Dalla TV alla presidenza il nuovo capo dello Stato affronta il narcotraffico e i problemi economico-sociali del Messico

Messico Guanajuato
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Il nuovo presidente del Messico Enrique Peña Nieto si insediato sabato scorso alla guida del paese. Il suo arrivo è stato caratterizzato dal ripetersi delle violente contestazioni per brogli e compravendita di voti,  figlie delle elezioni dello scorso luglio. I risultati furono contestati  dal leader del Partito della rivoluzione democratica, di area progressista, Andrés Manuel López Obrador che ottenne sei punti percentuali in meno e che perse per la seconda volta la possibilità di dare una svolta politica al gigante sudamericano.
Il riconteggio di molte schede ha dato ragione all’avvocato quarantaseienne Peña Nieto che succede così al conservatore  Calderon e riporta il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) al governo dopo dodici anni di assenza dopo gli oltre 70 anni di dominio ininterrotto fino al 2000.

Non sarà facile il cammino del presidente perché ha vinto con poco più del 38% dei voti. È praticamente minoranza. Lo aiuterà il suo partito che pur avendo voluto ridare un volto nuovo alla sua politica conosce e domina molte delle strutture del potere politico ed economico. Il tutto con una modalità checontinua  a collocare il Messico nelle zone basse della classifica di Trasparency, appena pubblicata, per la sua corruzione imperante. Lo aiuteranno la disgregazione del Pan uscito sconfitto e la confusione a sinistra con Obrador che ha lasciato la coalizione che lo aveva portato ad un passo dalla carica di presidente.
L’organizzazione non governativa Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad (Mpjd) ha dichiarato che durante i sei anni del mandato presidenziale di Felipe Calderón la guerra contro i cartelli della droga ha provocato circa 80.000 morti, 20.000 “desaparecidos” e 250.000 sfollati . Molto oltre le peggiori stime a cui si faceva riferimento fino ad ora. Il Movimiento chiede al neo presidente Peña Nieto che «si assuma in modo solidale il dolore e risponda alle richieste del diritto alla verità e alla giustizia e alle garanzie che questo non si ripeta» [1].

Il narcotraffico che con il suo carico di feroce violenza è arrivato a gestire città o intere regioni di alcuni stati è una delle priorità che il presidente ha detto, anche nel suo discorso alla nazione, di voler risolvere. Ha parlato di non voler più utilizzare solo la forza ma attività di prevenzione dei delitti e di avviare programmi produttivi e ha proposto una nuova gendarmeria – simile ai carabinieri italiani– che sostituirebbe i soldati a loro volta sostituti della vecchia polizia corrotta. Potrebbe aiutare anche una riforma del Codice penale per uniformare le diverse versioni adottate negli stati. Ma qualche commentatore maligno pensa che qualcuno del Pir – memore di vecchie pratiche – voglia lavorare per qualche soluzione di “compromesso” con i cartelli per abbassare il livello di criminalità “visibile”.

L’altra sfida della nuova amministrazione è quella della crescita economica e sociale del paese. Nonostante lo sbandieramento del pil che avanza alcune stime parlano di oltre il 40% dei suoi abitanti sulla soglia della povertà.  Secondo il rapporto  del Segretario generale del Consiglio nazionale per la valutazione della politica di sviluppo sociale (Coneval)  sono 11 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà estrema.
La sperequazione ha raggiunto livelli insopportabili e non è un caso che l’uomo più ricco al mondo – secondo Forbes – è il messicano Carlos Slim Helú e secondo le statistiche diffuse  dall’organizzazione Economy Watch, il 55% del reddito totale è distribuito a favore del 32% della popolazione nazionale.
Una delle prime proposte è quella di un piano di sostegno economico per pensionati e madri prive di reddito, mentre sul fronte dell’educazione c’è la volontà di riformare il sistema per cancellare ogni forma di clientelismo e mercanteggiamento di posti di lavoro.
Quello che andrebbe cambiato per accorciare le differenze è il sistema produttivo quasi tutto orientato al mercato statunitense e che fonda la sua competitività sul basso costo del lavoro (adesso più basso di quello  cinese) e non su tecnologie e innovazione.

La promessa è quella di portare il tasso di crescita al 6% e cioè ai livelli dei Brics. Un obiettivo molto ambizioso visto che le previsioni per il 2012 non raggiungo il 4% e secondo l’OCSE nel 2013 sarà del 3,3% rispetto ad una previsione del 3,8%.
Il presidente ha promesso un nuovo piano nazionale di infrastrutture e di trasporto soprattutto diretto a nuove linee ferroviarie,  una riforma fiscale per aumentare il minimo contributivo attraverso l’eliminazione di privilegi e regimi speciali, una riforma tributaria per i redditi agricoli per elevare la base imponibile.
Uno dei capitoli trainanti è quello dell’energia dove si vorrebbe garantire la partecipazione dei privati nelle attività esplorative, estrattive e di raffinazione degli idrocarburi. L’azienda di stato Pemex deve attrarre capitali per sviluppare  le attività necessarie all’estrazione di gas e petrolio da giacimenti non convenzionali (shale gas e shale oil) come quelli intrappolati nell’argilla e su cui il Messico pone molte speranze per accrescere la sua produzione energetica.
Sempre la Pemex dovrebbe costruire una partnership strategica con la Repsol il cui  obiettivo però più che economico  sembra legato ad esigenze  di politica estera. Un segnale di disponibilità all’Europa e al mondo dei capitali dopo la nazionalizzazione della Ypf in Argentina.
Al momento sembra tutto nel solco del passato a parte un presidente che viene dai riflettori della televisione e che prova mantenere alti gli indici di gradimento con il suo essere ricco, bello, infedele, circondato da donne e sposo di una attrice di telenovelas.

Pasquale Esposito

[1] “VIOLENZA, APPELLO A PEÑA NIETO PER “VERITÀ E GIUSTIZIA”, www.misna.org, 13 dicembre 2012

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