Dalla Cina a Baltimora: governare, sorvegliare e punire.

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Un agevole quanto interessante articolo di Simone Pieranni fa il punto, anche attraverso un breve inquadramento storico, sul controllo sociale in Cina.
Quello di osservare e spiare il comportamento dei cittadini per poterli controllare ed indirizzare verso obiettivi che il potere ha deciso, è una storia che accompagna le organizzazioni politiche. Il filosofo Domenique Dubarle, già alla fine degli anni ’40 del secolo scorso, parlava di «macchina per governare» [1] e adesso il formidabile sviluppo della cibernetica e della potenza di calcolo per tutti i dati che si raccolgono grazie alla connessione di qualsiasi dispositivo, fisso o mobile, all’aria aperta o all’interno di edifici di qualsivoglia natura, ha reso le cose più semplici.

Tornado alla Cina, Pieranni ci ricorda che il padre dell’attuale sistema di controllo e di ingegneria sociale è Qian Xuesen, già considerato genitore del “programma di sviluppo missilistico”, che nel 1954 pubblicava Engineering Cybernetics e «si deve a lui e ad altri scienziati cinesi la prima configurazione di modelli di ingegneria sociale che, utilizzati nel tempo dal partito comunista, sono confluiti in quello che è noto come il Golden Project, un progetto di totale organizzazione della società su basi ingegneristiche e che ha trovato di recente alcune sue realizzazioni» [2]. Uno di questi progetti è quello del «sistema dei crediti sociali» a cui ha mirato da decenni il partito comunista cinese. E così «i crediti sociali mirano a creare una società basata sulla fiducia nella quale cosa è virtuoso e morale lo decide il partito comunista, un’ulteriore «griglia sociale» sarà stabilita dalle smart city, a loro volta governate socialmente attraverso crediti sociali e capacità tecnologiche che consentono raccolta ed elaborazioni di dati continua» [3].

Non sarà più possibile sfuggire. Ma non pensiate che questo sia una peculiarità del governo cinese perché tutto il mondo occidentale corre nella direzione della sorveglianza.
Gli studi e le analisi in proposito sono tante. Non si tratta solo di controllo diretto ma anche di influenza totalizzante sulla vita di tutti i giorni. Una volta introitati nell’animo i comportamenti sarà anche più facile controllare pensieri e azioni definiti devianti dal sistema.

Un esempio che vorrei portare all’attenzione è quello che di Baltimora, città sulla costa est degli Stai Uniti, e di cui ha scritto, con dovizia di particolari Scott Shane [4] sul New York Times, il giorno prima dell’articolo Pieranni.
La protagonista, in effetti, di questa inchiesta non è tanto Baltimora quanto Amazon. La città è legata a quattro mani con «il gigante online [che] sembra toccare ogni nicchia dell’economia, la sua ubiquità e la sua portata sono asfissianti». Dall’aeroporto ha fatto più spedizioni di Fedex e Ups messi insieme; può obbligare i lavoratori a paghe decisamente più basse e controllarli con i computer se sono lenti nel lavoro svolto nei ristrutturati giganteschi magazzini General Motors e Betlemme Steel e per i quali Amazon ha ricevuto grossi finanziamenti governativi; i giocatori di football (Ravens, squadra professionistica della National Football League) hanno dei microchip nelle spalline di protezione e quelli di baseball (Orioles, squadra professionistica della Major League Baseball) vengono seguiti con il radar utilizzando i servizi web di Amazon per produrre grafica in tv e per statistiche; nel nord-ovest di Baltimora, un pastore ha trovato finanziamenti per installare videocamere Amazon Ring sulle case in un quartiere ad alto tasso di criminalità e con un click le informazioni arrivano alla polizia in caso di sospetti, con buona pace di che vede allarmante questa proliferazione di mezzi di sorveglianza; il Municipio del centro e Johns Hopkins University hanno deciso di acquistare prodotti da fornitori locali tramite Amazon Business irrompendo nel mercato al dettaglio [5].
Se è vero che in passato le grandi aziende hanno sempre influenzato la vita di intere città, ma ora la potenza è mostruosamente più invasiva grazie alla tecnologia digitale.

Félix Tréguer, ricercatore e membro de La Quadrature du Net ha  dato alcuni dettagli sullo stato dell’arte della sorveglianza in Francia che a sua dire, dopo il Regno Unito, in Europa è la nazione che utilizza di più le tecnologie per il controllo sociale. Questo grazie alle aperture acritiche delle amministrazioni pubbliche ai grandi gruppi industriali, esteri o nazionali, che vedono sempre più una loro presenza nella gestione delle politiche di sicurezza che di fatto si vanno privatizzando.
A Marsiglia «il progetto “osservatorio Big Data della tranquillità pubblica”, affidato nel novembre 2017 all’impresa Engie Ineo, mira a integrare fonti provenienti dai servizi pubblici municipali (polizia, amministrazione dei trasporti, ospedali, ecc.) ma anche “partner esterni” come il ministeri dell’Interno, che centralizza diversi schedari e banche dati, od operatori delle telecomunicazioni, i cui dati relativi alla localizzazione dei telefoni cellulari permettono di mappare in tempo reale i “flussi di popolazione”. Anche ai cittadini sarà richiesto di contribuire fornendo informazioni […] attraverso un’”applicazione su smartphone od oggetti connessi”. Non può mancare la sorveglianza delle conversazioni sulle reti sociali quali Twitter e Facebook […]» [6].
L’autore scrive anche di cosa va accadendo a Nizza e non va molto diversamente e per, concludere, quando parla di smart city nell’era della governance algoritmica, «a parte alcune iniziative in materia di accesso ai dati e di gestione “intelligente” dell’illuminazione pubblica o dei camion della nettezza urbana, la “citta intelligente” si definisce soprattutto in riferimento al tema della sicurezza. A tal punto che le industrie del settore privato parlano oramai della “città sicura (safe city)» [7]
Ciro Ardiglione

[1] Félix Tréguer, “La «città sicura», ovvero governare con gli algoritmi”, Le Monde diplomatique – il manifesto, giugno 2019, pagg. 20 e 21
[2] Simone Pieranni, “Dalla cibernetica ai crediti sociali: il Panopticon cinese”, https://ilmanifesto.it/cina-cibernetica-ai-crediti-sociali-il-panopticon-cinese/, 1 dicembre 2019
[3] Simone Pieranni, ibidem
[4] Scott Shane è un giornalista dell’ufficio di Washington del New York Times, ha scritto sulla sicurezza nazionale e su altri argomenti. Ha fatto parte dei team che ha vinto i Premi Pulitzer nel 2017 e nel 2018 per aver raccontato delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 e dei suoi collegamenti con la campagna e l’amministrazione di Donald Trump.
[5] Scott Shane, “Prime Mover: How Amazon Wove Itself Into the Life of an American City”, https://www.nytimes.com/2019/11/30/business/amazon-baltimore.html, 30 novembre 2019
[6] Félix Tréguer, ibidem 21
[7] Félix Tréguer, ibidem 20

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