Dal Sarrismo al verismo. Storia di un’utopia rientrata

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Il Sarrismo non è morto. Semplicemente, non è mai esistito. Nel grande vuoto di valori che contraddistingue fatalmente il nostro tempo, una voragine morale che non fa altro che allargare i propri lembi sfibrati, ci si può facilmente confondere, cercando appigli anche e perfino nella fredda galassia del calcio superprofessionistico di oggi. Si arriva così a ingarbugliare, a mischiare ideologie e passioni (pseudo) sportive che di “politico“, e in “comune“, facciamocene tutti una ragione, francamente non hanno assolutamente nulla.

Oggi un allenatore di calcio diventato, questo si, quasi a sua insaputa, un top-manager, viene collocato da un popolo di tifosi, forse un po’ troppo facili all’esaltazione collettiva, a capo di non si sa quale “rivoluzione” e simbolo di riscatto sociale. Se si considera inoltre che tale attitudine alla rivolta dovrebbe coinvolgere anche il cinepanettonismo di quello che fino a poco tempo fa era il datore di lavoro del nostro “comandante”, si capisce facilmente, e ulteriormente, che il tutto appartiene solo a un simpatico gioco ad occuparsi di ciò che si fa finta di non capire fino in fondo. E a maggior ragione se, in fin dei conti, i tanti appellativi ideologici non sono scomodati per il bel gioco espresso in campo, per la tecnica o la tattica, quanto piuttosto per aver condotto atteggiamenti di irriverente, simpatica volgarità durante interviste e conferenze stampa, all’insegna di qualche parolaccia e dichiarazione fuori luogo. Mettiamoci poi un po’ di polemica, tirata fuori appoggiandosi forse un po’ troppo sul materasso morbido dell’acclamazione popolare e sull’accettazione giornalistica, e infine il dito medio mostrato ai tifosi avversari dalla cabina del pullman che portava la sua squadra allo stadio. Gesti mai veramente condannati da nessuno, nel nome di un legittimismo che per alcuni appartiene alla categoria “burlesca”, quando magari in altri può provocare facilmente e gratuitamente risentimento e, ahinoi, brutte conseguenze.

Oggi l’allenatore-in-capo, dopo un anno di decongestione in Inghilterra, contrassegnato dalla prestigiosa vittoria dell’Europa League, torna in Italia e si accasa niente meno che alla Juventus, la squadra del diavolo-padrone. Quella, per intenderci, a cui vengono anticipati gli orari di inizio delle partite al fine di creare scompiglio e ansia-a-distanza negli avversari (sempre superpagati professionisti, poverini) che giocano dopo. O almeno pare fosse così, o più o meno… Insomma, la rivale a cui applicare i sofismi di una, pare, sedicente filosofia del piccolo e indifeso. Apriti cielo! La sceneggiata, consumatasi a dire il vero più nell’effimero campo dei social che nel reale, arriva ad assumere toni e contenuti altissimi di dibattito. Si scomodano intellettuali, giornalisti d’assalto e di trincea, professori, accademici e paragoni storici: tradimento, reazione, fine dell’utopia. Come se, fino a due ore prima, fossimo alla vigilia della Comune di Parigi senza accorgercene. Insomma, la vera rivoluzione sociale si stava organizzando nel ritiro prepartita, e noi non sapevamo nulla e figuriamoci che c’è ancora qualche sciocco che va a votare.

Il risveglio tragico dei rivoluzionari in queste ore, ha rivelato dunque più che altro la realtà di un grande spreco di energie-a-perdere. Tante intelligenze che si perdono dietro al ruzzolare, neanche di un pallone, ma della presunzione di un’idea. Quella, tra l’altro, di ritenersi sempre unici depositari del sentimento di tifoso, annullando completamente quello degli altri, in una sorta di afonia di passioni. Se questo vale appunto, per tutti i tifosi, nel momento in cui si travalica arrivando al parossismo della decenza, non ci resta che piangere. Ma veramente si è ritenuto di posizionare una targa alla memoria di un allenatore di calcio fuori dai cancelli di una fabbrica dolorosamente storica e sperare poi di farla liscia davanti al conto dell’imbarazzo? E allora dove sono le commemorazioni di quelli che si sono realmente battuti, di quelli che hanno lottato e che magari ci hanno pure rimesso la vita? Non si può accettare di partecipare a questa mischia spaventosa in cui si da asilo contemporaneamente ai miliardi del calcio a ai cassaintegrati messi alla porta. Ed è veramente assurdo oggi, continuare a farne una ragione di stato, un enorme “affare” sociale. Stiamo scherzando? Purtroppo sembrerebbe di no.

Se ne poteva uscire con molta eleganza, ma non c’è stato verso. Una volta che si accetta di avere questa insostenibile leggerezza (e debolezza) del calcio, si continui nella mania della passione, lasciando stare riferimenti e situazioni molto più serie e impegnative, quando non addirittura drammatiche. Si rischia poi, come in questo caso, di venire facilmente e tristemente smentiti dall’unica logica vigente in questo Mondo, che non è certamente la lotta di classe.
Il Sarrismo allora ieri è toccato a qualcuno, oggi al circo si siederanno altri. È la giostra del pallone.

Cristiano Roccheggiani

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