Pietro Del Soldà: dalla radio a Socrate alla felicità

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Chi, come me, segue – quando può – e apprezza il palinsesto di Rai Radio3 conosce il programma Tutta la città ne parla, che approfondisce ogni giorno un tema d’attualità prendendo spunto dalle telefonate dei radioascoltatori pervenute al “glorioso” e ultradecennale programma Prima Pagina. Ebbene, da Prima Pagina si estrae una telefonata che diventa il tema centrale della puntata giornaliera di Tutta la città ne parla. Il programma è magistralmente condotto Pietro Del Soldà. Nel 2018 è uscito un pregevole volume di Del Soldà, Non solo di cose d’amore. Noi, Socrate e la ricerca della felicità (Marsilio 2018, pp. 184, € 17). Del Soldà, profittando dei suoi studi classici e dalla sua esperienza del dibattito radiofonico con gli ascoltatori sui diversi argomenti suggeriti dalla cronaca quotidiana, ci invita a scandagliare le innumerevoli contraddizioni dell’attualità, utilizzando gli strumenti offerti dalla filosofia, soprattutto dalla dialettica socratica.

Scrive in maniera semplice su cose complessissime con il pregio di avvicinarci al mondo della filosofia. Indubbiamente, la filosofia sta vivendo le stesse vicissitudini della storia. Non è infrequente ascoltare, soprattutto dai più giovani, la domanda: in un mondo che cambia rapidamente che ci obbligaci a rincorrerlo – quasi fossimo sempre in ritardo e non in grado di reagire a tempo – a che cosa servono la storia e la filosofia? L’unica definizione condivisa della filosofia (dal greco philèo “amare” e sophìa “sapienza”) è contenuta nell’etimologia della parola: amore per il sapere e dunque continua ricerca della conoscenza.

Com’è noto, l’affascinante avventura della filosofia, iniziata in Grecia 2.600 anni fa, ha preso nel corso dei secoli direzioni diverse, non smettendo di confrontarsi con i grandi eventi dell’Occidente e conservando la sua vocazione originaria alla riflessione critica. Del Soldà si serve della figura di Socrate per comprendere la contemporaneità, riuscendo a mostrare come un pensatore vissuto venticinque secoli prima di noi può influenzare la nostra ricerca della felicità. La sfida del volume è quella di trovare nella vita di Socrate (protagonista dei “Dialoghi” del discepolo Platone), in particolar modo nella sua ironia e nelle sue contraddizioni, interpretazioni in grado di farci cambiare prospettiva sulle principali questioni del nostro tempo, fornendoci spunti da mettere a frutto in ogni ambito, dalle relazioni con gli altri alla politica. Che si parli di bellezza, di menzogne, di democrazia o di tirannia, ogni cosa per Socrate è una “cosa d’amore”, non nel senso romantico che solitamente attribuiamo al termine. Socrate ci spinge a superare la distinzione tra vita e pensiero indicandoci, invitandoci a lasciare cadere maschere, identità e ruoli sociali che non ci rappresentano e ci dividono dagli altri. E la via del dialogo, del confronto che mette in discussione i pregiudizi e porta alla scoperta e alla cura di sé stessi, perché – sostiene Socrate – «senza cura di sé non si è in grado di agire bene, e ancor meno di governare la polis». Per Socrate l’uomo deve saper fare ciò che fa, la fiducia si dà a chi è competente e non va affidata a persone preparate. Per Socrate la filosofia non è una scienza che cerca risposte, ma al contrario pone sempre e solo domande. Ai suoi tempi ad Atene operavano maestri di carrierismo politico, che coltivavano “l’arte dell’apparire”, i sofisti, che insegnavano agli ambiziosi la retorica o arte di convincere gli altri di tutto e del contrario di tutto, con l’obiettivo di istigare le masse per ottenere un appoggio che soddisfacesse le loro ambizioni di potere. I sofisti ‒ che insegnano la retorica, ossia l’arte di ben parlare e ben argomentare ‒ rispondono alle esigenze di una società urbana aperta e dinamica, che vuole disporre degli strumenti per partecipare alla vita pubblica. Ma la loro riflessione condurrà a forme più o meno radicali di relativismo, che susciteranno la reazione di Socrate e soprattutto di Platone.
Per Socrate le radici dell’infelicità possono essere eliminate tramite un convinto slancio verso l’altro. Uno slancio – spiega Del Soldà – che, «proprio nel momento in cui abbandoniamo la sicurezza di chi se ne sta rinserrato in sé, ci fa scoprire per la prima volta, meravigliosa epifania, chi siamo davvero. Uscendo da me stesso verso l’amico che mi rispecchia, e solo in quanto anch’egli nel contempo esce da se stesso verso di me, potrò aprire un nuovo orizzonte di senso, dentro il quale ogni cosa troverà finalmente il suo posto; solo allora la ricchezza e gli altri beni materiali, i piaceri del corpo, i miei desideri e le esperienze della vita, anche le più dolorose, potranno manifestarsi senza distogliermi dall’unica strada lungo la quale posso davvero avanzare». In questo senso, la felicità «è una condizione paradossale: coincide con il sé stesso e così precede e determina ogni mia parola e ogni mia azione, ma proprio per questo mi spinge fuori da me. (…). Se continuo a vivere dentro il guscio, guarderò sempre gli altri in modo strumentale e come avversari in una gara, penserò sempre alla giustizia come a un insieme di obblighi a cui adempiere in modo formale, e più in generale finirò con il vivere una vita che non è la mia. Solo quel movimento plurale e simultaneo delle pupille dell’anima consente di superare questo pericolo. Solo grazie ad esso perde di senso e di attrazione l’idea che la giustizia possa corrispondere, banalmente, al rispetto formale del dettato delle leggi e al fatto di non essere colti in flagrante se decidiamo di violarle».

Un tema centrale di Socrate è quello del dialogo, Un accordo, caratterizzato «da domande e non di certezze, di capacità d’ascolto e di mediazione, di continua apertura e curiosità. Dialogo non è, dunque, il mero intrecciarsi di discorsi intorno a un certo tema, e nemmeno consiste in quella versione dolce, irenica, ecumenica che tendiamo ad adottare noi oggi. Dialogo non è l’abbraccio che amalgama e attenua i contrasti, anzi, è l’incontro di logoi diversi che ne esalta la reciproca differenza, si basa su di essa: ecco la ragione del prefisso dia-, che indica differenza. Non è neppure il mero confronto di idee astratte, di parole, di chiacchiere».. Attraverso il dialogo si sviluppa un paradosso secondo il quale «la vita intera si ricompone a unità solo alla luce della confutazione, solo quando è messa in discussione. Se accetto di dialogare con qualcuno, allora accetto di «portare tutto dentro quella relazione», di mettermi interamente in questione. Nulla può restare indenne dal rischio della confutazione, l’elenchos, che è la vera arte socratica: se qualcosa rimane fuori, se manteniamo nascoste alcune certezze perché non ce la sentiamo di farle vacillare, se non abbiamo il coraggio di esporre agli altri alcune passioni, speranze, paure, desideri o esperienze, allora il dialogo sarà destinato a sfumare, riducendosi a una forma di conversazione assai meno importante, certamente non decisiva per la nostra felicità».

La felicità non va intesa come una questione privata, esclusivamente nostra, slegata da un rapporto significativo con il nostro essere anche cittadini che vanno a votare o si astengono. Non deve esserci un divorzio tra politica e felicità, considerando che la politica debba pensare solo al nostro benessere economico, alla salute, all’istruzione, ai trasporti, alla sicurezza fisica, insomma a condizioni materiali: la politica deve dunque badare ai mezzi. La fiducia nelle istituzioni – ci ricorda Del Soldà – e verso ogni forma di mediazione (partiti, associazioni, sindacati, giornali) è in caduta libera non solo in Italia. Il sociologo Larry Diamond definisce questo primo scorcio di XXI secolo un periodo di «declino progressivo nell’attrazione verso la democrazia». Paradossalmente mentre milioni di profughi fuggono da regimi oppressivi, molti «autoctoni» manifestano un’insofferenza crescente per l’organizzazione democratica, per le sue garanzie estese a tutti, per i doveri che impone. «In pochi anni», ha scritto Ilvo Diamanti, «abbiamo perduto i principali riferimenti della vita pubblica e sociale. E abbiamo impoverito quel capitale di partecipazione e di fiducia necessario alla società, alle istituzioni e alla stessa economia per funzionare».
Lo Stato rimane ancora la principale forma di potere politico legittimata dal voto. Tuttavia, il suo è però un potere sempre più impotente. Infatti, sempre più il potere vero si è gradualmente concentrato nelle mani di entità economiche e finanziarie che sono svincolate dall’appartenenza a un territorio delimitato da confini. Le istituzioni finanziarie internazionali, soprattutto le aziende multinazionali, rispondono soltanto agli azionisti e alla ricerca di profitto, riuscendo a comprimere il raggio d’azione della politica (come non ricordare il caso che ha visto il governo della Grecia alle prese con i poteri finanziari internazionali, pubblici e privati, dal 2011 in poi). Zygmunt Bauman acutamente ha osservato che «da una parte ci sono i poteri finanziari che sono liberi di investire o disinvestire dovunque vogliano, in qualunque momento desiderino, liberi perfino di bistrattare la politica, che si presume sia l’angelo custode dei valori, inclusi quelli morali; dall’altra parte, c’è la politica che non può mostrare alcun muscolo per condizionare, e tantomeno obbligare, i poteri finanziari a investire in momenti e luoghi precisi o per farli desistere dalla tentazione di disinvestire». Sempre più frustrati, i cittadini non fanno sconti ai propri rappresentanti: il contesto globale – spiega Del Soldà – «non vale come attenuante per i governi eletti e per i parlamenti che non riescono a incidere sulle dinamiche del lavoro e sui flussi di merci e di persone. La manifestazione più rilevante della distanza tra politica e cittadini è quel che oggi chiamiamo “populismo”: i leader definiti populisti e sovranisti, ostili a cessioni di sovranità verso organismi esterni, rispolverano le identità nazionali e assecondano il desiderio crescente di un “uomo forte” che, con piglio autoritario, risolva finalmente i problemi causati dalla globalizzazione». L’immagine vincente diviene quella del muro: serve a respingere i migranti tra Stati Uniti e Messico o in Ungheria, certo, ma la sua potenza simbolica e la sua funzione rassicurante e di riaffermazione dell’identità nazionale vanno ben oltre le politiche migratorie. La retorica del muro indigna o seduce: «che sia di cemento, di filo spinato, o consista nelle acque profonde che dividono l’Europa dal Nord Africa, il muro catalizza e radicalizza sia la rabbia di chi lo vuole, sia la frustrazione di chi, al contrario, continua a credere nell’apertura. È forse la narrazione più efficace per raccogliere consenso nel nostro tempo».
Tutto ciò genera spaesamento e solitudine. «La denuncia della solitudine», scrive Miguel Benasayag, «si ritrova in tutte le democrazie occidentali avanzate e rimanda a una realtà sociale comune». Ci sentiamo paradossalmente soli mentre siamo sempre circondati da altre persone. Non è sufficiente istituire in ogni paese un «Minister of Loneliness». In tal senso – alla luce del pensiero di Socrate – la solitudine oggi dilagante richiede una ri-comprensione delle strutture profonde del nostro convivere.
Finché i rapporti umani – sottolinea Del Soldà – saranno filtrati da volti che non sono i nostri, «la solitudine, con il dolore che provoca, rimarrà uno scoglio insuperabile. Troppo spesso, invece, cerchiamo di «guarire» senza prima esserci posti il problema della nostra separazione interna». Con la rivoluzione digitale: «l’ossessione di superare la solitudine senza porsi la questione della separazione», scrive Benasayag, «i nostri contemporanei rimangono abbagliati dalle possibilità di contatto attraverso internet e i social network». Se usati male, infatti, essi tendono a enfatizzare quella spiacevole sensazione di stringere rapporti «tra separati» che ci legano ad altri senza per questo farci sentire meno soli: «nel quotidiano», ha sostenuto lo studioso Le Breton, «la maggior parte dei rapporti non è vincolante: la televisione, internet, le chat, i forum, il cellulare sono strumenti che consentono di esserci senza esserci, di prendere le distanze da un rapporto oscurando semplicemente lo schermo». Queste ed altre considerazioni preziose sono contenute nel volume di Del Soldà. Come se ne esce? Socrate fa emergere che l’egoismo esacerbato sono un problema perché coincidono con la nostra infelicità anche se realizza molte ricchezze. L’individualismo sfrenato è la cifra del nostro tempo. Molti credono alle bugie. Non bisogna liquidare questo atteggiamento stoltezza. Non serve polarizzare la società. Alle bugie si crede ieri come oggi perché sono uno strumento di coesione, un senso di appartenenza. In tal senso, è necessario capire le ragioni profonde che portano molte persone a coagularsi su forme di odio e di separazione che minano la nostra felicità. Infine, sarebbe opportuno meglio fronteggiare la cultura competitiva che è intimamente legata a una sindrome di cui si parlava poco negli anni settanta, ma che sarebbe diventata un’importante fonte di preoccupazione politica alla fine del secolo: la depressione. Esiste, infatti, una correlazione statistica fra il tasso di diagnosi di depressione e il livello di disuguaglianza economica. «La depressione può essere scatenata dallo stesso ethos competitivo, che affligge non solo i perdenti ma anche i vincenti». Quanto più i valori di riferimento di una persona sono il denaro e il potere, tanto più alto è il rischio che questa persona presenti sintomi di depressione e si senta infelice. Quando misuriamo – avverte Del Soldà – il nostro valore paragonandolo a quello degli altri, più alto è il rischio che il nostro valore in quanto tale si dissolva, provocando la dolorosa sensazione di non valere proprio nulla.
Antonio Salvati

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