si spengono i riflettori, e non si dovranno spegnere fino all’arresto di colpevoli e mandanti, sulla terribile morte di Daniela Carrasco, l’artista di strada che aveva partecipato alle proteste contro il presidente Piñera trovata impiccata a Santiago del Cile e secondo il movimento femminista Ni una Meno “violentata, torturata e assassinata”. L’uso dello stupro e della violenza sessuale da parte dei militari e dei carabineros è stato denunciato da decine di donne. E questo ci fa correre al periodo della dittatura di Pinochet durante la quale un’intera generazione fu distrutta e nonostante ciò e nonostante gli anni passati la Costituzione è ancora quella dei tempi della dittatura.
La brutalità della repressione non è un’invenzione dei manifestanti e dell’opposizione perché già agli inizi di novembre la procura dell’area orientale della regione metropolitana di Santiago del Cile annunciava di voler accusare formalmente 14 carabineros per crimini commessi a Nunoa e La Florida (regione metropolitana di Santiago) lo scorso 21 ottobre.
Nonostante le scuse e le promesse di cambiamenti che avrebbero cambiato la situazione economico sociale cilena dove c’è una disuguaglianza tra le peggiori del mondo, la protesta non si ferma. Sono soprattutto ragazzi e giovani a rinfocolarla che «l’ insurrezione cilena è una questione di ragazzi. A volte, quasi bambini. Gli studenti si sono ribellati al sistema educativo che Augusto Pinochet ha costruito per più di un decennio e contro l’intera eredità della dittatura. Questa volta hanno ottenuto il sostegno di gran parte della società cilena. “Siamo abituati alla violenza, non abbiamo nulla da perdere”, afferma Victor Chanfreau, 17 anni, portavoce dell’assemblea degli studenti delle scuole superiori. “Il neoliberismo “, dice, “è nato in Cile e morirà in Cile”. Nelle strade di Santiago, devastate dopo quasi cinque settimane di proteste e distruzione, le battaglie campali sono quotidiane. I Carabineros, noti come pacos, e l’esercito si esibiscono con una durezza al limite della brutalità durante lo stato di emergenza. Ci sono già 23 morti in tutto il paese. Più di 200 persone hanno perso la vista o hanno subito gravi lesioni oculari perché le forze di sicurezza sparano con cartucce a pellet. Ma i giovani continuano a manifestarsi: i feriti ricevono cure mediche nei centri di fortuna. “Hanno un coraggio che noi, intimiditi dall’esperienza della dittatura, non potremmo avere”, afferma Carla Peñaloza, dottore in Storia e professore all’Università del Cile» [5].

Anche ieri a Bogotà un giovane è rimasto ferito gravemente nel corso di scontri fra manifestanti e forze di sicurezza scoppiati durante le proteste che continuano contro il governo di destra del presidente Iván Duque. Le autorità di Bogotà hanno dichiarato il coprifuoco per la notte di sabato: non accadeva dal 1977.
Anche qui si è avviato un dialogo nazionale, aperto a tutte le organizzazioni ai sindaci e ai governatori della Colombia, per “rafforzare” l’agenda sociale. Ma da giovedì la tensione è salita in coincidenza con lo sciopero generale che ha portato nelle strade della capitale e non solo un milione tra studenti, dipendenti pubblici, lavoratori del privato e commercianti. Si rifiuta la riforma delle leggi sul lavoro e sulle pensioni che il governo ha sospeso, ma c’è anche il totale rifiuto della diffusa corruzione sulla quale non si fa nulla. Del resto come credergli dopo le promesse dell’autunno 2018?
La situazione in Colombia è ancor più delicata perché è fallito il l’accordo di pace con le FARC firmato il 24 novembre 2016 tra l’ex presidente Juan Manuel Santos e il leader del gruppo ribelle, Rodrigo Londoño Timochenko. Iván Duque aveva vinto le elezioni anche facendo leva sul rifiuto dell’accordo e della reintegrazione dei guerriglieri. Le autorità sostengono che l’attentato dinamitardo alla stazione di polizia a Santander de Quilichao che ha provocato la morte di tre agenti e ferito altre 10 persone sia stato ordito dai dissidenti dell’ex movimento di guerriglia delle FARC anche se non si ritiene sia direttamente correlato alle proteste.
Pasquale Esposito

[1]
[2] Jeff Ernst, “What links a prison murder, a New York drug trial and the Honduras president?”, https://www.theguardian.com/world/2019/nov/01/honduras-juan-orlando-hernandez-prison-murder-drug-trial, 1 novembre 2019
[3] Claudia Fanti, “Bolivia, c’è l’accordo tra I golpisti e il Mas per nuove elezioni“, il manifesto, 24 novembre 2019 pag. 7
[4] Fernando Molina, “Bolivia aprueba una ley para convocar nuevas elecciones sin Evo Morales”, https://elpais.com/internacional/2019/11/24/actualidad/1574607157_131026.html, 24 novembre 2019

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